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Amnesty: la legge è uguale per tutti

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Il Rapporto annuale: nel mondo importanti passi avanti, ma restano condanne a morte in 58 paesi e torture in 111. Critiche a Usa, Russia, Cina. Israele impedisce la giustizia a Gaza. “Molti accertano le responsabilità solo quando conviene politicamente”

di Emanuele Di Nicola

Nel 2009 la giustizia globale ha registrato importanti passi avanti, ma restano molte situazioni gravi e grande preoccupazione per il futuro. Per affrontare lo scenario, nessuno Stato deve sentirsi al di sopra della legge: Usa, Russia e Cina devono riconoscere la Corte penale internazionale, che ancora non hanno ratificato. Israele deve fermare il blocco di Gaza, grave violazione del diritto internazionale. E comunque in quella zona il rispetto della giustizia è “molto problematico” anche per colpa di Anp e Hamas: le responsabilità del conflitto nella Striscia (2009) non sono mai state chiarite. E’ quanto emerge dal Rapporto 2010 di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Il documento pubblicato da Fandango Libri, presentato oggi (27 maggio) a Roma, si prende 650 pagine per elencare le principali violazioni e descrivere la situazione di 159 paesi.

“Una condizione di giustizia – ricorda la presidente della sezione italiana, Christine Weise – si ottiene quando chi viola i diritti umani viene processato pubblicamente davanti a un tribunale e condannato”. Ma questo ancora non avviene: l’anno scorso in 111 paesi si sono verificate torture o maltrattamenti, in 61 di questi sono rimasti impuniti. Le nazioni che hanno celebrato processi ingiusti sono 55, in 96 casi la libertà di espressione è limitata, in 48 esistono “prigionieri di coscienza”. Condanne a morte inflitte in 58 paesi, 18 hanno compiuto esecuzioni. Attualmente nel mondo, aggiunge Weise, “la repressione e l’ingiustizia condannano milioni di persone a una vita di violazioni, oppressione e violenza”.

I SUCCESSI. Anche così, il 2009 è stato “un anno fondamentale per la giustizia internazionale”. Amnesty ricorda alcuni casi: per il presidente del Sudan, Omar Hassan Al Bashir, è stato emesso un mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità, dopo le violenze nel Darfur. Si tratta di “un evento epocale”, secondo l’associazione, perché costringe a rispondere un capo di Stato in carica, anche se l’Unione africana si è rifiutata di collaborare. Sempre in Africa, si sono conclusi i processi della Corte speciale per la Sierra Leone ed è in corso quello contro l’ex presidente liberiano, Charles Taylor.

In America Latina stanno rendendo conto i colpevoli dei crimini nei governi militari degli anni Settanta e Ottanta: “Un numero sempre maggiore di responsabili – si legge nel testo – è stato oggetto di procedimenti giudiziari”. L’ex presidente del Perù, Alberto Fujimori, è stato condannato per crimini contro l’umanità, Reynaldo Bignone – ultimo presidente militare dell’Argentina - per sequestri e torture. In Asia, si è svolta a marzo la prima udienza del Tribunale per i khmer rossi, il cui verdetto è atteso a giugno di quest’anno.

L’India si avvia a cancellare la legge coloniale che criminalizza l’omosessualità, mentre ha già garantito l’istruzione obbligatoria da 6 a 14 anni. Europa: è partito il processo a Radovan Karadzic, leader serbo-bosniaco accusato di genocidio che sarà giudicato dal Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia. La Lituania ha ammesso l’esistenza di un centro segreto di detenzione della Cia, l’Italia ha condannato 22 agenti dell’intelligence per il rapimento di Abu Omar. Nel 2009 Burundi e Togo hanno abolito la pena di morte, il Giappone ha sospeso le esecuzioni e avviato un dibattito pubblico, il Kenya ha commutato 4mila condanne emanando “il più ampio provvedimento di questo tipo”.

LE INGIUSTIZIE. E poi arrivano i problemi, che riguardano praticamente tutto il mondo: Medio Oriente e Africa, Asia e Pacifico, situazioni “esplose” come l’Iran, ma anche Europa e Stati Uniti. L’America di Obama non è risparmiata dalle critiche: nonostante l’annuncio di chiusura entro il 22 gennaio 2010, a fine 2009 erano ancora 198 i detenuti rimasti a Guantanamo. Preoccupa la situazione nelle carceri e dei centri detenzione immigrati, dove “l’isolamento a lungo termine ha continuato a non rispettare gli standard internazionali”. Sono state condannate a morte 105 persone, eseguite 52 esecuzioni.

Le donne di minoranze etniche e razziali hanno rischiato maggiormente di morire a seguito di una gravidanza, dato che l’assistenza sanitaria poggia su “una disparità basata sulla povertà e sull’etnia”. E soprattutto, gli Usa non hanno reso conto delle gravi violazioni commesse durante la guerra al terrore. Molti governi, riferisce Amnesty, sono intolleranti al dissenso: tra questi Arabia Saudita, Siria e Tunisia, mentre in Iran la repressione è aumentata dopo le presidenziali di giugno. In Cina l’esecutivo ha aumentato la pressione, arrestando e perseguitando i difensori dei diritti umani. La Birmania conta circa 2.100 prigionieri politici, tra cui l’attivista premio Nobel Aung San Suu Kyi costretta ai domiciliari “al termine di un processo iniquo”.

La violenza contro i civili “è stata una costante a livello globale”. Il Rapporto segnala gli omicidi illegali delle forze di sicurezza in Brasile, Colombia, Giamaica e Messico, l’uso eccessivo della forza in Guinea e Madagascar, le discriminazioni europee contro i rom nell’accesso ai diritti. Senza dimenticare i più recenti sviluppi negativi: in Svizzera il referendum che vieta i minareti, in Belgio il divieto di velo integrale in pubblico. Sui diritti globali, infine, c’è un problema di coerenza e trasparenza, soprattutto per gli Stati più ricchi: “Molti invocano l’accertamento delle responsabilità solo quando conviene politicamente”. Un esempio? Gli Usa e i paesi europei, che hanno difeso Israele nel consiglio di sicurezza Onu evitando sanzioni per i crimini commessi a Gaza.

» Italia, un anno di diritti violati


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TAGS diritti umani amnesty

27/05/2010 17:21

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