Al congresso Fisac di Rimini, Massimo Mariotti. Rsa del sincacato e del primo centro gay di Milano attacca duramente uil cardinale sull'accostamento gay-pedofili
RIMINI. Continuano i lavori del VII congresso nazionale della Fisac. A prendere la parola dal palco del Teatro Novelli, Massimo Mariotti. Lavoratore della Banca Popolare di Sondrio da 26 anni, Rsa della Fisac e fondatore nel 1991 del primo spazio interno al sindacato rivolto agli omosessuali, il centro gay di Milano. Un intervento che ha toccato vari temi, a partire dal difficile dibattito congressuale all’interno della categoria, spaccata in modo netto su due mozioni contrapposte, ma che si è soffermato soprattutto su quello dei diritti negati.
Inevitabile punto di partenza, le dichiarazioni degli ultimi giorni del cardinal Bertone sul binomio gay-pedofili. “Vi è un atteggiamento irresponsabile di alcuni uomini di Chiesa, che hanno dimostrato una profonda disattenzione rispetto ai rischi insiti in alcune affermazioni. Gli accostamenti spregiudicati – ha sottolineato Mariotti – tra omosessualità e pedofilia possono scatenare conseguenze gravi dal punto di vista della percezione della popolazione, soprattutto in un Paese come il nostro, dove il peso del Vaticano è fortissimo. Peso che incide anche nella sfera politica, in cui i dettami provenienti da San Pietro godono di fiducia incondizionata”.
“L’Italia è l’unico paese in Europa, con la Grecia, che nega i diritti civili agli omosessuali. Diritti civili intesi in senso lato, non considerando solo il matrimonio, che pure è un punto su cui insistiamo, perché è inaccettabile che non si capisca come sentimenti e impegno davanti alla società siano assolutamente identici a quelli degli eterosessuali. Siamo stati superati perfino da paesi come il Sud Africa, che ha vissuto l’apartheid e oggi ha una legge che tutela le coppie gay”. Mariotti su questo fronte muove rimproveri alla politica, sostenendo che “né i governi di destra, né i governi di sinistra sono stati capaci di trovare una sintesi su questi temi, di elaborare proposte che andassero al di là di più o meno inutili contentini”. E questo dipende da una “debolezza culturale, quella di credere che gli aspetti legati all’omosessualità siano comunque di serie B, sempre a latere rispetto alle grandi decisioni”.