
La denuncia
Amnesty: le aziende italiane vendono strumenti di tortura
Un rapporto dell’organizzazione umanitaria rivela il commercio di strumenti usati su detenuti e in operazioni di polizia. Implicati molti paesi europei. Manette che danno la scossa elettrica, spray chimici, blocca-caviglie: questo il “catalogo”
Manette per appendere persone al muro, blocca-caviglie, aerosol di prodotti chimici, serrapollici in metallo e bracciali che producono scariche elettriche da 50 mila volt. Sono alcuni degli oggetti di tortura prodotti e venduti sul mercato da aziende di paesi europei, tra cui Germania e Repubblica Ceca ma anche l’Italia.
La denuncia è contenuta in un rapporto di Amnesty International, l’organizzazione per la difesa dei diritti dell’uomo con sede a Londra, e della Omega Research Foundation.
Le aziende – si legge nel Rapporto, intitolato "Dalle parole ai fatti" - "traggono profitto da un cono d’ombra giuridico che consente di vendere strumenti utilizzati per infliggere torture in almeno nove stati del mondo che utilizzano disumani metodi d’interrogatorio".
Gli scambi illeciti sono proseguiti anche dopo l’istituzione di strumenti di controllo, nel 2006, sul commercio internazionale di attrezzature progettate per la tortura e i maltrattamenti.
“Le nostre ricerche mostrano che dal 2006, nonostante i nuovi controlli, diversi stati membri tra cui Germania e Repubblica Ceca hanno autorizzato l’esportazione di strumenti per operazioni di polizia e di controllo dei detenuti verso almeno nove paesi, in cui Amnesty International ne ha documentato l’uso per infliggere torture”. Lo afferma Brian Wood, direttore del dipartimento di Amnesty International che si occupa di questioni militari, di sicurezza e di polizia. Secondo Wood, inoltre, “solo sette stati membri hanno dato seguito agli obblighi legali di rendere pubbliche le loro esportazioni. Temiamo che qualche stato non li stia prendendo sul serio”.
In Italia come in altri paesi il traffico avviene, almeno ufficialmente, all’insaputa del governo che, riferisce Amnesty, ha “dichiarato di non essere a conoscenza” di alcun produttore o esportatore attivo in questo campo.
Secondo Amnesty aziende italiane e spagnole hanno messo in vendita manette o bracciali elettrici da applicare ai detenuti. Una scappatoia legale permette tutto questo, nonostante si tratti di prodotti simili alle “cinture elettriche”, la cui esportazione e importazione sono proibite in tutta l’Unione europea.
Tra il 2006 e il 2009 – si legge ancora nel rappporto – la Repubblica Ceca ha autorizzato l’esportazione di prodotti quali manette, pistole elettriche e spray chimici, mentre a sua volta la Germania lo ha fatto per ceppi e spray chimici.
Amnesty denuncia anche che nel 2005 l’Ungheria ha annunciato l’intenzione di introdurre l’uso delle “cinture elettriche” nelle stazioni di polizia e nelle prigioni, nonostante la loro esportazione e importazione siano vietate in quanto il loro uso costituisce una forma di maltrattamento o di tortura.
La denuncia è contenuta in un rapporto di Amnesty International, l’organizzazione per la difesa dei diritti dell’uomo con sede a Londra, e della Omega Research Foundation.
Le aziende – si legge nel Rapporto, intitolato "Dalle parole ai fatti" - "traggono profitto da un cono d’ombra giuridico che consente di vendere strumenti utilizzati per infliggere torture in almeno nove stati del mondo che utilizzano disumani metodi d’interrogatorio".
Gli scambi illeciti sono proseguiti anche dopo l’istituzione di strumenti di controllo, nel 2006, sul commercio internazionale di attrezzature progettate per la tortura e i maltrattamenti.
“Le nostre ricerche mostrano che dal 2006, nonostante i nuovi controlli, diversi stati membri tra cui Germania e Repubblica Ceca hanno autorizzato l’esportazione di strumenti per operazioni di polizia e di controllo dei detenuti verso almeno nove paesi, in cui Amnesty International ne ha documentato l’uso per infliggere torture”. Lo afferma Brian Wood, direttore del dipartimento di Amnesty International che si occupa di questioni militari, di sicurezza e di polizia. Secondo Wood, inoltre, “solo sette stati membri hanno dato seguito agli obblighi legali di rendere pubbliche le loro esportazioni. Temiamo che qualche stato non li stia prendendo sul serio”.
In Italia come in altri paesi il traffico avviene, almeno ufficialmente, all’insaputa del governo che, riferisce Amnesty, ha “dichiarato di non essere a conoscenza” di alcun produttore o esportatore attivo in questo campo.
Secondo Amnesty aziende italiane e spagnole hanno messo in vendita manette o bracciali elettrici da applicare ai detenuti. Una scappatoia legale permette tutto questo, nonostante si tratti di prodotti simili alle “cinture elettriche”, la cui esportazione e importazione sono proibite in tutta l’Unione europea.
Tra il 2006 e il 2009 – si legge ancora nel rappporto – la Repubblica Ceca ha autorizzato l’esportazione di prodotti quali manette, pistole elettriche e spray chimici, mentre a sua volta la Germania lo ha fatto per ceppi e spray chimici.
Amnesty denuncia anche che nel 2005 l’Ungheria ha annunciato l’intenzione di introdurre l’uso delle “cinture elettriche” nelle stazioni di polizia e nelle prigioni, nonostante la loro esportazione e importazione siano vietate in quanto il loro uso costituisce una forma di maltrattamento o di tortura.
TAGS diritti umani amnesty international
17/03/2010 10:59





