Gramolati rieletto segretario generale della Cgil Toscana. Concluso il congresso
di Roberta Lisi e Vanna Palumbo
Montecatini Terme - In dirittura d’arrivo i lavori del Congresso della Cgil Toscana. I 114 membri del direttivo della Cgil Toscana, 43% donne, sono stati eletti a voto segreto, su lista bloccata, dai delegati al 9° congresso regionale i cui lavori si sono svolti a Montecatini Terme ieri ed oggi: 401 gli aventi diritto, 339 i votanti, 2 le schede nulle, 11 gli astenuti, 21 i contrari, 305 i favorevoli pari all'89.97%.
Il direttivo convocato seduta stante ha rieletto con il 91.30% dei voti, anche in questo caso a scrutinio segreto, Alessio Gramolati: 114 gli aventi diritto, 94 i votanti, 2 le schede nulle, 2 gli astenuti, 6 i voti contrari, 84 i voti favorevoli.
Alessio Gramolati aveva assunto la guida della confederazione due anni fa, in sostituzione di Luciano Silvestri chiamato a Roma per assumere incarichi a livello nazionale. La riconferma di oggi, avvenuta in sede congressuale, espressi dal direttivo
La giornata
La difesa appassionata del ruolo della scuola pubblica e del sistema pubblico di istruzione che contrasti il ridimensionamento operato dalla riforma Gelmini, ha scaldato la platea congressuale. A sostenerla, il candidato alla guida della Giunta regionale Toscana per il Pd, Enrico Rossi, intervenuto nella mattinata, che ha manifestato un proposito politico per il futuro della Toscana esplicitato in maniera netta: “rimettere al centro dell’azione politica della nuova giunta il lavoro e la produzione”. Le parole di Rossi sono state più volte interrotte dagli applausi, in particolare quando il candidato ha ripercorso il quadro delle aziende in crisi, parlato di reindustrializzazione della Toscana, di ripresa manifatturiera, di rilancio dell’attività produttiva: “Dobbiamo azzerare il differenziale di crescita che la Toscana ha accusato negli ultimi anni e puntare sul manifatturiero, superando la cultura della rendita, pur forte nella nostra regione”.
Rossi ha annunciato che, in caso di vittoria, istituirà un ufficio preposto ai rapporti con le multinazionali che investono in Toscana in un’ottica di sostegno a quelle aziende che punteranno sulle attività produttive e sull’agricoltura “settori che il Governo nazionale sta lasciando deperire”. Un discorso, quello del candidato alla guida della Regione, da cui è emerso con chiarezza che le risorse regionali, in caso di affermazione della maggioranza uscente, si concentreranno su quei progetti che “aumentino il vantaggio competitivo e che siano capaci di attrarre ricerca ed innovazione”. Anche l’Università toscana, che ha subìto tagli per 80 milioni di euro, sarà supportato dall’azione regionale “solo a patto che anche il nostro sistema universitario si riformi, si integri, si specializzi e garantisca una ricerca capace di valorizzare il capitale umano”.
A questo proposito, una stoccata è partita nelle parole di Rossi all’indirizzo delle imprese: “non sempre –ha detto Rossi- nel nostro mondo imprenditoriale vi è consapevolezza dell’importanza della tecnica, dell’innovazione, della ricerca, come fece un tempo la Piaggio di Pontedera puntando sulla Vespa che ci è stata invidiata nel mondo. Più spesso ci si ripiega su quell’Arcadia, quel buen ritiro, sul resort della terra Toscana e si declina alle proprie responsabilità di impresa” . Un nuovo patto fra produttori, è stata perciò la sua proposta, “un patto –ha detto- che sappia superare il vizio atavico del localismo e del municipalismo. Penso ad un modello di città-regione che non eserciti volontà di centralismo ma che sappia dare l’idea di un’unica comunità regionale”.
La “questione sociale” su cui Rossi ha voluto tornare anche in conclusione del suo ragionamento, rimane la Scuola pubblica che ha definito ‘la grande infrastruttura dell’eguaglianza’: “si tratta di una sfida –ha detto infine- da vincere insieme al sindacato. Così come vinceremo la sfida di ridare con forza centralità al lavoro alla sua difesa, alla sua dignità”.
Prima di lui l’assemblea congressuale aveva ascoltato il segretario regionale della Fiom Toscana. Mauro Faticanti, espressione della minoranza congressuale, ha accolto nel suo intervento il proposito, espresso nella relazione di Gramolati, di avviare, a conclusione di questa assise, una stagione di gestione unitaria del sindacato regionale. Faticanti ha tracciato il quadro di un Paese dove la democrazia è a rischio e dove si sta lentamente scivolando verso un regime: “non è possibile –ha rimarcato- che sia possibile esprimere il proprio voto per decidere chi debba lasciare ‘il grande fratello’ e non sia invece possibile votare sul proprio contratto di lavoro”. Inscrivendo questa anomalia in una cornice di un capitalismo che seppur reso più forte della sconfitta del comunismo, “sembra una bestia impazzita, che mangia il pianeta, incapace di autoregolarsi”. Faticanti ha riconosciuto il forte consenso della mozione di maggioranza,di cui è primo firmatario il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, come dato incontrovertibile, “ma –ha aggiunto- bisogna riconoscere contemporaneamente la vittoria nella Fiom della mozione di minoranza”, primo firmatario il segretario della Fisac Mimmo Moccia, scongiurando l’ipotesi di un sindacato dei metalmeccanici “istituzionalmente collocato all’opposizione” ed auspicando che sia la scelta dell’unità a guidare l’azione futura della Cgil. “Rappresentiamo la sola speranza per i tanti ragazzi, ragazze, giovani che ci guardano e credono nella Cgil –ha concluso Faticanti- perché convinti come noi che l’unico vero nemico sia la rassegnazione”.
“Non possiamo permettere che il 40mo anniversario dello Statuto dei lavoratori sia l’ultimo a causa di questi ministri e della compiacenza di Cisl e Uil”. Questa affermazione forte è uno capisaldi dell’intervento di Morena Piccini, segretaria nazionale della Cgil, a conclusione del congresso. Nel salone del Palazzo dei Congressi di Montecatini sono riecheggiate più volte le parole diritti, democrazia, lavoro. Parole che sono state il filo conduttore del ragionamento della dirigente di Corso d’Italia che afferma: “Dobbiamo avere consapevolezza del compito storico che abbiamo e dobbiamo giocare fino in fondo, anche con più fiducia in noi stessi, perché questa fase è totalmente diversa, questa crisi generale è totalmente diversa, e non è stata affrontata con strumenti giusti”. Ma di questa emergenza si sta facendo un utilizzo strumentale, dice ancora la sindacalista: “ E’ evidente che la crisi economica è usata dalla destra e dal padronato, tutto, per cambiare profondamente gli assetti sociali e il rapporto lavoro-impresa. Per realizzare un progetto di società più diseguale, meno solidale, un modello di società dove lo stato non è più garante dei diritti collettivi e le persone sono lasciate sole con se stesse”. Ed è proprio contro questo disegno che il sindacato e i lavoratori devono fare argine. Occorre impedire la riduzione dei diritti collettivi, il ridimensionamento dell’intervento pubblico nella scuola, nella sanità, nella previdenza.
Il modello sociale che questa maggioranza da anni prova ad affermare – non c’è riuscita nel 94, nel 2001 - è quello della responsabilità individuale al posto della responsabilità pubblica, del diritto che ciascuno si “contratta” in solitudine al posto dei diritti collettivi conquistati con le lotte di tanti. E le norme in materia di lavoro che questo parlamento produce sono esattamente funzionali a questo modello. Ma, sottolinea Piccinini, proprio su questo versante la Cgil ha ottenuto risultati importanti nel corso degli ultimi mesi, è riuscita ad impedire la derogabilità individuale contenuta nell’accordo separato del 22 gennaio ed è per questo che il governo ci ha riprova con il provvedimento sull’arbitrato. Dice infatti la segretaria: “Il provvedimento sull’arbitrato è un attacco a tutti i diritti fissati per legge e per contratto, non solo l’art.18 e rappresenta un grande processo di derogabilità individuale nel nome della supposta e inesistente parità tra lavoratore e impresa”. Ed aggiunge: “E’ nostro compito impedirglielo con ogni mezzo: sindacale, contrattuale, vertenziale, giurisprudenziale”.
C’è una sola strada da percorrere per sconfiggere il modello sociale dell’individualismo, della solitudine, della riduzione dei diritti, quella della riaffermazione di alcuni valori fondamentali. E per Morena Piccini sono due i valori di fondamentali da riconquistare: la dignità del lavoro e la dignità della persona. “la questione della precarietà è immediatamente connessa al fatto che il lavoro non è più al centro della vita delle persone e questo significa che non è più al centro di un racconto comune. Per questo, per noi affermare la contrattazione a tutti i livelli, la rappresentanza di tutto questo disagio, significa riconquistare questa appartenenza comune e una nuova identità sociale”. E la dignità della persona riguarda noi e riguarda anche il nostro rapporto con l’immigrazione, quante Rosarno piccole e medie ci sono in Italia si è domandata la dirigente sindacale?
Un grande compito e una grande sfida, ha ripetuto più volte nel suo intervento Piccinini, spetta alla Cgil e al sindacato tutto. Ed allora i passaggi dedicati alla sua organizzazione non potevano mancare. “Proprio la crisi rende sempre più evidente l’esigenza che il lavoratore e il pensionato sia rappresentato in tutte le sue dimensioni di vita. Per questo una rinnovata confederalità significa assumere tutti un nuovo impegno per tentare di ricostruire una identità sociale e un senso comune di fronte ai grandi processi disgregativi. Confederalità non è ognuno padrone a casa propria, ma non è neppure cessione di sovranità, è condivisione di sovranità. Confederalità significa saper riconoscere la profonda necessità di interdipendenza come valore condiviso”.
In conclusione del suo ragionamento di Morena Piccini è tornata là dove era partita: “Noi stiamo lavorando per ridefinire il ‘nuovo contratto sociale’ degli anni 2000 che ha al centro il riconoscimento della dignità del lavoro, la lotta contro le diseguglianze e la necessità di conquistare un grado elevato di giustizia sociale, il rinsaldarsi del rapporto tra diritti sociali e diritti civili, un grande processo della rappresentanza come parte più generale della questione democratica aperta nel paese”.