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Dopo le regionali

Lazio e Piemonte, sindacato e nuovi poteri

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Il lavoro non è in cima alle preoccupazioni della destra, com’è risaputo. E le esperienze di concertazione messe in piedi potrebbero ora improvvisamente interrompersi. Gli scenari che si aprono dopo Bresso e Marrazzo preoccupano il mondo del lavoro

di Giovanni Rispoli

Foto di iLenny (da Flickr) (immagini di Foto di iLenny (da Flickr))
La brutta sconfitta subita dal centrosinistra alle recenti elezioni regionali non è un problema solo per le forze politiche che si oppongono al progressivo slittamento del paese verso un regime di democrazia autoritaria: un problema che riguardi la prospettiva, dunque (anche se, nelle intenzioni del Cavaliere, le tappe che questa prospettiva dovrebbero concretizzare non dovrebbero essere poi tanto lontane).

È, quella sconfitta, intanto un assillo, un assillo immediato, per il sindacato e la Cgil. Perché il lavoro non è in cima alle preoccupazioni della destra, com’è risaputo, ma anche perché – è lecito pensare – le esperienze di concertazione messe in piedi in alcune regioni potrebbero ora improvvisamente interrompersi. È il caso del Piemonte e del Lazio, le regioni simbolo della vittoria della destra – e della destra in veste leghista, nel primo caso –, dove con le giunte di centrosinistra guidate rispettivamente da Mercedes Bresso e da Piero Marrazzo (prima delle dimissioni, naturalmente), le parti sociali avevano sottoscritto articolati protocolli sull’avvenire delle rispettive realtà (il Patto per lo sviluppo in Piemonte, il patto detto “dei 39 punti” nel Lazio).

Quale scenario si apre adesso? Le priorità restano quelle già individuate o, in ragione del nuovo quadro politico, dovranno subire sostanziosi cambiamenti? E quali riflessioni, con un passo indietro, sono ancora possibili – dopo mille analisi ma anche anche polemiche e accuse reciproche – sulla débacle del centrosinistra? All’interrogativo rispondono qui – per dare maggiore immediatezza alla lettura abbiamo tagliato le nostre domande – i segretari generali Cgil delle due regioni, Vincenzo Scudiere e Claudio Di Berardino. Insieme, in queste stesse pagine, due focus sui casi – emblematici – di Arona e della provincia di Latina, luoghi in cui la Lega da un lato, la neopresidente del Lazio Renata Polverini dall’altro hanno realizzato risultati particolarmente significativi. Partiamo dal Piemonte e, seguendo un ordine cronologico, dal giudizio sul voto.

Scudiere/La nuova amministrazione non potrà sfuggire al confronto

“Le elezioni? Se c’è una discontinuità? Io sono per non esagerare – comincia Scudiere –. La vittoria della Lega non deve meravigliare più di tanto: è un vento, quello di destra, che soffia ormai da dieci anni. E nel Nord per una serie di motivi, non ultimo il radicamento territoriale, è stato detto e ridetto, prende le sembianze della partito di Bossi”. “Poi, certo – prosegue –, c’è la debolezza del centrosinistra. Una debolezza fatta di tante cose. La ragione ultima per la quale in Piemonte si è perso è il voto della Val di Susa, la protesta contro la Tav. Ma ecco, a proposito di debolezza, lì il Pd, che conta dei sindaci, ha a lungo sofferto una grande ambiguità, solo con ritardo si è deciso a intervenire. E questo, alla fine, ha pesato negativamente”.

“Sì, al di là della Val di Susa e dei grillini ha contato anche il voto operaio. Ma il voto operaio non è mai stato per definizione, neanche quando c’era la Classe Operaia, un voto di sinistra. Il punto non è questo. O, perlomeno, non lo è nell’immediato. Il punto di cui preoccuparsi più da vicino è un altro: il voto degli operai, dei lavoratori, iscritti alla Cgil. Da una lato la solidarietà, uno dei valori fondanti della nostra confederazione; dall’altro il ripiegamento sull’interesse particolare e di gruppo, la secessione. Allora, il problema è come facciamo sentire questi lavoratori meno soli, come li facciamo sentire quotidianamente protagonisti di un progetto di cambiamento. Ripeto, quotidianamente: non ci si può limitare a stringere mani sotto le elezioni”. “Il futuro? Un progetto politicoculturale da perseguire, da coltivare, con rigore. Il centrosinistra non può limitarsi a galleggiare, deve essere di esempio. Ed essere di esempio significa dire parole nette contro secessionismo, razzismo e tutti i cattivi umori che albergano oggi nei sentimenti di tanti. Mettendo da parte divisioni e personalismi. Un progetto del centrosinistra è importante anche per noi: non mi pare che lavoro e giustizia sociale siano nell’agenda della destra”.

“Cosa accadrà degli impegni avviati con la giunta Bresso? Intanto ricordo che il patto siglato con la Regione Piemonte è stato ancora più importante di quel che in un primo momento si poteva prevedere. Esso infatti anticipava alcuni dei temi, e delle idee, diventati popolari con l'esplodere della crisi globale. Si individuavano già allora, per il Piemonte, la green economy e la formazione come terreni centrali su cui attivarsi, sui quali scommettere per il futuro. Del resto non è casuale che, a crisi ormai evidente, il Piemonte sia stata la prima Regione a intervenire. E a intervenire con misure di sostegno concreto, per il lavoro e le imprese, mettendo in campo risorse proprie. La nostra preoccupazione, allora, è proseguire su quella strada. Questo non significa che non sia possibile introdurre misure e obiettivi nuovi. Ma l’agenda, nella sostanza, non può essere cambiata”.

“Il neopresidente Cota afferma che il lavoro
, per lui, è una priorità. Però poi parla di lavoro per i residenti, mostrando di avere una concezione assai particolare dei diritti, cosa messa in evidenza su un altro versante con la sparata sulla RU486. Ci sono insomma molte contraddizioni. Ma al confronto con la Cgil e con il sindacato la nuova giunta non potrà sfuggire. Il Piemonte è una regione industriale, una solida regione industriale; e la campagna elettorale è finita. Ora bisogna rappresentare tutti i piemontesi”.

Di Berardino/La sfida di un nuovo modello di sviluppo

“Il voto della nostra regione – è l’esordio di Claudio Di Berardino – ha risentito sicuramente del trend nazionale, e poi della discesa in campo, come suol dirsi, di Berlusconi e della Chiesa. Ma ha contato molto anche la presenza delle forze politiche sul territorio. E da questo punto di vista non si può dire che il centrosinistra abbia brillato. Il risultato della capitale? Roma da una parte, le province dall’altra? Sì, ma non esageriamo. A Roma l’assenza della lista del Pdl e l’astensione non sono state indifferenti. Bisogna fare una riflessione severa, insomma, guardare in faccia la realtà”. “In ogni caso è vero, il voto ha evidenziato comunque la forza della destra nelle province esterne alla capitale. Le ragioni? Una crisi che viene da lontano, che è esplosa creando difficoltà grandi a una serie di realtà industriali già prima della fatidica estate del 2008, e alla quale si è risposto o provato a rispondere con grande ritardo. In un quadro, aggiungo, in cui i comportamenti dei gruppi dirigenti del centrosinistra sono stati fortemente viziati da personalismo: si è guardato molto di più all’io che al noi”.

“La somma di questi elementi,
quello oggettivo e quello soggettivo, la crisi da un lato, l’insufficienza del centrosinistra, delle sue politiche e dei suoi gruppi dirigenti dall’altro, spiega la vittoria della destra”. “Il mondo del lavoro? Certo, l’esito del voto interroga anche il sindacato e la Cgil: l’astensionismo o addirittura il voto alla destra, se scaviamo, hanno riguardato pure i lavoratori. Da noi come altrove, del resto”.

“Adesso? Conosciamo la Polverini come sindacalista, vedremo le scelte che deciderà di attuare nelle sue nuove responsabilità. Per quanto riguarda noi, la Cgil, abbiamo realizzato un lavoro concreto, di cui i 39 punti del patto anticrisi con la Regione siglato all’inizio del 2009 sono sicuramente una tappa importante, ma che sicuramente non si esaurisce in quell’accordo.Al nostro congresso, a metà marzo, abbiamo individuato una serie di priorità e posto, tra tutti, un tema che consideriamo ineludibile: il modello di sviluppo. Un modello, abbiamo detto, che deve farsi policentrico. Roma, in altre parole, non può divorare la regione, così come gli altri capoluoghi non possono accentrare su di sé le possibilità di sviluppo delle rispettive province. Intorno a questa idea di base devono ruotare tutte le scelte di sviluppo: guardando a un’economia che punti all’innovazione e alla sostenibilità, e che trovi in una moderna rete di infrastrutture le sue condizioni di base”.

“Non è il caso in questa sede che torni in dettaglio sul progetto discusso al congresso. Vorrei comunque ricordare che decisiva, per un modello di sviluppo policentrico, quindi in grado di disegnare assetti per il territorio regionale più equilibrati, decisiva, dicevo, è per noi la realizzazione di almeno un’opera pubblica per provincia”. “Quali? Mi limito ai titoli: l’anello romano e la Latina-Roma in tema di trasporto ferroviario; la Salaria verso Rieti, la trasversale Nord (che significa mettere l’Abruzzo in relazione con le province esterne alla capitale oltre che con Terni) e l’ammodernamento della via Pontina in fatto di viabilità; infine, guardando ai trasporti su mare, il potenziamento del porto di Civitavecchia”.

“L’altra grande questione,dicevo, è costituita dal lavoro. Fronteggiare la crisi, i guasti che questa produce, significa innanzitutto ammortizzatori sociali e formazione; una formazione, s’intende, che abbia davvero a che fare con il lavoro futuro. Più in generale il problema è la realizzazione di un vero e proprio patto per il lavoro; un patto guidato dalla Regione e che coinvolga tutti, istituzioni e parti sociali. Un patto che ci permetta far emergere ciò che l’accordo sui 39 punti ancora non ha dato: un intervento forte del pubblico per rimettere in moto l’economia. E che si accompagni a una corsia preferenziale per la legge sugli appalti: i tragici incidenti sul lavoro di questi giorni ci dicono quanto questa sia urgente”. “Certo, la sanità non viene dopo. Sappiamo dei guasti fatti a suo tempo dalla giunta Storace, dei 10 miliardi di debiti lasciati in eredità al centrosinistra, degli sforzi da questo realizzati per uscire dal disastro. Il tema che noi oggi poniamo è rimodulare il piano di rientro. Dici che Tremonti non farà resistenza, che la giunta ‘amica’ avrà il suo contentino? Vedremo. In ogni caso, se rimodulazione ci sarà, il problema che noi poniamo è che abbia un significato anche per le fasce più deboli: che significhi eliminare i ticket, ridurre l’addizionale Irpef, restituire ai meno abbienti, a partire dai pensionati, i 50 milioni di euro concordati con la giunta precedente. La rimodulazione va fatta. Ma se ci sarà non può essere una pacca sulla spalla, ripeto, alla giunta considerata amica”.

“No, non ho chiuso”. Di Berardino vuole concludere ritornando in qualche modo all’inizio, ai problemi posti dal voto. “Sì, lamentarsi della politica, e della politica... della nostra parte politica, è diventata un po’ un’abitudine. Certo, è giusto, non siamo soddisfatti. Ma io credo che dobbiamo guardare anche a noi, al nostro impegno di sindacato. L’ho detto già in occasione del congresso, penso sia giusto insistere: dobbiamo riscoprire il senso di un impegno che richiede molta dedizione: meno palazzo, più spirito militante, più volontariato. È indispensabile, per uscire dalle secche attuali.



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TAGS cgil concertazione regionali

22/04/2010 16:24

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