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Tariffe postali, Edit.Coop. fa ricorso al Tar

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Con i colleghi del “Salvagente” e di “Carta”, e con la tutela legale di Mediacoop, abbiamo presentato al Tar di Roma il nostro ricorso contro il decreto che abolisce le tariffe agevolate per la stampa distribuita con abbonamento postale

di Tarcisio Tarquini*

Giovedi scorso, insieme con i colleghi del “Salvagente” e di “Carta”, e con la tutela legale di Mediacoop, l’associazione che rappresenta le cooperative di giornalisti, abbiamo presentato al Tar di Roma il nostro ricorso contro il decreto interministeriale che abolisce le tariffe agevolate per la stampa distribuita con abbonamento postale.

Riteniamo di aver solidi motivi per chiederne la sospensione degli effetti e, successivamente, la cancellazione. C’è di fatti un’evidente – noi pensiamo clamorosa – violazione di legge, dal momento che (riassumo senza entrare troppo nel merito giuridico piuttosto articolato) la norma che istituisce le tariffe agevolate stabilisce che esse possano essere riviste (e adeguate) attraverso un provvedimento del ministero dello sviluppo, ma non che possano essere da questo annullate, come invece è avvenuto.

Se si fosse voluto revocare l’agevolazione si sarebbe, perciò, dovuto ricorrere a una nuova legge e non a un atto di rango inferiore che, come noto, non può modificarne uno di livello più alto. Non si è operato in questo modo, imboccando la via maestra della legge, per fretta, per pressapochismo, per disperazione (far quadrare i conti che non tornano), per indifferenza verso una stampa mai troppo considerata e oggi addirittura disprezzata (dopo la confusione apportata in gran quantità da inchieste giornalistiche mai troppo attente alle distinzioni), per la pressione dell’azienda postale, preoccupata di arrivare all’appuntamento della liberalizzazione con qualche voce di ricavo in disordine: il fatto è che il danno determinato è grave e noi - dopo l’infruttuosa trattativa tra organizzazioni di rappresentanza e Poste italiane, sollecitata piuttosto ipocritamente dallo stesso governo che non è riuscito però nemmeno a favorirne la conclusione positiva – non abbiamo avuto altra opzione che ricorrere al giudice, con la fondata speranza di un accoglimento del nostro ricorso.

Certo, è piuttosto sconfortante registrare che a muoversi siano stati solo Mediacoop e uno sparuto manipolo di testate cooperative, come la nostra, mentre tutti i giornali cattolici, che pure distribuiscono tramite posta milioni di copie, ma anche quotidiani e periodici con centinaia di migliaia di abbonamenti, rappresentati dalla Fieg, hanno scelto di attendere, confidando – così ci è stato detto – nel destino positivo della nostra iniziativa. Se anche in quest’occasione si fosse agito con la stessa decisione e unità di precedenti iniziative, il peso politico del ricorso giudiziario sarebbe stato assai superiore e così anche le possibilità non tanto di influenzare i giudici (che è bene agiscano sempre, e anche in questo caso, con la serenità che discende dalla loro imparzialità) ma di provocare un ripensamento di Poste italiane e del Ministero, inducendoli a ritirare un provvedimento piombato come un fulmine a ciel sereno (si fa per dire) e con effetto immediato.

E, del resto, che ci fossero margini per un passo indietro, e forse ancora ci siano, è dimostrato dal voto del Parlamento della scorsa settimana che, approvando il decreto di incentivi per lo sviluppo, ha ripristinato le tariffe agevolate (con 30 milioni di euro per finanziarle) per la stampa non profit, accedendo alle giuste istanze di chi aveva denunciato gli effetti devastanti per l’attività di informazione di tante benemerite associazioni di volontariato: quelle che spesso solo tramite le proprie pubblicazioni riescono a creare consenso per le loro attività, a lanciare campagne di finanziamento dei loro progetti umanitari, a dare conto delle azioni svolte e dei risultati raggiunti.

Non sono, però, solo motivazioni di tipo giuridico quelle che ci portano a richiamare ancora in sede politica, e avvalendoci della tribuna del nostro giornale, l’assoluta inaccettabilità dell’abolizione delle agevolazioni postali. C’è, innanzi tutto, una ragione di tipo imprenditoriale: la decisione è arrivata il 30 marzo con decorrenza primo aprile e ha prodotto un vero e proprio terremoto nei bilanci delle società, visto che il costo delle spedizioni è raddoppiato senza che si potesse fronteggiare l’aggravio con l’aumento del prezzo degli abbonamenti, che avrebbe imposto ai lettori un indebito supplemento a un “contratto” già definito e concluso.

Da anni ormai il nostro settore e la nostra stampa sono costretti a subire incursioni di questo tipo (si veda la vicenda del fondo per l’editoria), senza alcun rispetto per la loro difficile realtà produttiva, senza alcuna attenzione per il mantenimento di condizioni che consentano alle loro aziende e ai giornali di programmare basandosi su dati certi, al riparo dalla volubile, prepotente, sconsiderata discrezionalità di ministeri, dipartimenti e enti di servizio.

Si continua a ripetere che le risorse sono poche per tutti, e intanto però non si pone mano alla bonifica di un settore che, come indicano anche le recenti indagini che hanno riguardato il gruppo editoriale del senatore Ciarrapico ( e quanti, e d’ogni tendenza, come questo?), nasconde ancora sprechi, illegittimità, elusioni, furbizie, abusi che se fossero contrastati e eliminati permetterebbero di garantire finanziamenti pubblici nella misura necessaria ad assicurare il sostegno sufficiente all’attività delle vere cooperative e alla pubblicazione dei giornali tagliati fuori dalle ricche (oggi un po’ meno) torte pubblicitarie. Si è finito con l’attendere l’intervento della magistratura che ovviamente non può arrivare a tutto e a tutti, se il controllo pubblico preventivo manca e l’iniziativa legislativa riparatrice è debole o addirittura assente.

Il governo ha annunciato qualche tempo fa gli Stati generali della stampa per discutere di una nuova legge complessiva di riforma dell’editoria; si dovrebbero tenere a giugno, ma il rischio è che ci si arrivi con una situazione già compromessa e perciò senza la serenità indispensabile per misurarsi su un progetto di lungo periodo. Al momento, infatti, non c’è solo il danno delle negate agevolazioni postali (noi ne subiamo un aggravio di entità tale che, se investissimo l’equivalente per creare occupazione, daremmo lavoro a altre due persone). C’è soprattutto confusione sul futuro di tutto il sistema delle provvidenze pubbliche: oggi, quasi a metà del 2010, non sappiamo ancora quanto verrà assegnato nel 2011 al fondo dell’editoria né si capisce bene con quali criteri i contributi verranno riconosciuti alle testate ammesse (il regolamento non è stato adottato e, se lo fosse così come è, procurerebbe parecchi altri danni): sulla base di quali elementi, dunque, le imprese potranno abbozzare una programmazione plausibile?

La ragionevolezza imporrebbe di sospendere tutte le modifiche e neutralizzare i provvedimenti adottati finora per consentire una discussione a tutto campo da cui esca un progetto di riforma vero, magari anche con qualche soldo in meno da distribuire ma qualche certezza in più da offrire a tutti color che operano nell’editoria italiana; e soprattutto con un’idea vera di ciò che sarà l’informazione nei prossimi anni, che poi alla fine è ciò che manca davvero.

* presidente Edit.Coop.




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TAGS edit coop

10/05/2010 00:06

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