Si fa strada l'ipotesi che l'assalto alla Marfin, che ha provocato tre morti, sia opera del
gruppo neonazista “Chrisi Avgi” (Alba radiosa). Il governo non cambia linea e conferma il piano di austerità
In questo momento c’è una tregua, non si sa quanto momentanea, tra il movimento anarchico, protagonista degli scontri che stanno infiammando Atene e la polizia che si limita a controllare da distanza la situazione. Il nostro collega della
Stampa, Roberto Giovannini, ci racconta queste ore drammatiche che stanno sconvolgendo la Grecia, dopo che stamattina
tre lavoratori, probabilmente bancari, sono morti nell’assalto a colpi di bombe molotov che si è avuto contro la sede della banca Marfin.
Nulla faceva presagire - commenta Giovannini - l’esito tragico di una manifestazione che si preannunciava tesa, come qualsiasi cosa accada nel paese in queste ore, ma non violenta. Tutto è accaduto piuttosto rapidamente, una trentina di persone si sono staccate dal fianco sinistro del corteo fino a quel momento pacifico e hanno bruciato macchine e frantumato le vetrine della banca lanciando all’interno le bombe molotov che hanno provocato le tre vittime.
La notizia non è stata data subito. Per avere esatta cognizione di ciò che era successo è stato, infatti, necessario che i pompieri accorsi immediatamente sul luogo spegnessero l’incendio e si diradasse la spessa coltre di fumo che ha invaso l’edificio e la zona circostante.
Su chi siano i protagonisti dell’attacco, adesso - racconta Giovannini - si fanno ipotesi diverse, oltre a quella ufficiale che vuole che siano esponenti del movimento anarchico che capeggia in queste ore l’ala violenta della protesta. C’è chi parla infatti dell’intervento di un gruppo di provocatori, appartenenti al gruppo neonazista di “Chrisi Avgi” (Alba radiosa) e c’è qualche elemento che porterebbe a confermare l’ipotesi, dal momento che i gruppi anarchici avevano annunciato la volontà di manifestare in maniera pacifica.
Gli scontri e l’alto livello della tensione non hanno, però, determinato un cambiamento di linea da parte del governo socialista greco che - racconta Giovannini - ha riconfermato la sostanza delle misure che hanno scatenato la protesta, che non è stata depotenziata nemmeno dai provvedimenti tendenti a garantire una maggiore equità degli interventi, come la tassa straordinaria per i profitti di impresa, la non retroattività dei tagli al salario dei pubblici dipendenti, un alleggerimento del carico sui salari dei lavoratori del settore privato.
Tutti sono convinti che gli spazi che il governo ha a disposizione per cambiare le sue proposte sia pressoché nullo, se non si vuole il tracollo e l’uscita dall’euro. Le stesse due confederazioni sindacali principali si trovano davanti a un dilemma che i sindacati italiani conoscono bene, perché dovettero affrontarlo diciotto anni fa, nel periodo del governo presieduto da Giuliano Amato: accettare un accordo che tenti di salvare il salvabile o spingere fino in fondo una protesta che non si sa bene a cosa potrà davvero portare. Ma qui l’incognita è ancora più grande, perché non si riesce a capire bene nemmeno se e in che misura un eventuale accordo verrebbe accettato dal movimento di lotta.