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Alcoa, Omega, Fiat. Politica industriale cercasi

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L’andamento difficile e non scontato di alcune vertenze. Che cosa accomuna queste tre vicende? Il fatto che ai sindacati manca una sponda necessaria: quella di un sistema-paese guidato da un governo dotato di una vera e propria politica industriale

di Fernando Liuzzi

foto di Attilio Cristini (immagini di di Attilio Cristini)
Alle 15:35 di giovedì 25 febbraio, l’agenzia di informazione AdnKronos mette in rete un dispaccio da Roma. Titolo: “Alcoa: verso “rinvio costruttivo” di 6 mesi, ma bocce ferme”. Sottotitolo: “Slitta decisione formale impianti, ma ok continuità produttiva e no Cig”. Dando prova di disporre di buone fonti, l’agenzia romana fotografa così quel che si sarebbe verificato solo poche ore dopo, nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi messo in calendario per le 20:30 di quella stessa giornata. Che cosa vuol dire “rinvio costruttivo”? In teoria, vuol dire che la vertenza Alcoa, una di quelle che, in questi mesi di crisi, hanno maggiormente concentrato su di sé l’attenzione dei mezzi di informazione, esce temporaneamente di scena. Per adesso, appunto, bocce ferme. La multinazionale Usa continuerà a produrre alluminio primario nei suoi due impianti di Fusina (Venezia) e di Portovesme (Carbonia-Iglesias), e a far funzionare il laminatoio annesso allo stabilimento veneziano.

È bene precisare, tuttavia, che al termine dell’incontro svoltosi nella mitica “Sala verde” di Palazzo Chigi, non è stato definito un accordo che chiarisca quale sia il futuro degli stabilimenti Alcoa oggi attivi nel nostro Paese. Più semplicemente, la Presidenza del Consiglio dei ministri ha emesso un suo comunicato in cui si afferma che “l’Alcoa ha accolto l’invito del governo di procedere per sei mesi ad assicurare la continuità e la capacità produttiva dei propri impianti in Italia”. Dove quel “continuità e capacità produttiva” significa che Alcoa si è impegnata non solo a produrre alluminio e laminati, ma anche a provvedere alla necessaria manutenzione degli impianti, riportando in funzione le celle elettrolitiche progressivamente spente nelle ultime settimane.

In sostanza, i lavoratori del Sulcis Iglesiente, e quelli del litorale di Mestre, avranno un impiego e una fonte di reddito certi di qui a fine agosto. Ma delegati e sindacati dei metalmeccanici non potranno certo distrarsi. Da un lato, infatti, dovranno stare bene attenti a che Alcoa si attenga realmente all’impegno che si è assunta a mantenere i suoi impianti, oltre che ad alimentarli con le necessarie materie prime. Dall’altro, dovranno essere pronti a ripartire con la lotta qualora, sul finire dell’estate, la multinazionale dell’alluminio manifesti nuovamente l’intenzione di lasciare il nostro Paese chiudendo i due stabilimenti.

La situazione dell’industria italiana è tale che quel che, in altri tempi, sarebbe apparso come un passaggio largamente insoddisfacente, sembra oggi un approdo, certo provvisorio, ma non privo di una sua temporanea concretezza. Pur con una comprensibile ansia, i lavoratori Alcoa hanno davanti a sé sei mesi di relativa certezza. E stanno quindi molto meglio di quelli della ex-Eutelia, oggi Agile, e dei dipendenti di altre imprese del gruppo Omega, come quelli di Phone Media.

Mentre i primi hanno a che fare con una solida multinazionale Usa, ancora indecisa se abbandonare o no i suoi impianti europei (oltre a quello dei due stabilimenti italiani, è infatti incerto anche il destino dei tre stabilimenti spagnoli), i secondi sono alle prese con una proprietà i cui titolari hanno dimostrato di non poter ambire al nome di imprenditori, mettendo in atto comportamenti ora improbabili, ora inaccettabili che, non per caso, li hanno messi al centro di una serie di vicende giudiziarie, sia penali che civili, tuttora irrisolte. Più simile alla vicenda Alcoa quella dei dipendenti Fiat degli stabilimenti di Termini Imerese (Palermo) e di Pratola Serra (Avellino). Anche qui la controparte è solida. Ma, come Alcoa, è una multinazionale ed è quindi un’impresa che, ancorché battente bandiera italiana, pensa a sé stessa come a un soggetto che agisce su uno scacchiere globale e che ha perso almeno parte dell’interesse relativo alla casella Italia.

Che cosa accomuna queste tre vicende? Il fatto che ai sindacati manca una sponda necessaria: quella di un sistema-paese guidato da un governo dotato di una vera e propria politica industriale. Politica che non può essere sostituita né dalle delibere, pur necessarie, di un Tribunale fallimentare, né da un’attività di governo volta solo a inseguire i fatti.



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TAGS alcoa crisi fiat omega

03/03/2010 19:36

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