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Il 12 lo sciopero Cgil
“Anche sull’Articolo 18”

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Epifani: l’approvazione del ddl lavoro “è una ragione in più” per fermarsi. Il 10% delle famiglie più ricche possiede il 45% dell’intera ricchezza netta delle famiglie italiane. Crescono la paura per il futuro, la disoccupazione e il disagio sociale

di Paolo Andruccioli

“E' una ragione in più per rendere questo sciopero più partecipato e più forte”. Così il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, torna sull'approvazione del ddl lavoro, che introduce l'arbitrato nelle controversie di lavoro “aggirando” l'articolo 18. In vista dello sciopero generale del 12 marzo, Epifani lancia l’allarme su un “disegno che vuole indebolire le tutele dei lavoratori, non dà risposte sugli ammortizzatori per i lavoratori che perdono il lavoro, penalizza le retribuzioni e le pensioni per un fisco che colpisce solo il lavoro”. La mobilitazione, inoltre, sarà fatta “per le modalità con cui si accolgono i lavoratori migranti nel nostro paese. Lavoro e diritti quindi saranno il cuore del nostro sciopero”.

Altro tema dello stop è il fisco. “Da anni paghi una tassa in più. Quella sull’evasione”. “Più evadono, più paghi”. Poi, un “soffri di alta pressione fiscale? Il governo deve ridurre le tasse su lavoro e pensioni di 100 euro al mese”. E ancora: “Loro evadono, tu resti”. Avrete capito che stiamo citando alcuni degli slogan della campagna nazionale sul fisco che la Cgil sta portando in tutte le città italiane. È passato ormai più di un mese dalla lettera spedita da Epifani al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La richiesta della Cgil era molto semplice e lineare: siccome la crisi sta peggiorando la situazione economica dei lavoratori e siccome le misure di politica economica adottate sino a questo momento stanno aumentando il divario e le disuguaglianze sociali, sarebbe necessario aprire un tavolo di confronto specifico sui temi della politica fiscale. La lettera è stata scritta e recapitata a Palazzo Chigi. Ma da Palazzo Chigi nessuna risposta. Silenzio assoluto. Ogni tanto, sui media, qualche battuta del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che spesso ha descritto la Cgil come un sindacato abituato ormai agli scioperi contro la pioggia.

È contro questo muro di gomma che la Cgil ha deciso di proclamare lo sciopero generale del 12 marzo prossimo. Una nuova mobilitazione del mondo del lavoro che ha intenzione di parlare a tutto il paese. La situazione, infatti, è molto peggiorata ed è ovvio che la percezione, il sentire comune, una volta si sarebbe detto l’opinione pubblica, stanno cambiando rapidamente. Cresce la paura per il futuro e il disagio sociale si fa sempre più evidente. Cresce la disoccupazione, si licenziano i precari della scuola e della pubblica amministrazione, si moltiplicano le vertenze sull’occupazione e le risposte continuano a non essere date. Anzi, il governo Berlusconi continua a negare la crisi e promette che nessuno “verrà lasciato indietro”. Si tratta di intervenire al più presto altrimenti si potrebbe andare incontro a situazioni molto complesse e difficili. Lo scenario greco e le tensioni sociali e sindacali che si stanno manifestando in Spagna sono i primi segnali di quello che potrebbe accadere in Europa. La Grecia rischia addirittura il default, ovvero la bancarotta delle casse dello Stato, svuotate dagli interessi sui titoli pubblici – obbligazioni che erano state emesse per fare cassa e permettere così gli aiuti al sistema creditizio – che sono andati a scadenza. Tutti gli Stati del mondo, a partire dagli Usa, si sono fortemente indebitati dopo l’autunno nero del 2008.

Anche nel caso della Grecia e della Spagna gli osservatori più attenti non escludono legami diretti e indiretti tra la crisi attuale dei conti pubblici e le politiche che sono state praticate dopo la crisi dei subprime americani. Il contagio della crisi c’è stato, anche se molti fanno finta di non vedere e nella maggior parte dei casi fenomeni economici e politici collegati tra loro vengono descritti separatamente, come se fossero compartimenti stagni. In realtà la logica della globalizzazione la fa ormai da padrona ed è difficile leggere i fenomeni in corso come fatti a se stanti e separati dal contesto internazionale. Il nostro paese non è certo ai livelli della Grecia e della Spagna ma, in quanto a situazione a rischio sul debito pubblico, non siamo secondi a nessuno almeno dagli anni 80 del secolo scorso.

Qualche giorno fa è comparsa ad esempio sulla stampa quotidiana una riflessione di Tito Boeri intitolata non a caso: a chi toccherà dopo la Grecia? Con questi problemi non si scherza, come non si dovrebbe scherzare con l’aumento continuo e vistoso della disoccupazione. La difesa dei posti di lavoro e la creazione di un futuro per i giovani dovrebbero essere oggi al primo posto in una ipotetica agenda delle priorità di un governo che si rispetti. In realtà il governo Berlusconi continua a pensare ad altro. Per questo, anche se lasciata sola dagli altri sindacati confederali nella battaglia per un fisco giusto (Cisl e Uil preferiscono andare in ordine sparso e gestire le loro iniziative singole), la Cgil torna in campo.

La prima richiesta della Cgil al governo, a Confindustria e a tutte le imprese è fermare i licenziamenti. Le richieste non sono nuove, ma non sono mai state prese in considerazione. Le ricordiamo. È necessario garantire la prosecuzione della Cig in deroga, raddoppiare la durata dell’indennità di disoccupazione e aumentare i massimali della Cig, sostenere il reddito e prevedere ammortizzatori sociali per i precari. Nel frattempo è necessario affrontare le vertenze, impedire la chiusura delle aziende, definire strumenti di politica industriale, avviare subito un piano per la ricerca e un piano per il Mezzogiorno. Come prima risposta immediata la Cgil chiede 500 euro per il 2010, a titolo di restituzione di quanto già lavoratori e pensionati hanno pagato in più. Per quanto riguarda le politiche fiscali (che Megale ci spiega bene nell’intervista) la Cgil ritiene necessario ridurre le tasse per lavoratori e pensionati attraverso la lotta all’evasione e all’elusione fiscale, la tassazione – come in Europa – delle rendite finanziare, dei grandi patrimoni e delle stock option, attraverso l’abbassamento della prima aliquota al 20 per cento.

Per ultimo, ma non certo in termini di importanza, il capitolo dei diritti di cittadinanza e dell’immigrazione. Per la Cgil è necessario costruire un futuro per il paese attraverso politiche di accoglienza e la lotta alle nuove schiavitù. Fondamentale è la regolarizzazione dei migranti che lavorano, la sospensione della legge Bossi-Fini per i migranti in cerca di rioccupazione, l’abolizione del reato di clandestinità, riconoscendo la cittadinanza alla nascita nel nostro paese, l’estensione dell’articolo 18 del Testo Unico sull’immigrazione equiparando il reato di caporalato a quello di tratta degli esseri umani.



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05/03/2010 15:46

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