
Internet
Google, i media Usa all'attacco
Giro di vite sul web, troppi tentativi di regolamentare la rete e la libertà di espressione. Il tutto nell’ombra di Silvio Berlusconi. Giudizi impietosi sulla sentenza milanese. E c’è anche l’aspetto economico: l’Italia è ferma e l’e-commerce non decolla
“Il web come lo conosciamo cesserà di esistere”. È questa la reazione di Google alla sentenza milanese che condanna la società di Mountain View per la diffusione di un video che mostrava violenze su un ragazzo down (leggi qui). All’indomani della sentenza italiana, la stampa americana si interroga sulla sua natura. E avanza il sospetto, il timore, di essere di fronte all’ennesima avvisaglia di un giro di vite sul web nel nostro paese.
In prima pagina sul New York Times un articolo ricorda come l’Italia sia il paese europeo dove sono in atto i maggiori tentativi di regolamentare internet. Dopo aver ricordato che “il premier Silvio Berlusconi possiede la maggior parte dei media privati e controlla indirettamente quelli pubblici”, il Nyt aggiunge che “c'è una forte spinta a regolamentare internet in maniera più decisa rispetto al resto dell'Europa. Una serie di provvedimenti sono allo studio in Parlamento per tentare di imporre una serie di controlli sul web”. Gli avversari di Berlusconi, sottolinea il Nyt, sostengono “che le misure vanno al di là delle questioni di routine legate al copyright e sono un mezzo per stornare la concorrenza del web rispetto alle reti televisive pubbliche e le sue reti private e per mantenere un controllo più stretto sul dibattito pubblico”.
La sentenza, però, non suscita riflessioni solo riguardo alla libertà sul web. C’è anche la questione più strettamente economica che, dal punto di vista americano, vede l’Italia su uno dei gradini più bassi nello sviluppo del commercio elettronico e della e-economy. “Pechino, Milano, Bruxelles. Per i manager di Google non sono mete di vacanza, ma una lista di posti nel mondo dove l'impero di Google è minacciato”: è quanto si legge su Business Week. Secondo il settimanale americano “la sentenza su Google spiega perché l'Italia stia rallentando”, e un analista finanziario intervistato da Business Week afferma: “Come investitore starei attento e sarei spaventato da questo tipo di cose”.
In Italia Stefano Rodotà, ex Garante della Privacy, ricorda (intervistato da Repubblica) che “negli ultimi tempi in Italia si stanno manifestando, nei riguardi di internet, iniziative di tipo censorio che potrebbero essere rafforzate da una lettura sbrigativa della sentenza Google”.
E Assintel, l'associazione nazionale delle imprese Ict di Confcommercio, offre pieno appoggio a Google. La sentenza, afferma il presidente dell'associazione Giorgio Rapari, “è un forte campanello d'allarme, perché si inserisce in un trend in cui la politica e gli apparati giudiziari cercano di ricondurre la ‘novità’ del web dentro la cornice normativa esistente, senza averne compreso la natura”. Per Rapari “una cosa è l'esistenza di una piattaforma neutra, quale internet è, in cui sia tutelata l'assoluta libertà dei singoli di pubblicare i loro pensieri, ma in piena responsabilità individuale; altra cosa è prevedere un controllo a monte dell'informazione da parte della piattaforma stessa, tentando di vincolare gli operatori tecnologici a controllare quanto i singoli pubblicano. Questa, comunque la si voglia chiamare, sarebbe censura”.
“Controllo della Rete da parte degli utenti sì, censura no”: questo il giudizio del senatore del Pd Ignazio Marino. “Cominciare a filtrare i contenuti messi online – spiega Marino - significherebbe intaccare la natura stessa del web, cioè uno spazio libero dove ognuno di noi può esprimersi liberamente. La Rete non deve avere filtri. Questo è un principio da cui non si torna indietro”. Secondo Marino, Internet 'non e' un far west, ma piuttosto un luogo sufficientemente maturo in grado di autogovernarsi. La responsabilità dei contenuti non può essere attribuita al gestore quando ci sono leggi che permettono la rintracciabilità dell'autore. Inoltre mi sembra che in questa vicenda la Rete non abbia fatto altro che rendere pubblico un atto terribile e da condannare con forza che sarebbe passato altrimenti sottosilenzio. Quindi invece di affidarsi alla censura perché non si fa in modo rintracciare e punire i veri colpevoli?”
In prima pagina sul New York Times un articolo ricorda come l’Italia sia il paese europeo dove sono in atto i maggiori tentativi di regolamentare internet. Dopo aver ricordato che “il premier Silvio Berlusconi possiede la maggior parte dei media privati e controlla indirettamente quelli pubblici”, il Nyt aggiunge che “c'è una forte spinta a regolamentare internet in maniera più decisa rispetto al resto dell'Europa. Una serie di provvedimenti sono allo studio in Parlamento per tentare di imporre una serie di controlli sul web”. Gli avversari di Berlusconi, sottolinea il Nyt, sostengono “che le misure vanno al di là delle questioni di routine legate al copyright e sono un mezzo per stornare la concorrenza del web rispetto alle reti televisive pubbliche e le sue reti private e per mantenere un controllo più stretto sul dibattito pubblico”.
La sentenza, però, non suscita riflessioni solo riguardo alla libertà sul web. C’è anche la questione più strettamente economica che, dal punto di vista americano, vede l’Italia su uno dei gradini più bassi nello sviluppo del commercio elettronico e della e-economy. “Pechino, Milano, Bruxelles. Per i manager di Google non sono mete di vacanza, ma una lista di posti nel mondo dove l'impero di Google è minacciato”: è quanto si legge su Business Week. Secondo il settimanale americano “la sentenza su Google spiega perché l'Italia stia rallentando”, e un analista finanziario intervistato da Business Week afferma: “Come investitore starei attento e sarei spaventato da questo tipo di cose”.
In Italia Stefano Rodotà, ex Garante della Privacy, ricorda (intervistato da Repubblica) che “negli ultimi tempi in Italia si stanno manifestando, nei riguardi di internet, iniziative di tipo censorio che potrebbero essere rafforzate da una lettura sbrigativa della sentenza Google”.
E Assintel, l'associazione nazionale delle imprese Ict di Confcommercio, offre pieno appoggio a Google. La sentenza, afferma il presidente dell'associazione Giorgio Rapari, “è un forte campanello d'allarme, perché si inserisce in un trend in cui la politica e gli apparati giudiziari cercano di ricondurre la ‘novità’ del web dentro la cornice normativa esistente, senza averne compreso la natura”. Per Rapari “una cosa è l'esistenza di una piattaforma neutra, quale internet è, in cui sia tutelata l'assoluta libertà dei singoli di pubblicare i loro pensieri, ma in piena responsabilità individuale; altra cosa è prevedere un controllo a monte dell'informazione da parte della piattaforma stessa, tentando di vincolare gli operatori tecnologici a controllare quanto i singoli pubblicano. Questa, comunque la si voglia chiamare, sarebbe censura”.
“Controllo della Rete da parte degli utenti sì, censura no”: questo il giudizio del senatore del Pd Ignazio Marino. “Cominciare a filtrare i contenuti messi online – spiega Marino - significherebbe intaccare la natura stessa del web, cioè uno spazio libero dove ognuno di noi può esprimersi liberamente. La Rete non deve avere filtri. Questo è un principio da cui non si torna indietro”. Secondo Marino, Internet 'non e' un far west, ma piuttosto un luogo sufficientemente maturo in grado di autogovernarsi. La responsabilità dei contenuti non può essere attribuita al gestore quando ci sono leggi che permettono la rintracciabilità dell'autore. Inoltre mi sembra che in questa vicenda la Rete non abbia fatto altro che rendere pubblico un atto terribile e da condannare con forza che sarebbe passato altrimenti sottosilenzio. Quindi invece di affidarsi alla censura perché non si fa in modo rintracciare e punire i veri colpevoli?”
25/02/2010 20:09





