Stefano Cucchi: picchiato dalle guardie e ignorato dai medici
La Procura di Roma chiude l'inchiesta. In 13 verso il processo, emergono nuovi particolari: fu preso a calci, poi in ospedale neanche un cucchiaio di zucchero e il finto certificato di morte. I medici rischiano fino a 8 anni per abbandono di incapace
di E.D.N.
Sono 13 le persone indagate per la morte di Stefano Cucchi, il geometra romano di 31 anni deceduto il 22 ottobre 2009 al Sandro Pertini, sei giorni dopo l’arresto per possesso di stupefacenti. Sul suo corpo, dopo la denuncia dei famigliari, l’autopsia aveva rilevato evidenti segni di percosse. Oggi (30 aprile) si chiude l’indagine della Procura di Roma, che contesta ufficialmente i reati: tre guardie carcerarie indagate per lesioni personali e abuso di autorità, sei medici per abbandono di persona incapace, aggravata dalla causa di morte di Cucchi che avvenne per mancanza di cure. Abbandono di incapace è anche il reato contestato a tre infermieri, infine il funzionario del Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria è accusato di falso. In sostanza: cade il reato di omicidio colposo, ma ne restano altri più gravi come l’abbandono. Peggiora la posizione dei sei medici: per il loro reato la pena massima raggiunge 8 anni. E soprattutto, nuovi e inquietanti particolari emergono dal capo di imputazione firmato dai pm romani: le guardie carcerarie lo presero a calci. Poi, nella struttura ospedaliera, per salvarlo bastava un cucchiaino di zucchero sciolto nell’acqua, ma non fu dato neanche quello. Quindi il medico di turno firmò un finto certificato di morte per cause naturali.
L’accusa principale è abbandono di incapace. I pm contestano a medici e infermieri di aver abbandonato il ragazzo per cinque giorni, dal 18 al 22 ottobre, quando non era in grado di provvedere a sé stesso. Cucchi era affetto da “politraumatismo acuto con bradicardia in soggetto in stato di magrezza patologica”, la sua condizione esigeva la piena attivazione degli operatori sanitari. Al contrario, si legge, questi “omettevano di adottare i più elementari presidi terapautici e di assistenza (…), che non comportavano particolare difficoltà di attuazione essendo peraltro certamente idonei ad evitare il decesso del paziente”. Furono dunque loro a causarne la morte. In più il medico di turno la notte del 22, dottoressa Flaminia Bruno, nel certificato “avrebbe falsamente attestato che si trattava di morte naturale, pur essendo a conoscenza delle patologie di cui era affetto, perchè‚ ricoverato nel reparto nei cinque giorni precedenti, ricollegabili a un traumatismo fratturativo di origine violenta”. Ovvero, i medici non potevano ignorare lo stato del paziente. E la salma andava consegnata subito all’autorità giudiziaria.
Proseguendo, i nove tra medici e infermieri notarono i segni di percosse ma preferirono ignorarle. Così l’imputazione: “Avendo preso conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni della commissione del reato di lesioni personali aggravate e abuso di autorità contro arrestati, omettevano di riferirne all’autorità giudiziaria”. Due medici sono accusati di rifiuti di atti d’ufficio: infatti “indebitamente rifiutavano di trasferire il paziente con assoluta urgenza presso un reparto idoneo”. Quindi la parte più agghiacciante: un semplice cucchiaino di zucchero, sciolto in un bicchiere d’acqua, poteva salvare la vita del giovane. Secondo i rilievi, il 19 ottobre egli aveva “valori di glicemia ematica pari a 40 mg/dl” – ancora sotto la soglia pericolosa –, ma gli addetti non sono intervenuti “neppure con una semplice misura quale la somministrazione di un minimo quantitativo di zucchero sciolto in un bicchiere d'acqua che il paziente assumeva regolarmente, misura questa idonea ad evitare il decesso”. Non fu controllato neanche il catetere, “determinando l'accumulo di una rilevante quantità di urina in vescica”.
E' lunga la lista di omissioni volontarie. Tra le altre, la mancata comunicazione al paziente della necessità di svolgere esami essenziali, limitandosi ad annotare i suoi rifiuti nella cartella clinica. Oppure la mancata comunicazione della volontà di Cucchi, che chiese ripetutamente di parlare con il suo avvocato. Richiesta, secondo i pm, che doveva subito essere girata al personale di polizia penitenziaria. Anche il 21 ottobre, alla vigilia della morte, non ci fu nessun intervento: i medici si limitarono a constatare le condizioni critiche, chiedendo con una lettera al magistrato competente il trasferimento presso un reparto più idoneo. Misura mai avvenuta, che era però “agevolmente attuabile” all’interno dello stesso ospedale.
Poi si passa alle guardie carcerarie. Le quali aggredirono Stefano Cucchi il 16 ottobre, mentre si trovava in una cella di sicurezza del Tribunale di Roma in attesa dell’udienza di convalida del fermo. Lo presero a calci e lo spinsero. Nel dettaglio, i tre agenti di polizia penitenziaria lo “fecero cadere a terra” causandogli un “politrauma” nella zona “sopracilliare sinistra”, ferite alle mani e lesioni al gluteo destro e alla gamba sinistra nonché “l'infrazione della quarta vertebra sacrale”. Per farlo desistere dalla richiesta di cure, lo sottoposero a “misure di rigore non consentite dalla legge”. Il funzionato del Provveditorato, in questa ricostruzione, avrebbe istigato i medici a scrivere nella cartella clinica “che le condizioni generali di Cucchi erano buone”. Insomma, per la procura romana fu questo concorso di responsabilità a causare la fine del giovane: mentre si trovava in due strutture – un istituto detentivo e un ospedale pubblico – entrambe garantite dallo Stato.
Commento positivo arriva dalla famiglia. “Esprimiamo soddisfazione per il grande lavoro svolto dai pm”, si legge nel loro comunicato. Che torna a porre l’accento anche sulle percosse: “Quando è stato arrestato Stefano stava bene – ricorda - ed è morto in condizioni terribili perchè stava male dopo essere stato picchiato dagli agenti di polizia penitenziaria”. Fu picchiato perché si lamentava e chiedeva cure, è una “tremenda verità che emerge chiaramente”. E ancora: “Non dimentichiamo che senza quelle botte Stefano non sarebbe morto”. Infine i medici accusati: “Si devono vergognare e non sono più degni di indossare un camice”. Non è soddisfatta l’associazione “A buon diritto”, tra le prime a denunciare la vicenda. Al presidente Luigi Monconi non piace che sia scomparsa la parola “omicidio”: “Questo è un errore estremamente grave che rischia di compromettere l’andamento del processo”. Durissima la reazione dell’avvocato Fabio Anselmi, legale dei Cucchi: “La ricostruzione della vita di Stefano in quei momenti è allucinante, ricorda la detenzione degli internati dei campi di concentramento, di Auschwitz e di Dachau”.