Intervista all'ex segretario Cgil: l'attacco ai diritti e le discriminazioni degli anni Cinquanta, la mobilitazione dei Sessanta, la svolta dell'approvazione dello Statuto. “Nell'autunno '69 la Costituzione entrò in fabbrica sulle spalle dei lavoratori”
Antonio Pizzinato ha iniziato a lavorare nel 1947 come operaio apprendista alla Borletti, nel 1954 è stato eletto come rappresentante Fiom nella commissione interna di quella fabbrica per poi passare negli anni successivi all’attività di dirigente a tempo pieno della Fiom e della Cgil. Ha quindi vissuto in prima persona una lunga stagione di discriminazioni, schedature, reparti confino e licenziamenti per rappresaglia. “A pochi mesi dall’entrata in vigore della Costituzione l’attacco ai diritti del lavoro – spiega l’ex segretario generale della Cgil – raggiunse momenti drammatici, non sempre valutati, in particolare dopo le elezioni politiche del 18 aprile del 1948 che segnarono la rottura dell’unità antifascista e la fuoriuscita di comunisti e socialisti dal governo”.
Rassegna Anche tu sei stato discriminato?
Pizzinato Tutti noi fummo sottoposti a un ricatto da parte della direzione e del governo. Difatti la nostra fabbrica, oltre a manufatti civili faceva anche produzioni belliche per la Nato. In una lettera del 1954 indirizzata a tutti i dipendenti, Borletti, padrone della fabbrica e vicepresidente di Confindustria, spiegava che se avesse vinto la Fiom alle elezioni interne, il governo non avrebbe più affidato quelle commesse e sarebbero stati licenziati gli oltre seicento contrattisti a termine assunti per quello scopo, anche se in realtà non lavoravano tutti per la produzione militare. Il ricatto era pesantissimo e determinò la sconfitta della Fiom, avvenuta prima di quella alla Fiat. Dopo quella sconfitta la divisione divenne anche materiale perché la direzione divise in due parti il locale della commissione interna con un muro, lasciando in comune solo un’apertura per passare il telefono da una stanza all’altra. Non solo. Dopo una serie di scioperi unitari si arrivò a un accordo – firmato solo da Cisl e Uil perché considerato insoddisfacente dalla Fiom – che mirava a conglobare la contingenza nella paga base e a riproporzionare i cottimi. Alla Borletti fummo esclusi dalla trattativa per la sua applicazione, pur essendo l’organizzazione più rappresentativa tra gli operai.
Rassegna Quali sono state le altre forme di rappresaglia?
Pizzinato Vi sono stati centinaia di migliaia di licenziamenti per rappresaglia politico sindacale sia nel settore privato come anche nel settore pubblico, soprattutto alle ferrovie, nei cantieri navali, nell’esercito e nei corpi di polizia. Il risultato fu che la maggioranza di queste persone non trovando più lavoro in Italia fu costretta a emigrare. Solo nel 1974, quattro anni dopo l’entrata in vigore dello Statuto, si arrivò a una sorta di riparazione nei loro confronti, ma solo per i dipendenti del settore privato, con una legge, la 36, che ricostituiva i diritti previdenziali: dopo tanti anni sono state oltre 30 mila le persone alle quali il provvedimento si applica. Nel settore pubblico un riconoscimento analogo è avvenuto molto più tardi, a gennaio del 2001 con la riapertura dei termini per l’applicazione di quella legge. Insomma lo Stato ha aspettato 53 anni per riconoscere di aver violato le regole della vita democratica stabilite nella Costituzione! Nel frattempo si era persa la documentazione, le persone erano già morte e il provvedimento ha finito per applicarsi a poco più di un migliaio di persone. A questo proposito mi ricordo di un dirigente dell’Ufficio ricerche dello stabilimento aeronautica della Breda che era stato ufficiale dell’esercito di Liberazione nazionale; finita la guerra diventò direttore dell’aeroporto di Ciampino, poi negli anni cinquanta fu declassato, andò in pensione con un livello inferiore al dovuto e nel 2001, poco prima che morisse, siamo riusciti finalmente a ricostruirgli la giusta pensione.
Rassegna I reparti confino furono istituiti solo alla Fiat?
Pizzinato Sono i più noti, ma va detto ad esempio che alla Falck di Sesto San Giovanni erano stati accorpati in un unico reparto un centinaio di lavoratori che, non avendo niente da fare e trovandosi in mezzo ai prati, avevano iniziato ad allevare conigli.
Rassegna L’idea che fosse necessario riaffermare i diritti del lavoro i fabbrica nasce nei primi anni Cinquanta. Perché c’è voluto tanto tempo per riuscirci?
Pizzinato Giuseppe Di Vittorio era convinto che bisognasse riportare la Costituzione anche dentro le fabbriche. Lo annunciò nel comizio a Piazza Duomo del primo maggio del 1952, ne parlò a Napoli al congresso dei chimici dello stesso anno. Ci sarebbero voluti 18 anni per arrivare a una legge, lo Statuto, che lo sancisse in modo netto, nel corso di un processo di mobilitazione e di lotte che si svilupparono dentro e fuori i luoghi di lavoro, di cui oggi si è quasi persa la memoria. Ad esempio il divieto di licenziamento delle donne a causa della maternità o del matrimonio si ottenne con l’iniziativa del Comitato di difesa della donna – nato durante la resistenza poi trasformato nell’Udi – che si alleò con le donne cattoliche e vinse, anche con l’appoggio della Cgil, portando all’approvazione di due nuove leggi nel 1954 e nel 1963. Nel 1966 si stabilì il principio della “giusta causa” per il licenziamento e venne abolito quello ad nutum. Nel frattempo la lotta degli elettromeccanici a Milano del 1960 iniziò a innovare anche le forme di mobilitazione. Per consultare i lavoratori si distribuivano i questionari all’entrata per raccoglierli poi all’uscita a fine turno. Si aggirava il divieto di assemblea in fabbrica riunendoci sul marciapiede dell’ingresso e se la polizia ci cacciava via, ci spostavamo su quello di fronte. La battaglia andò ancora avanti fino a che, nell’autunno del ’69, la Costituzione entrò in fabbrica sulle spalle dei lavoratori.
Rassegna Come in spalla?
Pizzinato Proprio così. Durante la lotta per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici si decise che in un determinato giorno in tutt’Italia le assemblee si sarebbero tenute in fabbrica: allora io dirigevo la zona di Sesto, i lavoratori uscirono sul piazzale esterno, mi caricarono in spalla e mi portarono all’interno. Insomma nel corso di questi anni si è passati da una profonda crisi determinata anche dalla rottura dell’unità, dall’accordo separato del 1954, dai licenziamenti e i reparti confino, per poi evolvere verso una serie di lotte che pesarono sia nel rapporto con le direzioni aziendali sia in parlamento.
Rassegna E in fabbrica, oltre che condividere il telefono, come cambia il rapporto con gli altri componenti della Commissione interna?
Pizzinato Con l’introduzione delle prime catene di montaggio bisognò occuparsi di altre cose, in primo luogo delle pause e dei rimpiazzi per garantire i bisogni fisiologici degli addetti, e su questi temi riuscimmo a ricostruire un percorso unitario e organizzare delle lotte comuni, tra il 1956 e il 1957: mi ricordo, ad esempio, che per proclamare uno sciopero unitario dovemmo indirlo contro l’invasione dell’Ungheria e contro l’intervento inglese a Suez. Si è trattato di un processo partito dal basso, non diffuso ovunque e che ha richiesto qualche anno per sconfiggere la volontà sia dell’azienda che del governo volta a isolarci dalle altre organizzazioni sindacali.
Rassegna Finalmente si arriva all’approvazione dello Statuto, approvato al Senato l’11 dicembre ’69, alla vigilia di Piazza Fontana, e alla Camera il 20 maggio dell’anno successivo. Cosa cambia?
Pizzinato Posso dirti cosa cambiò per me che allora, dopo l’esperienza delle Commissioni interne, ero responsabile di zona a Sesto e nella segreteria provinciale della Fiom milanese. Contrattammo immediatamente con le quattro grandi fabbriche (Falck, Breda, Magneti Marelli ed Ercole Marelli) e le altre 130 medio piccole aziende l’applicazione dello Statuto, eleggemmo in pochi mesi 1.133 delegati che, riuniti in assemblea nel palazzo comunale di Sesto alla presenza di Bruno Trentin, elessero il Comitato direttivo ed esecutivo del Sum, vale a dire il sindacato unitario dei metalmeccanici, la cui sede fu offerta dal Comune. Dunque, facemmo diventare, anticipando la futura Flm, quei comitati aziendali spontanei nati nell’autunno caldo organismi eletti dai lavoratori con voto segreto, su scheda bianca o su liste, a seconda degli accordi conclusi in fabbrica. Ma c’è un altro tema che a Sesto San Giovanni, a Corsico e in generale in Lombardia riuscimmo a sviluppare, quello dell’ambiente e della sicurezza del lavoro. Nei primi anni Settanta, a seguito delle nostre lotte e del rapporto stabilito con gli studenti di Medicina del Movimento studentesco e con la Clinica del lavoro di Milano, arrivammo a costituire gli Smal, Servizi di medicina del lavoro, organismi pubblici diffusi sul territorio. Rispetto all’articolo 9 dello Statuto si fece un passo in avanti che anticipava la riforma del servizio sanitario, stabilendo che i servizi sanitari devono comprendere anche quelli per la sicurezza e la salute. Tieni presente che allora si aveva una media di 7- 8 infortuni mortali al giorno, oggi ridotti a 3, e che a fine anni ’80 il numero d’invalidi del lavoro era superiore a quello determinato dalla seconda guerra mondiale.
Rassegna Democrazia, contenuti, unità, rappresentatività: si tratta del momento più alto della storia del lavoro?
Pizzinato Avevi non solo la democrazia ma anche la conoscenza diretta della pluralità di situazioni e di problemi nelle unità produttive e, rispetto alla situazione attuale, si aveva un rapporto diretto con i lavoratori sia da parte della struttura sindacale di fabbrica che della struttura sindacale esterna. Mi è capitato più volte di essere chiamato al telefono di notte dal delegato di reparto che mi invitava a tenere un’assemblea alle quattro di mattina. Questa conoscenza diretta e questo rapporto forte con i lavoratori oggi non ci sono più. Ti do due dati per spiegarne la ragione. Nel 2007 gli addetti al manifatturiero in Lombardia erano di meno rispetto a quelli presenti nel 1951, nonostante che tra il 1951 e i primi anni Settanta siano emigrati in questa regione circa due milioni di persone e sia aumentato di un milione il numero dei lavoratori dipendenti. Allora a Sesto avevo l’80 per cento dei lavoratori in sole quattro aziende mentre oggi, per rimanere a Sesto, il 94 per cento degli addetti opera in aziende con meno di 9 dipendenti, che non hanno neppure la disponibilità della posta elettronica per essere contattati. Questo vuol dire che la maggioranza delle persone lavora dove non esiste il sindacato e che per cambiare bisogna ripensare tutto da capo.
Rassegna È qualcosa che si dice da un po’ di tempo…
Pizzinato È vero, potrei farti vedere la prima pagina di un numero del 1983 (o dell’84) di
Battaglie del Lavoro, quando eravamo in segreteria regionale Bellocchio e io, dal titolo “La Lombardia cambia, come ripensiamo il sindacato”.