
Gaza, Marvi Marmara
Inutile boicottare Israele
“La soluzione è a Washington”
Intervista a Golan Galia. Il boicottaggio rafforzerebbe il vittimismo e la teoria del “complotto antisemita”. Il blocco di Gaza può finire solo grazie a una “forte pressione degli Stati Uniti”. Il governo ha perso credibilità, ma la sinistra è debole
di Riccardo Valsecchi
Golan Galia è docente di “globalizzazione, crisi internazionale e politica contemporanea” presso il Centro Interdisciplinare (IDC) di Herzlya, il più prestigioso college privato nello Stato d’Israele. “Non è stato affatto un incidente”, chiarisce subito la docente, “bensì la logica conseguenza della politica del governo attuale. Ovviamente, l’attacco militare è stato di una stupidità inaudita e raccapricciante, ma il problema reale continua a essere l’assedio e l’embargo su Gaza. La strategia è quella di rendere la vita impossibile alla popolazione palestinese a Gaza, impedendo l’accesso dei beni di prima necessità e sperando che ciò porti il popolo palestinese a rivoltarsi contro Hamas. In realtà questa tattica non solo non sta funzionando, ma ha, di contro, reso sostanzialmente più forti le proteste e giustificato le accuse contro Israele stessa.”
Com’è stato recepito l’incidente dagli israeliani?
“All’inizio la maggior parte era molto scontenta, ma il governo ha fatto un buon lavoro di propaganda, cercando di far passare la versione che le forze militari stavano svolgendo un lavoro di normale routine quando sono state attaccate da terroristi appostati sul ponte della nave. Di conseguenza in molti hanno cambiato opinione in fretta e hanno cominciato ad appoggiare il raid, anche se c’è ancora parecchio criticismo.”
Qual è il clima politico interno?
“Sabato scorso c’è stata una grande dimostrazione a Tel Aviv, alla quale ha partecipato tanta gente, quanta non se ne vedeva da tempo. Questa è la dimostrazione che molti israeliani non sono affatto contenti del governo e forse, dico forse, qualche cosa si sta muovendo. Il problema è fare uscire le persone a parlare allo scoperto, perché è convinzione generale che ciò non porti nulla di buono. Anche nella Knesset – il parlamento israeliano, con sede a Gerusalemme – si sono levate delle voci di protesta, ma il partito principale d’opposizione, Kadima, ha la stessa posizione intransigente del governo, e la sinistra – che occupa solo 17 dei 120 seggi parlamentari – è troppo debole per avere voce in capitolo. Ad ogni modo la gente sta cominciando a rispondere in maniera diversa, non solo negativa, alle critiche internazionali. Io credo che sia solo questione di tempo.”
Com’è stato presentato l’incidente da parte dei media nazionali?
Henning Mankell, scrittore svedese che era a bordo di una delle navi coinvolte nell’incidente, ha espresso l’opinione che “ormai sia giunto il momento di boicottare Israele”, ricordando l’effetto positivo di questo tipo di azioni sulla fine dell’apartheid in Sudafrica.
“A dire la verità, da ricercatrice del settore, posso affermare che il boicottaggio contro il Sudafrica è stato uno dei pochissimi casi di successo di questo tipo di risoluzioni. In particolare, penso che ciò sarebbe assolutamente nocivo per quanto riguarda la situazione israeliana. Anzi, avrebbe l’effetto opposto. La maggioranza di governo accuserebbe il mondo di criminalità a sfondo antisemita, asserendo che il popolo d’Israele è vittima dell’ennesima congiura internazionale. Bisogna tenere conto che, per via della nostra storia, il popolo d’Israele già si considera vittima, già crede di essere sotto assedio. La politica del boicottaggio non farebbe altro che rinforzare questa tesi. Inoltre renderebbe ancora più debole l’opposizione interna, privandola dei collegamenti essenziali con le controparti estere. Personalmente sono convinta che l’unica possibilità di cambiamento sia riposta in una forte pressione da parte degli Stati Uniti: se il Presidente Obama decidesse di prendere una posizione d’intransigenza contro il governo israeliano, allora tutto ciò cambierebbe. Come opposizione, infatti, stiamo cercando di convincere il Presidente Obama, attraverso i moltissimi ebrei americani assolutamente insoddisfatti della politica d’Israele – e sono tanti –, della necessità di una rinnovata pressione sul governo israeliano, perché modifichi la propria linea di condotta.”
In Europa, durante le recenti manifestazioni, è capitato spesso di vedere israeliani, ebrei, musulmani e palestinesi manifestare tutti quanti insieme di fronte alle ambasciate israeliane…
“Non mi sorprende. Moltissimi sono gli israeliani non contenti della politica del nostro governo, e questa è la dimostrazione che non si tratta più di un problema d’antisemitismo o di opposizione all’esistenza dello Stato d’Israele.”
Crede che queste proteste potrebbero rinfocolare posizioni antisemite?
“L’Europa, Germania e Italia specialmente, per via della storia passata, è spesso restia a manifestare contro Israele, ma le giovani generazioni non dovrebbero sentirsi responsabili per ciò che è accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale. Anzi, hanno il dovere di protestare. In molti circoli politici israeliani poi ha un certo peso e preoccupa molto sapere che in Europa c’è una così forte opposizione contro la politica israeliana. È stato uno dei motivi per cui Tzipi Livni, leader del partito Kadima, ha optato per una posizione più moderata ultimamente. D’altro canto, è anche vero che anche se molte delle proteste recenti non hanno nulla a che vedere con l’antisemitismo, la violenza che l’IDF continua a perpetrare contro il popolo palestinese in qualche modo giustifica e rafforza gli estremismi, sia di destra che di sinistra.”
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14/06/2010 17:42















