
Calcio, diritti
Il Sudafrica spera nei Mondiali
La Coppa aiuterà un paese dove oltre il 40% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno e la diffusione del virus Hiv è la più alta del mondo? Forse no, ma in Sudafrica lo sport ha avuto una funzione essenziale contro apartheid e razzismo
di Riccardo Valsecchi
BERLINO - La XIX Coppa del Mondo FIFA di calcio, che prenderà il via l'11 giugno 2010 in Sudafrica, sarà la prima ad essere ospitata da un paese africano. Mentre fervono i preparativi e la stampa mondiale si concentra sulle probabili formazioni delle 32 squadre che si contenderanno il trofeo, la Fondazione Heinrich Böll di Berlino ha organizzato una conferenza sul significato e le prospettive dell’evento per la nazione sudafricana.
Abolito nel 1990 l’apartheid, la politica segregazionista attraverso la quale la minoranza bianca aveva governato il paese dal dopoguerra in poi, il Sudafrica ha avuto una crescita economica costante tanto da potere essere considerata la nazione più sviluppata del continente africano. Nonostante ciò, sussistono ancora oggi gravissimi problemi sociali, determinati da una difficile integrazione razziale, una capillare espansione della criminalità e della povertà – oltre il 40% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno -, nonché da una diffusione epidemica del virus HIV, tanto che la Rainbow Nation è il paese con il più alto numero di pazienti sieropositivi al mondo.
Moltissimi sono stati i dubbi sollevati dagli osservatori internazionali e dalle agenzie non governative presenti sul territorio sulla reale capacità del paese nell’organizzare un evento di tale portata. Nonostante gli “afro-pessimisti”, Cape Town è riuscita a completare con successo tutti i passi richiesti dalla FIFA: la ristrutturazione e la costruzione dei dieci stadi che ospiteranno il torneo è stata portata a termine, il trasporto pubblico è stato migliorato e adeguata risulta la disponibilità d’alloggi e di strutture richieste per ospitare il pubblico internazionale.
Gli organizzatori e il governo sudafricano hanno inoltre evidenziato come l’evento possa rappresentare una significativa opportunità di sviluppo economico, di lotta alla disoccupazione, di promozione di un’identità e unità nazionale, e di stigmatizzazione degli stereotipi comuni sull'Africa e sugli africani.
"In Sud Africa", spiega (dopo la presentazione del documentario “Have you heard from Johannesburg: Fair Play") Don Edkins, pluripremiato regista e produttore sudafricano lo sport ha avuto una funzione essenziale per combattere l'apartheid, grazie al bando internazionale del Sudafrica da tutte le competizioni più importanti fino al 1990, ma anche durante il processo di riconciliazione. "Il film racconta la storia dei movimenti anti-apartheid che portarono all’esclusione dai circuiti internazionali della nazionale di rugby sudafricana, i famosissimi e fortissimi Springboks.
"Fino al 1995, quando il Sudafrica ha ospitato la Coppa del Mondo di rugby, gli Springboks rappresentavano i nostri nemici”, ricorda Luyanda Mpahlwa, architetto e membro del Comitato Organizzatore Sudafrica 2010. “Qualsiasi squadra affrontassero, noi tifavamo contro gli Springboks, ma quel giorno, quando sconfissero in finale la nazionale neozelandese, quando il nostro presidente Nelson Mandela alzò la coppa insieme al capitano Francois Pienaar, per la prima volta ho pensato a me stesso come a un sudafricano, a un tifoso degli Springboks. Come se quel successo fosse anche un poco mio.”
“Sinceramente non penso che il mondiale possa portare benefici materiali”, continua Don Edkins. “È un tema molto discusso anche in Sudafrica, dal momento che la maggior parte del capitale impiegato per coprire gli investimenti proviene dalle tasse; inoltre, non bisogna dimenticare che a tutt’oggi la cosiddetta Rainbow Nation è probabilmente il paese con il più elevato margine d’ineguaglianza del mondo. Il mondiale può rappresentare però un primo passo verso un lento e inesorabile processo di cambiamento. L’attenzione mediatica, il progredire delle strutture di comunicazione e d’informazione, ancora limitate e parziali, l’apertura verso il pubblico internazionale sono aspetti che potrebbero concorrere a questo obiettivo.”
“Molti sono i programmi sociali che le Ong hanno potuto intraprendere grazie al supporto della FIFA”, ricorda Luyanda Mpahlwa. “Certo, la FIFA usa queste attività collaterali con il fine ultimo di dimostrare la propria attenzione alle tematiche sociali, senza però curarsene più di tanto, ma è già qualcosa. A chi chiede poi quali possano essere i benefici economici di questa coppa del mondo, domando quali siano stati i vantaggi di Germania 2006. ”
Esiste ancora il razzismo nello sport in Sudafrica?
"Ci sono delle differenze”, risponde Mpahlwa. “Il rugby è ancora lo sport dei bianchi, mentre il calcio è lo sport degli africani. Questo è innegabile, però la nostra speranza è che, come la Coppa del Mondo del 1995 ha avvicinato gli africani al rugby, possa succedere il contrario quest’anno. Se poi mi chiedete quanti neri giocano negli Springboks, rispondo che non m’interessa il numero di bianchi o neri convocati, piuttosto quanti buoni giocatori fanno parte della nostra nazionale.”
Chissà se il calcio, che in Europa ha una lunga tradizione di violenza e fanatismo, può diventare terreno di riappacificazione per il popolo sudafricano.
Abolito nel 1990 l’apartheid, la politica segregazionista attraverso la quale la minoranza bianca aveva governato il paese dal dopoguerra in poi, il Sudafrica ha avuto una crescita economica costante tanto da potere essere considerata la nazione più sviluppata del continente africano. Nonostante ciò, sussistono ancora oggi gravissimi problemi sociali, determinati da una difficile integrazione razziale, una capillare espansione della criminalità e della povertà – oltre il 40% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno -, nonché da una diffusione epidemica del virus HIV, tanto che la Rainbow Nation è il paese con il più alto numero di pazienti sieropositivi al mondo.
Moltissimi sono stati i dubbi sollevati dagli osservatori internazionali e dalle agenzie non governative presenti sul territorio sulla reale capacità del paese nell’organizzare un evento di tale portata. Nonostante gli “afro-pessimisti”, Cape Town è riuscita a completare con successo tutti i passi richiesti dalla FIFA: la ristrutturazione e la costruzione dei dieci stadi che ospiteranno il torneo è stata portata a termine, il trasporto pubblico è stato migliorato e adeguata risulta la disponibilità d’alloggi e di strutture richieste per ospitare il pubblico internazionale.
Gli organizzatori e il governo sudafricano hanno inoltre evidenziato come l’evento possa rappresentare una significativa opportunità di sviluppo economico, di lotta alla disoccupazione, di promozione di un’identità e unità nazionale, e di stigmatizzazione degli stereotipi comuni sull'Africa e sugli africani.
"In Sud Africa", spiega (dopo la presentazione del documentario “Have you heard from Johannesburg: Fair Play") Don Edkins, pluripremiato regista e produttore sudafricano lo sport ha avuto una funzione essenziale per combattere l'apartheid, grazie al bando internazionale del Sudafrica da tutte le competizioni più importanti fino al 1990, ma anche durante il processo di riconciliazione. "Il film racconta la storia dei movimenti anti-apartheid che portarono all’esclusione dai circuiti internazionali della nazionale di rugby sudafricana, i famosissimi e fortissimi Springboks.
“Sinceramente non penso che il mondiale possa portare benefici materiali”, continua Don Edkins. “È un tema molto discusso anche in Sudafrica, dal momento che la maggior parte del capitale impiegato per coprire gli investimenti proviene dalle tasse; inoltre, non bisogna dimenticare che a tutt’oggi la cosiddetta Rainbow Nation è probabilmente il paese con il più elevato margine d’ineguaglianza del mondo. Il mondiale può rappresentare però un primo passo verso un lento e inesorabile processo di cambiamento. L’attenzione mediatica, il progredire delle strutture di comunicazione e d’informazione, ancora limitate e parziali, l’apertura verso il pubblico internazionale sono aspetti che potrebbero concorrere a questo obiettivo.”
“Molti sono i programmi sociali che le Ong hanno potuto intraprendere grazie al supporto della FIFA”, ricorda Luyanda Mpahlwa. “Certo, la FIFA usa queste attività collaterali con il fine ultimo di dimostrare la propria attenzione alle tematiche sociali, senza però curarsene più di tanto, ma è già qualcosa. A chi chiede poi quali possano essere i benefici economici di questa coppa del mondo, domando quali siano stati i vantaggi di Germania 2006. ”
Esiste ancora il razzismo nello sport in Sudafrica?
"Ci sono delle differenze”, risponde Mpahlwa. “Il rugby è ancora lo sport dei bianchi, mentre il calcio è lo sport degli africani. Questo è innegabile, però la nostra speranza è che, come la Coppa del Mondo del 1995 ha avvicinato gli africani al rugby, possa succedere il contrario quest’anno. Se poi mi chiedete quanti neri giocano negli Springboks, rispondo che non m’interessa il numero di bianchi o neri convocati, piuttosto quanti buoni giocatori fanno parte della nostra nazionale.”
Chissà se il calcio, che in Europa ha una lunga tradizione di violenza e fanatismo, può diventare terreno di riappacificazione per il popolo sudafricano.
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TAGS sudafrica
04/06/2010 12:50














