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Brescia: alla Federal Mogul scoppia la resistenza operaia

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Lombardia, Desenzano: 180 lavoratori in cig straordinaria presidiano l’azienda metalmeccanica, che ha chiuso per cessata attività. Vuole trasferirsi in Polonia e Brasile, ma gli addetti non si arrendono e chiedono: “Fabbrica competitiva, perché chiudere?”

di Alessandra Reguitti

Foto di MBK (Markjie) (da Flickr) (immagini di Foto di MBK (Markjie) (da Flickr))
La fabbrica non deve chiudere. La produzione deve ripartire e loro continueranno a presidiare i cancelli finché non ripartirà. Sono queste le convinzioni dei 180 operai della Federal Mogul di Desenzano del Garda (Brescia). Una storia di resistenza operaia iniziata a ottobre e che prosegue, a oltranza, giorno e notte. Non si rassegnano alla cassa integrazione straordinaria, per cessata attività; ad archiviare i 60 anni di lavoro svolto alla catena di montaggio in questa azienda metalmeccanica produttrice di componenti per motori che sorge alle porte della cittadina lacustre. I destinatari del messaggio sono una multinazionale americana con sede nel Michigan e 36 impianti produttivi sparsi per il mondo; che può contare su 39 mila dipendenti e volumi produttivi pari a quasi 7 miliardi di dollari (non milioni: miliardi di dollari).

Una potenza mondiale quindi. Un gigante. Tutti ormai a Desenzano conoscono la vicenda di questi lavoratori, e magari si chiedono: “A che serve presidiare la fabbrica se ormai è chiusa?”. Michela Spera della Fiom Cgil di Brescia (circa 20mila iscritti) sintetizza: “Questa fabbrica è competitiva, ha buoni volumi produttivi per le sue dimensioni, alta qualità e un buon portafoglio ordini anche in tempi di crisi. Che senso ha chiuderla?”. La versione dell’azienda è che c’è la crisi e bisogna ristrutturare. La produzione di Desenzano verrebbe destinata ad essere trasferita in Polonia e in Brasile, dove la multinazionale possiede fabbriche grandi dieci volte questa.

“Quanto credono di risparmiare – prosegue Spera - con questa operazione millesimale rispetto al giro d’affari di questo grande gruppo industriale? Vogliamo aprire la trattativa e convincere la proprietà a scrivere un piano di continuità industriale, usando gli ammortizzatori sociali per traghettare l’azienda fuori dal periodo di crisi e poi ripartire”. Le donne e gli uomini della Federal Mogul non si muovono impedendo il trasferimento dei macchinari e l’uscita dai magazzini dei prodotti finiti pronti alla vendita. La collocazione di questa fabbrica – proprio all’ingresso della cittadina turistica - a detta di molti è appetibile rispetto a eventuali trasformazioni edilizie: da fabbrica a residence magari.

Una possibilità che, attualmente, la giunta comunale avrebbe scartato a priori facendo sapere che non verranno autorizzate speculazioni edilizie nell’ampia area dello stabilimento. I rappresentanti sindacali cercano nuove alternative: un confronto finalizzato a trovare una soluzione industriale che possa garantire l’occupazione nel sito e la grande convinzione che il piano industriale vada rivisto perché il lavoro non manca. Il presidio della Federal Mogul, ad oggi, è uno dei pochi rimasti attivi nel bresciano. Solo a gennaio scorso le cose andavano molto peggio.“E’ vero - sottolinea Michela Spera - abbiamo lavorato con grande continuità e convinzione, insieme agli operai, per risolvere parecchie situazioni critiche”.

A partire dalla Mac (costola dell’Iveco) dove si è riusciti a trovare l’accordo per riprendere il lavoro e si sono salvati i posti di 200 operai, proseguendo con la Rothe Erde di Visano (ThyssenKrupp) e i suoi 55 dipendenti. Ma non solo quelle. Ad oggi (aggiornamento banca dati Fiom Cgil di Brescia all’11 febbraio) le aziende in Cigs – o che hanno avviato la procedura per il ricorso – sono 94 su di un totale di 9.640 dipendenti coinvolti. Le aziende in cassa integrazione in deroga sono 360 per un totale di 2.974 dipendenti e 7.726 settimane, mentre i numeri della cassa integrazione ordinaria parlano di 986 aziende coinvolte a fronte di una richiesta di oltre 24mila settimane (quasi 39mila dipendenti interessati). Una situazione decisamente pesante per il solo comparto metalmeccanico di Brescia e la sua provincia. Un vero punto di forza dell’azione sindacale sono stati i contratti di solidarietà, applicati nelle piccole fabbriche così come, ad esempio, nella più grande acciaieria bresciani, l’Alfa Acciai.

Nell’insieme le aziende in contratto di solidarietà sono 33 per un totale di 4.247 dipendenti coinvolti su di una platea di 4.852 lavoratori. Lavorare meno ma lavorare tutti, insomma, secondo la Fiom Cgil di Brescia può essere una modalità per affrontare alcune crisi aziendali.“Certo - conclude Michela Spera – il contratto di solidarietà non è una procedura facile da attuare. Però abbiamo dimostrato che esistono soluzioni in grado di tutelare l'occupazione, le professionalità e il reddito dei lavoratori anche durante oggettive situazioni di difficoltà produttiva”.



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TAGS congresso cgil lombardia brescia

15/03/2010 16:26

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