
Esteri, diritti
Iran, così si impicca un maestro
Farzad Kamangar è stato giustiziato il 9 maggio. Era un insegnante e sindacalista curdo. Accusato di terrorismo, ha subìto un processo di 5 minuti. La sua ultima lettera dal carcere: “Sono nel braccio della morte per aver insegnato la speranza”
di Davide Orecchio
Il 9 maggio 2010 l’agenzia ANSA-AFP ha battuto questo lancio:
A quattro giorni di distanza possiamo dare qualche informazione in più. Erano curdi e nessuno di loro ha avuto un processo all’altezza delle accuse che gli venivano mosse. Tra i giustiziati c’era Farzad Kamangar: 35 anni, 12 passati a insegnare sui banchi di scuola, iscritto al sindacato della scuola del Kurdistan.
In un appello online l’attivista Eric Lee racconta la storia di Farzad Kamangar con queste parole:
Il 12 giugno ricorre il primo anniversario delle elezioni truffa vinte (si fa per dire) da Ahmadinejad. Malcolm Stuart di Amnesty International vede in queste esecuzioni “lo sfacciato tentativo di intimidire la minoranza curda e chiunque critichi o si opponga al governo”. Un avvertimento per chi vuole tornare in piazza contro il regime.
Quanto alle torture, è sempre Amnesty a descriverle, citando una lettera dello stesso Farzad:
Il sito For a Free Iran ha pubblicato, tradotta in italiano, l’ultima lettera scritta da Farzad agli insegnanti detenuti con lui nel carcere di Evin. Ne riporto alcuni brani (il testo integrale si trova qui):
“Cinque persone, tra le quali una donna, accusate di aver commesso attentati e atti di terrorismo, sono stati impiccati oggi nella prigione Evin di Teheran. Lo ha annunciato l’agenzia Irna secondo la quale i cinque erano accusati di ‘legami con gruppi antirivoluzionari e atti terroristici, compresi attentati contro edifici governativi e pubblici in città iraniane’. L’agenzia non precisa a quali date e città si faccia riferimento nel comunicato dell’ufficio del procuratore di Teheran che non specifica nemmeno a quali gruppi i condannati fossero affiliati. I cinque sono indicati quindi soltanto con i nomi di: Shirine Alamhouli, Farzad Kamangar, Ali Heidarian, Farhad Vakili e Mehdi Eslamian”.
A quattro giorni di distanza possiamo dare qualche informazione in più. Erano curdi e nessuno di loro ha avuto un processo all’altezza delle accuse che gli venivano mosse. Tra i giustiziati c’era Farzad Kamangar: 35 anni, 12 passati a insegnare sui banchi di scuola, iscritto al sindacato della scuola del Kurdistan.
In un appello online l’attivista Eric Lee racconta la storia di Farzad Kamangar con queste parole:
“E’ stato accusato di ‘mettere in pericolo la sicurezza nazionale’ e di ‘ostilità contro Dio’. Aveva vissuto con la minaccia della pena di morte dal febbraio del 2008, quando gli fu comminata, dopo un processo farsa durato meno di cinque minuti. In prigione, Farzad ha subìto torture e pressioni psicologiche.
Anche se le autorità iraniane avevano accettato l’appello di Farzad, il caso si è paralizzato quando invece avrebbe dovuto essere trasmesso alla Corte Suprema per la revisione. Dopo ulteriori ritardi, all’avvocato di Farzad è stato detto che il suo fascicolo era andato perso. Nonostante l’evidente mancanza di un’inchiesta indipendente sulle accuse e l’assenza di un processo giudiziario equo, Farzad è stato giustiziato.
E’ stato impiccato in segreto, senza che la sua famiglia ne fosse informata.
I sindacati degli insegnanti e del personale della scuola di tutto il mondo hanno promosso una campagna per la sua liberazione, sostenuta dal movimento sindacale e da organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International.
Il caso di Farzad è particolarmente preoccupante a causa del modo torbido e segreto con cui si è svolto il processo, per la mancanza di accesso ai diritti fondamentali mentre era in carcere, e per il fatto che né la sua famiglia né suoi rappresentanti legali siano stati informati della sua esecuzione.
Questa esecuzione brutale genera preoccupazione per la sorte di altri insegnanti sindacalisti detenuti, come Rasoul Bodaghi, Hashem Khastar, Bahman Goudarzzade e Abdolresa Ghanbari. Sono inoltre preoccupato per la prolungata detenzione di Mansoor Osanloo e Ebrahim Madadi, leader del Tehran Bus Workers’ Union (Vahed Syndicate) dei lavoratori dei bus di Teheran; di Mohammad Olyaiefard, avvocato di Tapeh Haft e Tehran Bus Workers’ Union; e di Ali Nejati, presidente del Haft Tapeh Sugar Cane Company Workers’ Syndicate”.
Il 12 giugno ricorre il primo anniversario delle elezioni truffa vinte (si fa per dire) da Ahmadinejad. Malcolm Stuart di Amnesty International vede in queste esecuzioni “lo sfacciato tentativo di intimidire la minoranza curda e chiunque critichi o si opponga al governo”. Un avvertimento per chi vuole tornare in piazza contro il regime.
Quanto alle torture, è sempre Amnesty a descriverle, citando una lettera dello stesso Farzad:
“According to a letter he wrote, circulated on the internet in April 2008, he was repeatedly tortured following his arrest in May 2006. He was whipped, held in a freezing cold room and guards played ‘football’ with his body, surrounding him and pummelling him as he was ‘passed’ between guards”.
Il sito For a Free Iran ha pubblicato, tradotta in italiano, l’ultima lettera scritta da Farzad agli insegnanti detenuti con lui nel carcere di Evin. Ne riporto alcuni brani (il testo integrale si trova qui):
“Ciao compagni di cella. Ciao compagni di dolore!
Ti conosco bene: tu sei l’insegnante, (…) il compagno di classe di decine di studenti, i quali hanno continuato la loro lotta, l’insegnante di quegli studenti, il cui unico crimine è stato di difendere il pensiero umano. (…) Anche tu ti ricordi di me, vero? (…) Sono io, quello incatenato nella prigione di Evin. Io sono lo studente tranquillo, quello che stava dietro i banchi rotti, che sognava di vedere il mare da un remoto villaggio del Kurdistan. (…) Sono io, il tuo compagno che adesso si trova nel braccio della morte.
Cari compagni di cella! È possibile sedersi nella stessa scrivania di Samad, guardare gli occhi dei bambini di questa terra e rimanere in silenzio? È possibile essere un insegnante e non mostrare la via ai piccoli pesci di questo paese? Che differenza fa se vengono da Aras (un fiume nel nord-ovest dell’Iran Azerbaijan), da Karoon (fiume nel sud-ovest dell’Iran, Khuzestan), da Sirvan (un fiume in Kurdistan) o da Sarbaz Rood (fiume nella regione del Sistan e Baluchistan)? Che differenza fa, quando il mare (il mare come unico destino) è l’unico modo per essere uniti. Il sole è la nostra guida. Lasciate che la nostra ricompensa sia la prigione, va bene cosi.
È possibile portare il pesante fardello dell’essere un insegnante, dell’essere responsabile dell’istruzione e della conoscenza e rimanere ancora in silenzio? È possibile vedere le domande che si fermano nella gola (dei bambini), i loro volti malnutriti e tacere?
Com’è possibile che per insegnare la lettera S per Speranza e la lettera U per Uguaglianza (…) si finisca ad Evin o condannati a morte?”.
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TAGS farzad kamangar ahmadinejad eric lee iran
13/05/2010 17:57
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Spero che la stessa attenzione venga dedicata ai torturati afghani irakeni di guantanamo e di tutte le altre prigioni-torture del colonialismo USA e dei suoi ascari Nato














