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Dove va la Chiesa cattolica

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Intervista a Giancarlo Zizola, saggista, vaticanista e docente di Etica della comunicazione all’Università di Padova. 5 anni di Benedetto XVI, tra aperture progressiste sulla dottrina sociale e spinte regressive in tema di diritti e libertà individuale

di Stefano Iucci

autore: MikiAnn, da Flickr (immagini di autore: MikiAnn, da Flickr)
Dove va la Chiesa cattolica? A cinque anni dall’inizio del pontificato di Benedetto XVI la navigazione vaticana sembra spesso a vista. Tra spinte progressive – la critica alla globalizzazione, la difesa dell’accoglienza dei popoli migranti, gli importanti aggiornamenti della dottrina sociale della Chiesa consegnati a un’enciclica notevole come la Caritas in veritate – e altrettante regressive, in materia di diritti, libertà individuali e così via. Per non parlare, naturalmente, della terribile questione della pedofilia che ha messo ben in evidenza, oltre alle criminali perversioni individuali, colpevoli e gravi difetti e mancanze di sistema e governo della Chiesa.

Di questi temi abbiamo discusso con Giancarlo Zizola, che oltre a scrivere con puntualità di questi argomenti su Repubblica, insegna Etica della comunicazione all’Università di Padova, attività cui aggiunge una prolifica vena d’autore (ultimo volume pubblicato, nel 2009, Santità e potere. Dal Concilio a Benedetto XVI: il Vaticano visto dall’interno, Sperling e Kupfer). “Le contraddizioni cui lei accenna nella domanda – dice Zizola – rivelano una concezione purista, inconsciamente disincarnata della Chiesa. Per una nostalgia evangelica incoercibile sono emersi ciclicamente nella sua storia dei movimenti spirituali che, in nome del ritorno al Vangelo ‘senza glossa’, l’hanno posta dinanzi alle sue contraddizioni. Credo che anche la prova che la Chiesa nel suo insieme, e non soltanto il papato, sta attraversando in questa stagione sia riconducibile alle resistenze istituzionali a una profonda riforma. Soprattutto in Italia il messaggio della Chiesa è talora appesantito da troppe intrusioni nel terreno politico”.

Il Mese In che senso?

Zizola Non emerge con consapevolezza sufficiente che con la fine del regime di cristianità la Chiesa non può più caricarsi come un tempo del compito di creare o assistere il legame sociale, ma che può e deve semplicemente ispirarlo. Il suo compito non è di fare decreti legge o di far fallire i referendum, ma di formare le coscienze. Oggi la sfida della società secolare impone non solo la coscienza del carattere minoritario del “piccolo gregge” ma anche una adesione non formale alla consegna evangelica del “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Una consegna che non riguarda solo l’ambito laico della politica, ma anche lo sviluppo delle autonomie sul piano antropologico, inclusa la formazione delle responsabilità personali nella gestione della sessualità.

Il Mese Colpisce il fatto che in molti dei bilanci che si fanno dei cinque anni di papa Benedetto XVI non venga mai citata la sua Caritas in veritate, che è un aggiornamento importante della dottrina sociale della Chiesa. Quali sono secondo lei i suoi aspetti più innovativi?

Zizola
L’enciclica ha tagliato fuori, con una vera discontinuità, la corrente del cosiddetto “capitalismo cristiano” di origine americana, che aveva avuto una parte non secondaria nell’elaborazione finale della Centesimus annus di papa Wojtyla nel 1991. La crisi finanziaria brutale esplosa nel 2008 ha giocato la sua parte nell’opzione principale della nuova enciclica sulla globalizzazione, che non a caso rivaluta e prolunga la Populorum progressio di Paolo VI. C’è stata una durissima battaglia combattuta dietro le quinte dai difensori della “teologia del capitalismo” che miravano a strappare all’autorità pontificia un nuovo sigillo sulla redimibilità etica di questo sistema neoliberista in dissolvimento. Ma i crack erano ormai troppo violenti per qualsiasi operazione di recupero. Il campo era così divenuto sgombro per quello che si candida ad essere il primo documento postcapitalistico del magistero sociale della Chiesa: postcapitalistico nel senso che si propone di andare oltre la struttura economica dominante. Così questa enciclica permette al papa di lanciare dalle macerie del capitalismo assolutista la sua proposta all’umanità intera, poteri e società civile, per elaborare programmi a lungo termine, basati sul rispetto della vita umana, sull’armonia delle diversità, sull’equa ripartizione delle risorse, sulla salvaguardia dell’ambiente, su un governo mondiale “poliarchico”.

Il Mese La dottrina sociale della Chiesa viene tradizionalmente “ancorata” alla Rerum novarumdi Leone XIII. Tuttavia essa rientra da sempre nei campi d’interesse del magistero e dell’azione della Chiesa cattolica. Come si colloca, secondo lei, la Caritas in veritate di Benedetto XVI in questa storia, in particolare con questo insistere sull’importanza della “verità”?

Zizola Credo che sia importante discernere il senso della continuità di questa enciclica con le dinamiche del magistero sociale dei papi precedenti. Tuttavia questa enciclica si fa notare per una sua forte originalità. Non esita, infatti, a sfidare le logiche dei realisti proponendo che il dono, il principio di gratuità, non siano solo forme umanitarie occasionali e terapeutiche, per ridurre l’indisciplina sociale, ma siano integrate come parte del processo economico. Siamo agli antipodi dell’ideologia del mercato pseudo-autoregolantesi e del determinismo economico della “mano” invisibile. La tesi di Ratzinger è semplicissima: senza una precisa scelta etica di base nessuna economia può aspirare ad essere veramente umana. Emerge una convinzione basilare non priva di audacia e, a suo modo, di valenza critica: l’etica deve essere il motore dell’economia, non un optional. E non è un caso che alcuni dei maggiori esponenti del pensiero catto-capitalista, come gli americani George Weigel e Michael Novak, hanno rivolto al documento critiche esplicite.

Il Mese
Se questo è vero, perché la Chiesa viene ascoltata molto di più quando interviene sui temi dei diritti e della sessualità che non su temi più sociali?

Zizola
Tutti i dati, purtroppo, confermano che nemmeno la ricezione del messaggio della Chiesa nel campo dell’etica privata è brillante, specie nella cultura (o incultura) delle nuove generazioni. In ogni modo, l’impero mediatico si fa specchio di un disegno dei grandi poteri, che riproduce una divisione del lavoro: la Chiesa confinata nella gestione del privato, del culto, del foro interno; il potere civile sovrano sulle questioni sociali, anzi irritato se papa, vescovi, conferenza episcopale osano levare la voce a difesa dei diritti degli immigrati o dei lavoratori. Si nota che dietro questa divisione del lavoro vi è la pretesa di amputare il cristianesimo della sua dimensione storica incarnata, del suo statuto fondamentale, che è l’opzione del Cristo per i più poveri e oppressi. È un’eresia tipica dei regimi totalitari del Novecento. Anche le dittature latino-americane, da Videla a Pinochet, si professavano devote, ma a patto che la Chiesa le lasciasse fare. In cambio di uno spiritualismo che non morde e non costa nulla ma produce molti voti alle elezioni la Chiesa viene coperta d’oro concordatario. E forse un clero lavorato da decenni di imborghesimento non si accorge che gli viene cambiata sotto gli occhi la religione: perché un cristianesimo che perdesse i poveri perderebbe sé stesso.

Il Mese Per tirare un po’ le fila dei ragionamenti fatti finora, come giudica lei i primi cinque anni di questo papato, tra queste spinte molto diversificate?

Zizola Dirò francamente che considero parziali e forse fuorvianti le descrizioni di questi cinque anni di papa Ratzinger limitate solo ad alcuni dei suoi atti più traumatici. La difficoltà principale di Ratzinger è nella sua griglia concettuale, così vincolata alla cerniera storica tra il messaggio cristiano e la cultura greca e romana da non riuscire a collocarsi, culturalmente, allo spartiacque tra l’Occidente e il mondo della globalizzazione, delle antichissime culture e tradizioni spirituali della Cina, dell’India, dell’Africa, e poi di prendere atto positivamente, sia pure senza rinunciare a un necessario distacco critico, della potenza tecnologica dell’umano, del sapere comunicato per vie orizzontali, in rete, in flusso, non più verticali e gerarchiche. Ciò che fece Gregorio Magno nella crisi dell’Impero Romano con la mediazione tra i valori classici e le culture fresche e forti dei “Barbari” (rifondando l’Occidente), il papa tedesco, con la sua cultura sterminata e la sua teologia finissima, sembra faticare a farlo portandosi audacemente fuori dell’egemonia dell’Occidente, nella corrente del nuovo millennio per esaltarne le virtualità cristiane. Così molti atti sono precipitati uno dopo l’altro nella lettura pubblica in quanto successi della destra che non aveva mai digerito le riforme conciliari e che riteneva giunto il sospirato momento per cavalcare il trono papale per guadagnare l’obiettivo di sempre: fare tabula rasa della riforma cattolica.

Il Mese Lo scandalo della pedofilia ha fatto assurgere agli onori della cronaca le chiese locali; in molti hanno sentito parlare forse per la prima volta di una Chiesa irlandese, tedesca, americana… Potrebbe essere questa un’occasione per affermare una maggiore democrazia nella Chiesa, un maggior ascolto alla Chiesa come Ecclesia di fedeli?

Zizola Ogni grande crisi nella storia della Chiesa si è dimostrata nel tempo una opportunità. È possibile che anche questa acceleri la trasformazione di un modello di Chiesa rimasto troppo attaccato alla figura regale e politica della cristianità avvitata intorno alla casa clericale e alla curia romana, in un modello più spoglio, meno privilegiato e patriarcale, più egualitario e fraterno, meno autoritario e centralista. Esito a parlare di democrazia nella Chiesa. Essa non è assimilabile a un regime politico. Possiamo dire però che, se la Chiesa non è una democrazia ma una comunione, l’essere una comunione dovrebbe significare per essa essere più di una democrazia. Ma non meno. Del resto persino il codice di diritto canonico garantisce i diritti dei fedeli a rappresentare liberamente i loro pareri ai vescovi su cose riguardanti il bene della Chiesa. Ma queste e altre acquisizioni nel senso della realtà comunionale della Chiesa hanno subìto già sotto Giovanni Paolo II pesanti misure di contenimento, al coperto delle masse osannanti che lo seguivano.

Il Mese Recentemente lei ha scritto su Repubblica che “la questione soggiacente alle perversioni dei singoli riguarda alcuni dei funzionamenti strutturali della Chiesa”. Cosa intende, con questo?

Zizola
Credo che vada riconosciuto il coraggio di Benedetto XVI di aver smantellato il sistema organizzato dell’omertà e di aver riportato nel pubblico della Chiesa e della società ciò che era tenuto nascosto. Ma naturalmente misure repressive o di tipo poliziesco non sono sufficienti. Se la Chiesa non fosse così strettamente associata al clero, se fosse una reale comunità, con ministeri anche laicali, a uomini e donne, probabilmente questi crimini non sarebbero stati possibili né avrebbero scatenato una tale disaffezione generale verso l’intera Chiesa. Mi pare dunque che la purificazione debba venire associata a misure di trasformazione del modello di Chiesa. Alcune misure sono state già annunciate: l’introduzione delle consulenze psicologiche nei seminari, l’attenzione alla maturazione psichica e affettiva dei candidati al sacerdozio, la valorizzazione positiva della sessualità umana, l’acquisizione normale della figura e del ruolo della donna in quell’universo monosessuale che è la struttura del clero. Forse in avvenire la Chiesa latina considererà matura anche al suo interno la possibilità di opzione per un clero uxorato.

Il Mese La vicenda della pedofilia ha rivelato una forte crisi di fiducia verso la Chiesa italiana, che in genere nel passato recente sembrava resistere rispetto alla crisi di altri grandi istituzioni. Come può essere recuperata questa fiducia?

Zizola Da tempo la Chiesa si è logorata per essersi invischiata in progetti di riconquista e di presenza “neocostantiniana”, che l’hanno assimilata non di rado a un soggetto di potere, alla pari di altri soggetti politici. Questo l’esito pubblico dell’interventismo sempre più direttivo del magistero sui “valori non negoziabili”, che finisce per ridurre anche il grande significato degli interventi della Caritas e di molte Chiese a protezione delle vittime delle strutture di ingiustizia, proprio quelle che si producono e cercano copertura nell’alleanza concordataria fra Chiesa e Stato e con l’appoggio anche di movimenti sedicenti cattolici identitari. Dunque la guarigione non può che essere cercata sulla via della separazione tra Dio e Cesare, la via di una formazione di minoranze cristiane di convinzione, più che di tradizione, di una chiamata generale dei cristiani laici alla corresponsabilità direttiva delle comunità di fede, di un apprendistato generale del pensiero sociale della Chiesa per salvaguardare i valori cristiani dell’eguaglianza, della solidarietà e del valore dell’Altro nella nuova società pluralista.



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TAGS chiesa vaticano

03/05/2010 15:02

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