Il nucleare arriva alla Corte Costituzionale, con lo scontro tra Stato e Regioni: chi decide sul territorio? Ma al dibattito manca un pezzo decisivo: i costi nascosti del nucleare, messi a carico delle future generazioni senza che nessuno lo sappia
Tratto da
Sbilanciamoci.info
Vi spieghiamo come, in cinque domande e risposte
1. Il problema della “morte” delle centrali nucleari si porrà nei prossimi anni in termini sempre più pressanti?
Invece di parlare di “morte” usiamo un termine più appropriato. Gli anglosassoni parlano di “decommissioning” : la migliore traduzione in italiano mi sembra “smantellamento”. Ciò premesso, certamente è così: il problema si porrà già nei prossimi anni e con un “crescendo” pressante per due ragioni. La prima è che la grandissima maggioranza delle centrali nucleari oggi operanti nel mondo sono state ordinate negli anni sessanta e settanta (quelle ordinate dopo il 1979 sono pochissime) e sono entrate in servizio negli anni settanta ed ottanta. All’inizio si assegnava ad una centrale nucleare una vita produttiva di trent’anni : poi si è quasi universalmente convenuto che tale vita poteva essere estesa a quarant’anni. Oggi quindi un assai consistente stock di centrali nucleari sta giungendo a questo traguardo. Entro il 2020 tutte o quasi le centrali nucleari oggi attive nel mondo (sono 450) compiranno quarant’anni e dovrebbero quindi essere smantellate.
2. Quindi arrivano a “morte” o, diciamo meglio, allo smantellamento in tante e tutte insieme. Questa la prima ragione. E la seconda?
La seconda è che il processo di smantellamento (decommissioning) è un processo lungo, costoso e poco conosciuto : poco conosciuto semplicemente perché non esiste ancora in materia una esperienza consolidata. Vale la pena di parlarne perché ho l’impressione che la grande opinione pubblica ne sia assai poco informata, ma il problema inevitabilmente verrà alla ribalta.
Dopo la fine della attività, cioè della produzione di energia elettrica, le centrali nucleari debbono subire un lungo processo di decontaminazione : lungo, veramente lungo perché si tratta di cinquant’anni. E’ il tempo necessario affinché la radioattività dei componenti la centrale (non stiamo parlando delle scorie di combustibile, attenzione, ma dei componenti strutturali dell’impianto) decada fino a livelli ritenuti accettabili per la demolizione vera e propria. Durante questi cinquant’anni la centrale rimane in piedi così com’è: per capirci, vista dall’esterno non cambia nulla. Ma non si tratta di un normale impianto industriale dismesso e abbandonato; durante questi cinquant’anni la centrale deve essere strettamente sorvegliata e monitorata. Naturalmente tutto questo costa e costa molto.
Paradossalmente in Italia siamo all’avanguardia in materia. Come noto dal 1987 le nostre (poche) centrali sono state fermate: quindi da oltre vent’anni sono in fase di decontaminazione. Il processo è gestito da una società pubblica, la Sogin. Nel 2007 la Sogin ha presentato un “conto” di 174,9 milioni di euro: questo “conto” viene approvato dalla Autorità per l’energia Elettrica ed il Gas e “ribaltato” sulle nostre bollette. Quindi lo stiamo già pagando noi.
Il peso di questa voce sulla nostra bolletta elettrica è modesto: l’1% circa. Ciò perché la consistenza del parco nucleare italiano era, come noto, modesta (4 centrali per circa 1000 MW complessivi).
Ma credo sia più appropriato valutare questo costo in altro modo: se le 4 centrali dismesse funzionassero a pieno ritmo (ipotesi assai ottimistica, non è mai successo) produrrebbero circa 6 mlrd di kWh /anno per un valore di circa 400 milioni di euro. In altri termini i costi annui del decommissioning rappresentano quasi la metà del valore dell’energia che questi impianti producevano (o, meglio, avrebbero potuto produrre): e questo già da 25 anni e per altri 25. Restano poi, beninteso, i costi dello smantellamento finale e del ripristino del sito.
Possiamo infine fare un altro raffronto: oggi costruire i 1000 MW del parco nucleare italiano dimesso, ex novo e secondo le tecnologie più moderne, costerebbe circa 3 miliardi di euro : i costi di decommissioning (non scontati) rappresenterebbero circa tre volte i costi di costruzione.
Sono numeri impressionanti, e altrettanto impressionante è la incertezza che c’è intorno a questi numeri. Io qui mi sono riferito (e grossolanamente) al caso italiano. Ci sono parecchie e valide ragioni (economie di scala, esperienza tecnologica maturata , etc.) per ritenere che in altri paesi con settori nucleari più “robusti” i costi unitari potrebbero essere più bassi. Ma la incertezza delle valutazioni appare sempre alta.
Prendiamo il caso della Francia che, come noto, è il paese più “nucleare” del mondo.
Nel 2005 il Ministero dell’Industria, in base ad un criterio stabilito nel 1991, valutava in 13,5 miliardi di euro il costo di decommissioning del parco nucleare francese: ma già nel 2003 la Corte dei Conti aveva valutato tale costo in una forchetta di 20-39 miliardi di euro. Esperti e ong però dicono che si deve parlare non di decine ma di centinaia di miliardi di Euro : se si guarda a ciò che sta accadendo in Inghilterra queste valutazioni non appaiono affatto campate in aria.
In tutto questo la Electricitè de France ha accantonato a questo scopo solo 2,5 miliardi di Euro.
3. Qualcuno quindi dovrà pagare…
Esattamente. Sere fa a “Porta a Porta” c’era l’ennesimo dibattito sul nucleare e Bruno Vespa, con la baldanza di chi ha un argomento chiaro ed incontrovertibile, diceva “…ma in Francia l’energia elettrica costa un 30% di meno che in Italia…”. Vorrei che qualcuno gli dicesse che quello che i francesi pagano oggi è un acconto: il saldo verrà e sarà salato. Lo potranno pagare sulla bolletta della EdF o come contribuenti, se lo stato si accollerà i costi dello smantellamento: ma alla fin fine i francesi dovranno pagare e molto.
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* Ingegnere ed economista