I lavoratori dei due maggiori gruppi bancari del paese si raccontano al congresso nazionale della Fisac in corso a Rimini. Tra bassi inquadramenti e carenze d'organico: "Lavoriamo più ore, ma gli stipendi si abbassano"
di Emma Berti
RIMINI - Esuberi, carenza di organico, orari di lavoro sempre più dilatati e buste paga sempre più scarne. Sono questi i problemi più sentiti da un fetta consistente di addetti del settore bancario, che se da un lato ha patito meno di altri la crisi e continua a fare guadagni, dall’altro vede alcune vertenze importanti che coinvolgono migliaia di lavoratori. Tra queste spiccano quelle aperte all’Intesa-San Paolo e all’Unicredit, i due più grandi gruppi presenti in Italia, usciti entrambi da una pesante ristrutturazione e che insieme rappresentano i due terzi della categoria.
Gloria Pecoraro, delegata Intesa-San Paolo di Torino, una delle lavoratrici presenti al settimo congresso nazionale della Fisac, racconta quanto sta succedendo nel gruppo. “Il 2 febbraio scorso Fiba Cisl e Uilca Uil hanno firmato con le parti datoriali un accordo che contiene pesanti deroghe al contratto collettivo nazionale, tra l’altro in scadenza. Deroghe che riguarderanno i nuovi assunti del back office, 500 secondo quanto deciso dall’azienda, in alcune zone del paese: L’Aquila, Potenza, Lecce e la provincia di Torino, tutti territori fortemente colpiti dalla crisi, in cui cassa integrazione e disoccupazione imperversano e dove spesso il settore bancario è l’unico in cui ancora si assume”.
Un accordo, continua la delegata Fisac, che costituisce un precedente pericoloso. Sottoinquadramento economico e ulteriore riduzione salariale del 20 per cento, aumento dell’orario settimanale di lavoro da 37,5 a 40 ore, decurtazione di cinque giorni delle ferie, versamento della previdenza complementare da parte dell’azienda ridotto all’1 per cento, su una media del settore del 3. A tutto questo si aggiunge un progetto per l’installazione nelle filiali di nuovi bancomat, che permettono al cliente di effettuare direttamente tutte le operazioni senza l’intervento del bancario. Risultato, 2.000 esuberi tra i cassieri e molto lavoro in più per chi non viene licenziato, “oltre all’eliminazione - sottolinea ancora Pecoraro - dell’indispensabile rapporto tra cliente e impiegato”.
Situazione difficile anche quella che si vive all’Unicredit-Banca di Roma, come racconta Nicoletta Mazzetto, delegata di Ivrea. Al centro delle critiche del sindacato, la politica aziendale di riduzione degli organici (7.500 gli esodi incentivati su base volontaria in tutto il paese, che hanno “impoverito” in particolare la rete degli sportelli), che ha peggiorato la qualità del servizio fornito alla clientela e provocato una forte carenza di personale. “Le conseguenze dirette di questa scelta – commenta Mazzetto - sono ritmi e carichi di lavoro molto pesanti, il mancato rispetto integrale della normativa sulla sicurezza, il minore impegno sulla formazione, già carente, la compromissione del regolare funzionamento della banca”.
A oggi sono risultate vane le trattative con l’azienda: “Il nostro obiettivo è quello arrivare a soluzioni condivise, ma le risposte della nostra controparte non sono state soddisfacenti e hanno portato in varie parti d’Italia allo sciopero”. L’ultimo, lo scorso 9 aprile, indetto dalle sigle di categoria della Toscana.