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Videocon, giorni decisivi per la fabbrica

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I 1.300 lavoratori dello stabilimento ciociaro, in prossimità ormai della conclusione del periodo di cassa integrazione in deroga – e quindi sull’orlo del licenziamento – vedono riaprirsi la possibilità del salvataggio per la loro azienda

di Tarcisio Tarquini

videocon (immagini di rassegna.it)
Alla Videocon di Anagni, la sensazione è che si sia arrivati al punto di svolta, alla prova della verità. Dopo mesi di ansie, segnati dal susseguirsi vertiginoso di speranze e delusioni, adesso c’è finalmente qualcosa cui aggrapparsi anche se nessuno al momento sa ancora dire se si tratti di un approdo sicuro o di un ennesimo abbaglio. I 1.300 lavoratori dello stabilimento ciociaro, in prossimità ormai della conclusione del periodo di cassa integrazione in deroga – e quindi sull’orlo del licenziamento – vedono riaprirsi la possibilità del salvataggio della loro azienda. Alcuni giorni fa il gruppo SSIM (l’acronimo sta per Siria Slovacchia International Metal, impianti in diversi paesi con un fatturato di circa 250 milioni di euro), già individuato come il compratore più credibile (tra i numerosi fattisi avanti in questi mesi) dalla famiglia indiana Dooth attuale proprietaria della fabbrica, ha presentato agli esperti del ministero dello sviluppo e ai rappresentanti sindacali il piano industriale che intende attuare nel caso la sua offerta d’acquisto vada a buon fine.

Il progetto del gruppo arabo slovacco prevede prima l’affitto e poi l’acquisto definitivo della VDC, una volta fatta chiarezza sull’ammontare complessivo dei crediti e dei debiti dell’azienda (una prima stima, ancora da certificare, azzarda la cifra di 80 milioni di euro di passività, parte delle quali dovute al mancato pagamento di contributi previdenziali, ma il verbale che ha avviato l’ultima fase della trattativa riferisce anche di somme consistenti da incassare dalla stessa Inps). Il core business proposto dalla SSIM si articola su due grandi linee produttive ambedue legate al settore della green economy: dagli stabilimenti di Anagni dovrebbero uscire, infatti, uno strumento per il micro e mini eolico, in sostanza una pala per produrre in casa, anche con bassa intensità di vento e in forza di un alternatore di nuovissima generazione, da 1 a 50 kw di energia (che soddisferebbe l’esigenza delle utenze domestiche e non solo), e una tegola solare adatta a generare energia elettrica, anch’essa per gli usi domestici. Una parte residuale della fabbrica verrebbe destinata all’assemblaggio tv, con la promessa di semilavorati forniti dalla stessa VDC indiana, e alla costruzione di parti meccaniche per macchine per la movimentazione di terra e altre attrezzature industriali. L’investimento preventivato è pari a 76 milioni di euro nel 2011 (metà dei quali assicurati direttamente dal nuovo gruppo, gli altri da finanziamenti bancari e dal mercato finanziario), che salirebbero a 196 nel 2015, con un’occupazione già nel prossimo anno di 170 unità e un totale di 950 alla fine del quadriennio di start up.

“Non c’è dubbio – nota Silvio Campoli, il segretario della Filctem di Frosinone, uno dei veterani dell’interminabile trattativa che va avanti praticamente dal momento in cui la francese Thomson lasciò nelle mani dei Dooth la storica azienda ciociara che allora si chiamava Videocolor e produceva cinescopi – che ci troviamo di fronte una proposta interessante. Ma sono ancora molti i punti da approfondire per poter impegnarci in un giudizio motivato”.

Il business plan è, in effetti, ancora piuttosto generico. Esprime intenzioni più che analisi e progetti veri e propri. Manca, spiega il sindacalista, un’analisi del mercato possibile, non si dice nulla sugli obiettivi di marketing e sulla rete distributiva per i nuovi prodotti, non c’è alcun riferimento alla forma che assumerà la società, al piano organizzativo, al tipo di competenze professionali necessarie. Non ci sono nemmeno accenni sul periodo di transizione e sulle modalità del traghettamento dei lavoratori dalla vecchia alla nuova azienda. Si capisce solo che verrà messa in moto la procedura della legge 182, che individua le strade per arrivare a soluzioni concordate con i creditori. “Se tutto dovesse andare bene – dice Campoli – avremmo la possibilità di accompagnare la trasformazione con un nuovo periodo di cassa integrazione che riuscirebbe a coprire quasi del tutto i dipendenti attuali, una parte dei quali maturerebbe da adesso all’entrata a pieno regime del nuovo sito il diritto al pensionamento”. È una prospettiva che rende oggi meno cupa l’atmosfera, che aveva raggiunto il punto più nero circa un mese fa, con il suicidio di un impiegato che era sembrato il tragico e simbolico epilogo di una dramma collettivo.

L’assemblea dei lavoratori, convocata immediatamente per le prime informazioni sul piano, si è svolta in un clima che riflette lo stato d’animo di questi giorni, attenzione senza illusioni. Bisogna pretendere che giochino a carte scoperte, è stato detto. Con la speranza che non siano, anche stavolta, carte truccate.

La storia
Erano duemila dieci anni fa, sono diventati oggi, dopo un decennio di crisi, ristrutturazioni e cambi di nome e proprietà, circa 1.300, saranno fra cinque anni – se le cose prendono il verso giusto ( e non è ancora affatto scontato) – non più di 950. I lavoratori della VDC di Anagni diventano sempre di meno, e soprattutto si allontanano sempre più da quello che erano nel momento dell’assunzione in fabbrica, molti chiamati subito dopo la maturità conseguita nelle numerose scuole professionali della provincia di Frosinone. La loro azienda, infatti, proprietà del gruppo francese Thomson, era leader nella produzione di cinescopi, con la pregevole caratteristica di riuscire a restare al passo con i tempi in un settore in continuo aggiornamento tecnologico. Adesso non è più così. Le televisioni ad Anagni si assemblano con pezzi importati dall’India, ma domani per gli apparecchi tv non rimarrà che qualche piccola isola produttiva, puntando i candidati più accreditati all’acquisto sulle tecnologie per lo sfruttamento dell’energia eolica e solare.

La storia è nota. La prima scossa si registra all’inizio di questo decennio, ma il terremoto c’è nel 2005 (preannunciato in un documento di intenti del 2003), quando la proprietà francese decide di uscire dal campo, delusa dal risultato degli investimenti sui grandi schermi compiuto negli anni precedenti e attratta dalle opportunità offerte dai mercati finanziari. Le subentra, incoraggiata anche da un sostanzioso bonus d’entrata di circa 185 milioni di euro, il gruppo indiano dei Dooth, una famiglia che, forte dei grandi profitti acquisiti nell’industria telefonica, vuole diversificare e mettere piede in Europa, passando per la porta ciociara. Il sogno indiano (e la più concreta sicurezza di occupazione dei lavoratori italiani) dura appena due anni. Dall’autunno del 2007 inizia l’allontanamento del padrone asiatico con la ricerca, imposta dalla tenacia del sindacato e dalla ribellione di un intero territorio, di un nuovo imprenditore disposto a rilevare tutto; che da qualche giorno ha finalmente un’identità precisa. Ma è ancora presto per dire che siamo giunti al lieto fine.



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17/05/2010 00:30

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