Rubriche

Multimedia

Speciali

Visita i Blog di Rassegna.it

Sull'asfalto Rendiamociconto Cinepressa


di AlonsoChisciano

pubblicato il 28/03/2010

Partecipa

Primo maggio 2010, Rosarno: una riflessione.

   Print  

Funzione didascalica ed educatrice della storia e della memoria

di AlonsoChisciano

Si svolgerà a Rosarno la manifestazione nazionale per il primo maggio di Cgil, Cisl e Uil perché non bisogna dimenticare i fatti di Rosarno, non bisogna lasciare sola una popolazione che con quegli episodi non ha responsabilità. Responsabilità che debbono essere ricercate in leggi che puniscono chi migra per lavoro, chi fugge da governi spaventosi; vanno ricercate in chi vuole imporre una cultura dell'intolleranza, vuole un' arretratezza educativa e culturale.

La memoria, l'esercizio della memoria, nobile esercizio, è la chiave di volta per il nostro futuro. In essa sono contenuti gli antidoti per far fronte ai pericoli di un' epidemia che ci può far andare alla deriva, che può invogliare qualcuno ad accarezzare idee poco consone alla democrazia.

E, per non dimenticare i fatti di Rosarno vorrei dare un contributo storico. Esso riguarda due episodi antichi, passati, forse non conosciuti, che mi hanno profondamente colpito. (Ce ne saranno stati e ce ne saranno altri, se non cambiamo il modo di vedere e di agire).

Mi riferisco a “Il massacro degli Italiani” del 17 agosto 1893 nelle saline della Provenza e ai fatti di Itri nel 1911 a danno dei lavoratori Sardi.

1893 Francia - Lo storico Gerard Noiriel definisce il massacro degli italiani “il più grande pogrom della storia francese contemporanea. Un emblema della xenofobia di tutti i tempi”.

Il 17 agosto 1893 si abbatté sugli immigrati italiani che lavoravano nelle saline della Provenza, d'Aigues-Mortes, una terribile caccia all'uomo, una giornata di follia collettiva e di violenza che fece 9 morti accertati, più di 50 feriti, e una quindicina di dispersi i cui corpi non furono mai ritrovati.

Episodio questo, scomodo, a lungo dimenticato e volutamente rimosso dalla storiografia ufficiale che deve la sua riproposta appunto allo storico francese Noriel, considerato il maggior specialista francese della storia dell'immigrazione (Le massacre des Italiens – Fayard).

Il saggio riguarda l'analisi, la dinamica di quella terribile giornata; le violenze, la realtà dell'immigrazione italiana, lo “scandalo di un processo che, malgrado le prove accumulate, assolse tutti gli imputati”. Un processo che aveva l'intento di rispettare le forme della legalità, ma contemporaneamente teneva presente che responsabilità dovessero essere condivise tra italiani e francesi.

“All'epoca tra Italia e la Francia vi fu un violento scontro diplomatico, ma poi, per evitare che la situazione degenerasse in conflitto internazionale, entrambi i paesi preferirono insabbiare la vicenda”.

L'episodio fu dimenticato da entrambi le parti, iniziò il lavoro di rimozione. “Da allora, quel massacro fu rimosso dalla memoria collettiva. Innanzitutto in Francia, dove nessuno voleva ricordare quella pagina vergognosa della storia nazionale, i cui responsabili non furono i rappresentanti dello stato, ma dei normali cittadini. Paradossalmente però l'episodio fu dimenticato anche in Italia, forse perché per gli italiani l'emigrazione è un fenomeno poco valorizzante, vissuto sempre con un sentimento di vergogna”.

Il fattore scatenante fu un dissidio legato ai ritmi di lavoro nelle saline. I giornalieri francesi, “per lo più emarginati, vagabondi” non riuscivano a stare ai ritmi di lavoro con gli stagionali italiani, che “venivano quasi tutti dal Piemonte ed erano lavoratori infaticabili”. Ci fu una rissa fra poveri che degenerò in violenza in cui parteciparono con sentimento nazionalista anche i cittadini d'Aigues-Mortes, tranne alcuni che cercarono di aiutare gli italiani a mettersi in salvo. La violenza divenne ancora più feroce quando i francesi videro che i gendarmi proteggevano gli italiani. (fonte La Repubblica R2Cultura 7 gennaio 2010 Fabio Gambaro)
1911 Italia – Per un'agevole lettura dei fatti si riporta Dalla Nuova Sardegna Sassari.:”Nel suo ripetersi la storia rimescola ruoli e ragioni, paesaggi umani e derive dei sentimenti, paure profonde e torrenti di violenza. E il tempo lava le ferite e sa così far dimenticare il morso doloroso di ricordi nei quali invece si trovano preziose tracce per capire come si declinano la civiltà, il rispetto, la tolleranza e il reciproco riconoscersi. I fatti di Rosarno, con il loro carico di ferocia razzista, sembrano oggi una ferita nuova, una rottura improvvisa e stordente rispetto alla diffusa - e falsa - convinzione che negli "italiani brava gente" sia connaturata la cultura dell'accoglienza e della comprensione "cristiana" della disperazione degli altri. E invece no, non è così. Perché ci si è dimenticati di infinite storie che raccontano invece una storia diversa e crudele. Storie nelle quali, per esempio, noi sardi siamo stati in passato i «negri», come i disperati di Rosarno. Braccati come animali, inseguiti e colpiti a morte da uomini spinti da una furia razzista. Come accadde nel 1911, a Itri, una cittadina tra Gaeta e Formia (all'epoca in provincia di Caserta), patria di Fra' Diavolo, il leggendario brigante diventato poi colonnello dell'esercito borbonico.

In quegli anni occorrevano braccia e sudore per la costruzione del quinto tronco della ferrovia Roma-Napoli. Le Ferrovie Regie e le aziende che avevano in appalto i lavori reclutarono un migliaio di operai sardi. Quasi tutti minatori del Sulcis-Iglesiente. Il perché di questa scelta non è mai stato spiegato, ma è facile immaginare che i sardi, spinti dalla disperazione, erano propensi ad accettare salari più bassi e orari di lavoro massacranti. All'inizio dell'estate del 1911, 500 sardi lavoravano in un cantiere a pochi chilometri da Itri. Vivevano in condizioni disumane: baracche, tuguri, alcuni perfino all'aperto. Su di loro gravavano pregiudizi radicati. Basti pensare cosa aveva scritto sui sardi, anni prima, il responsabile della cancelleria sabauda Joseph De Maistre: «I sardi sono più selvaggi dei selvaggi perché il selvaggio non conosce la luce, il sardo la odia... Razza refrattaria a tutti i sentimenti, a tutti i gusti e a tutti i talenti che onorano l'umanità».

E questo razzismo sprezzante di una classe dirigente altera e incapace di riconoscere la differenza tra arretratezza economica e cultura marginale, si era fatalmente diffuso. Coltivato da luoghi comuni, era diventato un sentimento di ostilità diffuso nei confronti dei sardi. Gli itriani, popolo di agricoltori e di pastori, guardavano con diffidenza e con un certo disprezzo quell'umanità dolente che sopportava fatiche disumane e viveva in condizioni estreme.

In questa situazione di tensione si insinuarono gruppi camorristici che vedevano in quelle centinaia di lavoratori una possibilità di profitto attraverso il pagamento del "pizzo". Ma non avevano fatto i conti con quei "selvaggi", non ne avevano percepito l'orgoglio, la dignità e la loro insofferenza alla minaccia e alla prevaricazione: i lavoratori si organizzarono in una lega operaia per resistere apertamente alle pressioni della camorra. La malavita soffiò allora sul fuoco del razzismo strisciante, alimentando il sentimento di ostilità contro i sardi. La tragedia esplose giovedì 11 luglio 1911. Il pretesto nessuno lo ricorda, ma all'improvviso la tensione si sciolse in una violenza torrida: centinaia di itriani armati si riversarono nella piazza dell'Incoronazione e assalirono un gruppo di operai sardi al grido «Morte ai sardegnoli». Prima bastoni e pietre, poi i fucili. Alcuni operai sardi caddero a terra fulminati.

Altri, feriti, vennero raggiunti dalla folla inferocita e linciati.

L'indomani, i lavoratori sardi rientrarono in paese per recuperare i corpi dei loro compagni uccisi. Ma si scatenò una nuova terribile caccia all'uomo che proseguì per ore. Fu una mattanza. Le vittime ufficiali furono otto e sessanta i feriti. Un bilancio comunque impreciso perché si dice che gli itriani nascosero molti cadaveri e molti feriti si spensero dopo molti giorni di agonia.

La tragica beffa: alcuni lavoratori sardi vennero arrestati perché rissosi e altri espulsi e rispediti nell'isola. Nel processo sui fatti di Itri, che si svolse a Napoli dal 2 al 5 maggio 1914, l'avvocato Angelo De Stefano sostenne l'incredibile tesi della «legittima difesa di una folla».

Una storia dimenticata, questa. Una storia imbarazzante di razzismo che è giusto ricordare. Come è giusto ricordare che la camorra non incassò neppure una lira dai "barbari sardi", mentre gli itriani continuarono invece a pagare il "pizzo"”.

L'intento di questo contributo non è di criminalizzare o demonizzare, perché credo che purtroppo si sia figli dei propri tempi, brutti tempi, ma pur sempre figli.

Vorrei riflettere sulla funzione didascalica ed educatrice della storia e della memoria, alla luce della quale questi fatti atroci non debbano più accadere.

Che possa essere la memoria, la giusta memoria scevra da tentativi revisionistici a guidarci nell'analisi dei fatti contemporanei ed alla giusta e democratica opposizione quando la “brutta” storia rischia di ripetersi.
A questo proposito basterebbe analizzare lo spot che in questi giorni viene mandato in onda per pubblicizzare il premio “Giacomo Matteotti”. Le immagini con Matteotti nulla hanno a che fare.

Probabilmente Giacomo Matteotti dà ancora fastidio; e questo Governo, frequentato dai nipoti e pronipoti di chi ci scaraventò per circa un ventennio nell'arretratezza e nell'atrocità, mistifica, rimuove e pensa di trovarci distratti.

Fatti probabilmente distanti, ma che fanno riflettere.


Vuoi riprodurre questo articolo? Leggi qui le condizioni.


TAGS rosarno

28/03/2010 12:21

(ricerca avanzata)

Cerca su Rassegna.it con Google

  • bookmarks

  • segnala




Antispam: inserisci il risulato della somma.


Il baratto di Formigoni

articolo di claudio gandolfi

L'arte è libera espressione.

fotonotizia di MefPinuccio

Tutti i contenuti della community

Pubblica i tuoi contenuti su Rassegna.it