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Schiavi e padroni nelle Rosarno d’Italia

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Manca ancora una legge che definisca il reato di grave sfruttamento lavorativo, mentre un intreccio perverso tra arcaico e postmoderno raggiunge gradi di violenza inaccettabili. Storie di uomini umiliati ma che a volte hanno il coraggio di ribellarsi

di Alessandro Leogrande

 (immagini di autore foto: cristina sebastiani, da flickr)
Non ci sono solo i braccianti neri di Rosarno, il popolo dei casolari e delle bidonville nel Sud agricolo, dove l’intreccio tra arcaico e postmoderno raggiunge livelli inaccettabili. Il grave sfruttamento lavorativo lambisce sempre più marcatamente il lavoro migrante anche altrove. In altre regioni, in altri settori. In tutta Italia, come denuncia l’associazione On the Road (una delle organizzazioni del Cnca, il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) che tra Marche, Abruzzo e Molise ha seguito i casi di 37 uomini e 4 donne cui è stata concessa la protezione sociale garantita dall’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione. Oggi, come segnalato anche dal capo della squadra mobile di Roma Vittorio Rizzi, i programmi di protezione sociale che hanno permesso di liberare migliaia di vittime di tratta a fine sessuale o lavorativa sono in vertiginoso calo. Eppure storie come quelle intercettate ogni giorno da decine di associazioni simili a On the Road suggeriscono che quei programmi andrebbero capillarmente estesi. Includendo, appunto, una vasta gamma di casi che vanno dall’ipersfruttamento delle braccia alla riduzione in schiavitù vera e propria. In genere queste storie rimangono anonime, raramente si vengono a sapere e ancora più raramente finiscono sulle pagine dei giornali. In genere se ne occupano solo pochi cronisti locali: alcune, ad esempio, sono state raccontate brevemente solo sul quotidiano abruzzese il Centro.

Storia di Ahmad
Per capire di cosa stiamo parlando, ne raccontiamo una accaduta a Carsoli, un paesino in provincia di L’Aquila. Nell’aprile del 2007 Ahmad e altri 15 operai indiani iniziano a lavorare presso una ditta di gessi e stucchi. Vengono dalle province di Calcutta, Kanpur e da altre regioni dell’India. Non conoscono una sola parola d’italiano. Dell’Italia sanno poco; anzi, per loro è un luogo mitico, sperduto nell’altra parte del globo, nella vecchia Europa. Ahmad, che ha 25 anni e per tutta la vita ha fatto il contadino, è stato contattato nel suo villaggio da un intermediario che gli ha promesso un lavoro da 1.000 euro al mese in Europa. Così fa una colletta tra i conoscenti, ipoteca il terreno della sua famiglia e dà al “caporale” 6.000 euro per coprire le spese del viaggio, il rilascio del visto e la ricerca del “posto di lavoro”. Formalmente tutti e 16 vengono assunti come lavoratori distaccati da una ditta con sede a Dubai, che si scoprirà essere intestata a un parente del loro datore di lavoro. Ma nel paese arabo non metteranno mai piede. Ahmad e gli altri 15 vengono portati direttamente a Carsoli dall’intermediario, e lì le condizioni di lavoro sono lontane anni luce da quelle promesse prima del viaggio. Sono costretti a lavorare 10 ore al giorno, compresi il sabato e quasi sempre anche la domenica, costantemente sotto la sorveglianza del proprio intermediario, che diventa il loro “caposquadra”, e di un altro caporale rumeno che si aggiunge per controllarli. I contatti con i pochi italiani che lavorano nella stessa azienda sono praticamente ridotti a zero. Sulla porta del “loro” bagno c’è scritto: “Divieto di ingresso per gli indiani”. Per tutto il giorno gli indiani sembrano essere concentrati in un sotto-mondo lavorativo. Sotto-mondo che si protrae anche oltre l’orario di lavoro. Vivono tutti in due stanze, all’interno della stessafabbrica – 13 nella più grande, 3 nella più piccola – e non hanno diritto alle chiavi dal cancello esterno. Possono uscire dal ghetto-fabbrica-dormitorio solo la domenica pomeriggio, e di norma sotto la sorveglianza del caposquadra. Non possono fare la spesa: ogni due settimane è il padrone a rifornirli di riso e lenticchie, quando vanno a male sono costretti a mangiare il cibo avariato. Quando uno di loro si sente male, non viene portato in ospedale. Viene lasciato in camera per giorni e giorni, fino a quando il caporale, per evitare che la situazione si aggravi, va in farmacia a prendere qualche medicina. In tali condizioni, i 1.000 euro al mese restano un miraggio. Ahmad e gli altri percepiscono meno che briciole. Trenta euro a testa per il mese di aprile, 97 a maggio, 150 a luglio... Fino a quando è possibile pazientare?

Gli indiani di Carsoli non hanno mai subìto violenze, non sono mai stati pestati, perché questo in fondo non serviva per mantenere l’ordine. Bastavano le minacce di essere rimpatriati. Vivevano nel costante terrore di essere rispediti indietro, al minimo cenno del padrone. Difatti, come monito per tutti, i cinque tra loro che si sono fatti coraggio e hanno protestato sono stati immediatamente rimandati in India. Sono stati presi e chiusi in una stanza. Poi sono arrivati due uomini non meglio identificati a bordo di una macchina, incaricati di portarli in aeroporto. I cinque piangevano, o almeno così ricordano gli indiani che sono rimasti. Imploravano i due ceffi di non portarli via, perché avevano bisogno di guadagnare per pagare i debiti che avevano contratto in India, per ridare indietro a parenti e conoscenti, fino all’ultimo centesimo, quei soldi che avevano permesso loro di partire per l’Italia... Ma i due li hanno minacciati, dicendo che era meglio per loro se li seguivano. Quando sono tornati, avrebbe poi ricordato uno degli indiani rimasti, “ci hanno detto di stare attenti, altrimenti avremmo fatto la stessa fine”. Ahmad è l’unico che conosce l’inglese. Così un giorno trova il coraggio di scrivere una lettera di denuncia e di farla recapitare a un sindacalista della Cisl che ha conosciuto casualmente. Il sindacato avvisa la polizia che a sua volta chiama On the Road. Gli operatori dell’associazione riescono finalmente a incontrare gli indiani una domenica pomeriggio, eludendo la sorveglianza dei loro controllori. Ad andarci sono i legali Michela Manente e Guido Talarico, la mediatrice Edlira Kadiu e Laura Pistoni. L’assemblea improvvisata che ne viene fuori rompe il muro di cristallo. Gli indiani parlano, ripetono a voce quello che hanno subìto. Così parte la denuncia, e il loro incubo finisce.

La via giudiziaria
A due anni di distanza, dopo aver usufruito del programma di protezione, ora lavorano tutti al Nord regolarmente. Più accidentata è stata invece la via giudiziaria. La Procura antimafia di L’Aquila non ha ravvisato nelle denunce degli indiani il reato di riduzione in schiavitù, assegnando il fascicolo alla Procura di Avezzano che ha invece individuato i possibili reati di falso ideologico, violenza privata ed estorsione. Il 2 dicembre del 2008 c’è stato l’incidente probatorio, ma a oltre un anno di distanza non si scorge ancora ombra del rinvio a giudizio. Di casi come questi gli operatori di On the Road ne intercettano parecchi: egiziani, cinesi, rumeni, marocchini, pakistani. I pakistani sono stati addirittura ridotti in una condizione prossima alla schiavitù all’interno di una fabbrica di fisarmoniche! Il punto è sempre lo stesso: se da una parte, con il nuovo governo, sembrano restringersi le possibilità di accedere alla protezione sociale, dall’altra manca ancora una legge che definisca il reato di grave sfruttamento lavorativo. Così, tutte quelle volte in cui, come per gli indiani, la Dda decide di non interpretare in maniera estensiva la riduzione in schiavitù, e quella particolare “soggezione continuativa” di cui parla il nostro codice penale, i processi rischiano di sgonfiarsi. Dice Michela Manente, a proposito dell’incidente probatorio del dicembre del 2008, che si è concluso solo a tarda sera: “Mi ricordo che, quando sono venuti a testimoniare in tribunale, gli indiani erano tutti spaventati. Addirittura, per quanto erano emozionati, si erano scritti sulla mano le cifre relative ai pochi euro che avevano preso in un mese: roba di 30 euro, 90 euro, 130 euro... Appena li ha visti, il legale della ditta si è opposto. Per lui non dovevano leggere. Allora è stato il giudice, che ha capito la situazione, ad autorizzare gli indiani a leggere sulle mani”.

La ditta è difesa da un importante studio legale di Roma. Il datore di lavoro è convinto di rimanere illeso da ciò che considera uno spiacevole incidente di percorso. Apparentemente è tutto in regola, le assunzioni sono state fatte... La tesi difensiva, sostenuta dai legali dell’azienda, è che gli indiani mentono. Sono stati assunti con un contratto “regolare”: i pochi euro che hanno ricevuto erano solo degli acconti, perché sarebbero stati retribuiti in un secondo momento dall’azienda di Dubai da cui erano formalmente assunti. Peccato che il secondo momento non sia mai arrivato. “Abbiamo anche avviato un’azione di risarcimento civile continua l’avvocato Manente – e a marzo ci sarà la prima udienza a Roma. L’azione è molto importante, perché il ricorso penale (se la finalità deve essere il carcere) non funziona per le aziende, per i datori di lavoro. I processi civili a mio avviso sono più efficaci perché, oltre a ristabilire la vera natura di un rapporto di lavoro, producono un risarcimento reale”. Colpire i patrimoni, per molti datori, è un effettivo deterrente, molto più di una denuncia penale che si perde nei meandri dei tribunali. “Nel caso di un altro indiano – riprende Manente – abbiamo intrapreso solo l’azione civile.

Quando siamo andati davanti al giudice, all’inizio il datore ha sostenuto di non conoscerlo, di non sapere chi fosse, e l’indiano si stava mettendo a piangere. Poi, dopo, lo ha ‘riconosciuto’, e alla nostra prima richiesta ha fatto una controproposta di risarcimento per 5.000 euro”. Antonello Salvatore, che per On the Road è il responsabile dell’accoglienza maschile e segue la struttura in cui vivono gli “schiavi liberati” in attesa di trovar loro un altro lavoro e un’altra sistemazione, mi ha raccontato altri casi di grave sfruttamento. Come quello di tre egiziani, assoldati da un caporale loro connazionale per lavorare alle dipendenze di un imprenditore edile calabrese. Hanno lavorato per sei mesi, senza mai essere pagati, e senza essere messi in regola. Hanno lavorato in vari cantieri, nel Centro e nel Nord Italia. Al momento di dar loro la retribuzione pattuita, il datore è scomparso, se ne è tornato in Calabria. Fin qui niente di nuovo, si dirà, ma è a questo punto che inizia un’avventura picaresca. I tre egiziani non si danno per vinti e partono per la Calabria, si mettono sulle tracce del padrone e lo raggiungono nel suo paese. A quel punto vengono rinchiusi dallo stesso padrone in un casolare in aperta campagna per diversi giorni, senza cibo, ma con la promessa di avere i soldi. Avrebbero solo dovuto aspettare un po’, in quelle condizioni. Tuttavia nessuno si fa vivo: quando trovano la forza di andarsene, del padrone nel paese non c’è più traccia. Lo raggiungono al telefono, e si sentono dire che se avessero continuato a protestare sarebbero stati uccisi. Dopo quella breve conversazione intrisa di intimidazioni non hanno più avuto alcun contatto. Al punto in cui erano arrivati, chiunque avrebbe desistito, ma non i tre egiziani, che decidono di mettere in pratica un’idea disperata. Vanno a Colleparco, nei pressi di Teramo, si recano nell’ultimo cantiere ancora aperto presso cui hanno lavorato, salgono su una gru e minacciano di buttarsi di sotto. Ma questa volta c’è chi li ascolta: viene aperta un’inchiesta giudiziaria e ottengono il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Vengono accolti nella struttura protetta e inseriti nel programma di assistenza e integrazione sociale, previsto dall’articolo 18 della 286.

La casa della vergogna
“La cosa difficile, in tempi di crisi e di disoccupazione, è trovar loro un altro lavoro, un lavoro vero”, dice Antonello Salvatore. È questo il principale scoglio sulla via dell’integrazione sociale. La casa di accoglienza, invece, è un progetto ben avviato. Ora ci vivono in sette, tutti ex schiavi da lavoro. Si gestiscono gli spazi, la cucina, i turni di pulizia. “Abbiamo puntato sull’autonomia – prosegue Antonello –. Non volevamo offrire un servizio dall’alto che li rendesse passivi, soprattutto dopo quello che hanno subìto. In questo modo poco alla volta trovano la forza di lasciarsi alle spalle quello che hanno passato e di guardare avanti”. Quel che resta dentro in tutte queste storie, mi par di capire, è una profonda indignazione per il torto subìto. Una rabbia da cui sorge il desiderio di dignità.

L’ultimo arrivato nella casa di accoglienza è un indiano che è stato sfruttato in una masseria del Salento. Se c’è una storia che può fotografare il grado zero dell’asservimento, questa è la sua. Non so il suo nome, e non importa rivelarlo. So solo che, dopo essere arrivato in Italia, è stato assoldato, tramite un suo connazionale, da un piccolo allevatore agricolo della Puglia meridionale come guardiano di una stalla. Ma nella stalla ci viveva lui. Di giorno mungeva le vacche, di notte dormiva insieme a loro. Il suo unico alimento erano pane e acqua. Solo un pezzo di pane e una bottiglia d’acqua, che gli venivano dati sul finire di ogni giorno. Ma alle volte è capitato anche che per tre, quattro giorni di fila non venisse nessuno. Era arrivato in buone condizioni, in pochi mesi ha sviluppato una violenta infezione intestinale. Diarrea e vomito lo hanno minato progressivamente. L’indiano ha chiesto più volte al padrone di portarlo all’ospedale, ma non è mai stato ascoltato. Avrebbe dovuto ricevere 400 euro al mese. Il primo mese li ha ricevuti, ma a partire dal secondo non ha più avuto niente: il padrone sosteneva che, essendo malato, era “improduttivo”. E lo ha più volte minacciato.

Dopo aver lavorato in tali condizioni per altri tre, quattro mesi, alla fine ha deciso di abbandonare la stalla. Così si è recato a piedi nel paese più vicino, distante una decina di chilometri. In piazza ha incontrato altri indiani, sono stati loro a portarlo al pronto soccorso dove gli sono state fornite le prime cure. La sua fortuna è stata quella di incontrare, tramite un altro indiano, un avvocato che aveva già seguito altri casi simili per cui era stata richiesta l’applicazione dell’articolo 18, e che lo ha instradato verso il programma di accoglienza. Gli era venuta un’ulcera perforante, ha dovuto subire molte operazioni. “La cosa che più mi ha sorpreso – conclude Antonello – è che, quando è partito dall’India, aveva quasi 50 anni. La famiglia si era impoverita, non riusciva più ad andare avanti e aveva diverse figlie femmine in età da matrimonio. Doveva mettere insieme le doti, e non sapeva come fare. Così è venuto in Italia”.

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TAGS immigrati migranti

23/02/2010 17:43

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