
Disastri ambientali
Sarno, la strage che non ha insegnato nulla
Viaggio nella cittadina campana dodici anni dopo la frana che provocò 160 vittime. Nonostante i 600 milioni spesi, la ricostruzione non si è mai conclusa e ancora oggi almeno 2.500 persone vivono in una zona considerata a rischio
di Antonio Fico
Sarno è una pagina irrisolta della nostra storia nazionale. Una tragedia simbolo dell’incuria in cui allora versava – e ancora versa, come dimostrano le vicende di Maierato e San Fratello – il nostro territorio e, insieme, un’occasione mancata per un cambiamento radicale nell’uso del suolo nel paese. Dodici anni fa, esattamente il 12 maggio del 1998, dopo molti giorni di pioggia, un fiume di fango e detriti investì e travolse i quattro centri campani di Sarno, Quindici, Siano e Bracigliano, causando la morte di 160 persone e distruggendo centinaia di abitazioni. Il comune più colpito fu Sarno con 137 vittime e quasi duecento case tra distrutte e seriamente danneggiate. La cittadina divenne anche nota per la gara di solidarietà che spinse – come trent’anni prima era avvenuto per Firenze – centinaia di volontari provenienti da ogni angolo del paese ad accorrere per prestare soccorso.
Nella tragedia, l’Italia si ritrovò unita per un momento intorno agli stenti e alle difficoltà della popolazione. Ma già allora non mancarono le ombre, perché insieme ai volontari accorsero anche le ditte della camorra che controllavano il movimento terra, attratte dal fiume di denaro che stava arrivando per la ricostruzione. Usando la decretazione d’urgenza, il governo di centrosinistra partorì, sull’onda emotiva del momento, una legge poi nota come “Legge Sarno”, che era destinata negli intenti a cambiare profondamente il rapporto delle comunità con il pericolo che viene dai fragili equilibri idrogeologici del nostro territorio troppo urbanizzato. È inutile dire che quella legge rimase poi inattuata, come dimostrano le tragedie successive.
La ricostruzione è stata lunga, lunghissima e oggi è ferma per mancanza di risorse. Nonostante i 600 milioni spesi per allestire una fitta rete di canali che si allunga per 20 chilometri attorno al monte Saro, e un complesso di undici vasche di contenimento (in buona parte incompleto), mancano i soldi per riaprire opere essenziali come la provinciale Sarno-Bracigliano. Rimane chiusa anche la via di fuga che collega Bracigliano a Mercato San Severino, perché mancano i 50mila euro necessari ad attivare l’illuminazione dell’ultimo tratto di una strada che è lunga appena due chilometri. E così, a tanti anni di distanza, pochi si sentono sicuri che un giorno l’incubo non si ripeta. A Bracigliano, ad esempio, i piani dei progetti per la messa in sicurezza sono stati approvati solo nel dicembre dell’anno scorso. Ancora oggi 2.500 persone vivono nella zona rossa, che abbraccia il 75 per cento del territorio comunale. Già, perché le delocalizzazioni non sono mai decollate. Si rimane dove passò la frana, a Sarno come a Bracigliano.
Il sindaco Pd di Bracigliano, Ferdinando Albano, è furente. Ce l’ha soprattutto con Arcadis, l’Agenzia regionale campana per la difesa del suolo, il “carrozzone vuoto” a cui sono passate le competenze che furono del commissario straordinario, che con una decisione alquanto discutibile ha ritirato l’anno scorso i tecnici che erano stati assegnati ai comuni per monitorare il suolo, avocandoli alla sede di Napoli. “Senza la messa in sicurezza – spiega Albano – non possiamo arretrare la zona rossa e così non posso concedere nemmeno una licenza per i bed and breakfast che potrebbero essere una risorsa per la nostra economia”. Il sindaco si sta battendo per interventi meno invasivi, ma dei 50 milioni che dovrebbero arrivare ne sono giunti appena 15, e la messa in sicurezza è ferma al 35 per cento.
Chi ha criticato di più il modello Sarno è Legambiente, che da tempo contesta metodo e merito delle scelte fatte. “Ha prevalso la logica del cemento con opere rigide che sono insufficienti”, osserva Giancarlo Chiavazzo, direttore scientifico della direzione campana. Secondo i calcoli dell’associazione ambientalista, canali e vasche non potrebbero far fronte a un evento simile a quello del ’98. “Le risorse spese potevano essere impiegate per avviare una politica regionale per tutti i comuni (l’86 per cento di quelli campani è a rischio, ndr) con misure attive di prevenzione, per mettere in moto la protezione civile locale, e per evitare disastri come quelli di Nocera nel 2004 e Ischia nel 2005”. Osserva con amarezza Franco Tavella, segretario provinciale della Cgil: “Sarno non è servita a niente, non è servita a dare impulso a una politica di prevenzione territoriale”.
Come se non bastasse, nel Rapporto Ecomafie si racconta dell’abusivismo che dilaga e del poco o nulla che si fa per contrastarlo: nell’agro nocerino-sarnese, dal ’98 al dicembre 2009, erano state emesse 3479 ordinanze di demolizione di immobili abusivi, di cui solo 42 abbattuti. Ma per dare un’idea delle omissioni, delle complicità che si incontrano da queste parti, è emblematica la vicenda di Stefano Boeri, uno dei più noti urbanisti italiani, che dopo aver vinto la gara per la redazione del piano urbanistico di Sarno, fu poi costretto a dimettersi. Boeri, nel dicembre del 2005, aveva presentato una bozza di piano che proponeva di bloccare lo sviluppo urbano nella piana agricola, di combattere l’abusivismo spostando risorse sul recupero dei centri storici, di valorizzare le attività produttive, di salvaguardare il paesaggio montano e fluviale, oltre a impedire qualsiasi nuova costruzione nelle zone a rischio di smottamento. Il progetto però apparve al consiglio comunale non praticabile, e l’architetto fu costretto a scrivere una lettera aperta alla cittadinanza: “Questo progetto non è mai stato seriamente discusso, sono state rilasciate un numero spropositato di concessioni edilizie né ci è stata mai fornita la mappatura aggiornata dell’abusivismo edilizio che avevamo più volte richiesto”.
Nella tragedia, l’Italia si ritrovò unita per un momento intorno agli stenti e alle difficoltà della popolazione. Ma già allora non mancarono le ombre, perché insieme ai volontari accorsero anche le ditte della camorra che controllavano il movimento terra, attratte dal fiume di denaro che stava arrivando per la ricostruzione. Usando la decretazione d’urgenza, il governo di centrosinistra partorì, sull’onda emotiva del momento, una legge poi nota come “Legge Sarno”, che era destinata negli intenti a cambiare profondamente il rapporto delle comunità con il pericolo che viene dai fragili equilibri idrogeologici del nostro territorio troppo urbanizzato. È inutile dire che quella legge rimase poi inattuata, come dimostrano le tragedie successive.
La ricostruzione è stata lunga, lunghissima e oggi è ferma per mancanza di risorse. Nonostante i 600 milioni spesi per allestire una fitta rete di canali che si allunga per 20 chilometri attorno al monte Saro, e un complesso di undici vasche di contenimento (in buona parte incompleto), mancano i soldi per riaprire opere essenziali come la provinciale Sarno-Bracigliano. Rimane chiusa anche la via di fuga che collega Bracigliano a Mercato San Severino, perché mancano i 50mila euro necessari ad attivare l’illuminazione dell’ultimo tratto di una strada che è lunga appena due chilometri. E così, a tanti anni di distanza, pochi si sentono sicuri che un giorno l’incubo non si ripeta. A Bracigliano, ad esempio, i piani dei progetti per la messa in sicurezza sono stati approvati solo nel dicembre dell’anno scorso. Ancora oggi 2.500 persone vivono nella zona rossa, che abbraccia il 75 per cento del territorio comunale. Già, perché le delocalizzazioni non sono mai decollate. Si rimane dove passò la frana, a Sarno come a Bracigliano.
Chi ha criticato di più il modello Sarno è Legambiente, che da tempo contesta metodo e merito delle scelte fatte. “Ha prevalso la logica del cemento con opere rigide che sono insufficienti”, osserva Giancarlo Chiavazzo, direttore scientifico della direzione campana. Secondo i calcoli dell’associazione ambientalista, canali e vasche non potrebbero far fronte a un evento simile a quello del ’98. “Le risorse spese potevano essere impiegate per avviare una politica regionale per tutti i comuni (l’86 per cento di quelli campani è a rischio, ndr) con misure attive di prevenzione, per mettere in moto la protezione civile locale, e per evitare disastri come quelli di Nocera nel 2004 e Ischia nel 2005”. Osserva con amarezza Franco Tavella, segretario provinciale della Cgil: “Sarno non è servita a niente, non è servita a dare impulso a una politica di prevenzione territoriale”.
Come se non bastasse, nel Rapporto Ecomafie si racconta dell’abusivismo che dilaga e del poco o nulla che si fa per contrastarlo: nell’agro nocerino-sarnese, dal ’98 al dicembre 2009, erano state emesse 3479 ordinanze di demolizione di immobili abusivi, di cui solo 42 abbattuti. Ma per dare un’idea delle omissioni, delle complicità che si incontrano da queste parti, è emblematica la vicenda di Stefano Boeri, uno dei più noti urbanisti italiani, che dopo aver vinto la gara per la redazione del piano urbanistico di Sarno, fu poi costretto a dimettersi. Boeri, nel dicembre del 2005, aveva presentato una bozza di piano che proponeva di bloccare lo sviluppo urbano nella piana agricola, di combattere l’abusivismo spostando risorse sul recupero dei centri storici, di valorizzare le attività produttive, di salvaguardare il paesaggio montano e fluviale, oltre a impedire qualsiasi nuova costruzione nelle zone a rischio di smottamento. Il progetto però apparve al consiglio comunale non praticabile, e l’architetto fu costretto a scrivere una lettera aperta alla cittadinanza: “Questo progetto non è mai stato seriamente discusso, sono state rilasciate un numero spropositato di concessioni edilizie né ci è stata mai fornita la mappatura aggiornata dell’abusivismo edilizio che avevamo più volte richiesto”.
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10/03/2010 16:42














