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Battipaglia

Dietro Alcatel c'è un laboratorio fantasma

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La vicenda della Meditec: personale altamente specializzato, costretto a lavorare in condizioni da terzo mondo per la vicina azienda in dismissione. na vicenda di sfruttamento, che getta una luce sinistra sulla fuga delle multinazionali dall’Italia

di Antonio Fico

Foto di Thomas_Hawk (da Flickr)
E’ una brutta storia quella che riguarda il laboratorio di cemento e lamiera della Meditec, a Battipaglia, dove personale altamente specializzato lavorava in condizioni da terzo mondo, su schede per le telecomunicazioni che poi l’Alcatel-Lucent assemblava. Una vicenda di sfruttamento, che getta una luce sinistra sulla fuga delle multinazionali dall’Italia, sul deserto industriale senza regole che si lasciano alle spalle.

L’inchiesta sul laboratorio della Meditec parte da un blitz dei carabinieri, a cui lavorano anche la Guardia di finanza e la Asl. Siamo nel cuore della zona industriale di Battipaglia. Il capannone abusivo dista appena duecento metri dallo stabilimento della multinazionale francoamericana. Sono gli stessi lavoratori dell’Alcatel e la Cgil che, coraggiosamente, scoprono quanto sta accadendo e poi passano alla denuncia.

“Come nessuna autorità preposta ai controlli non sia riuscita a scoprire prima questo laboratorio fantasma è un mistero – accusa il segretario generale della Cgil di Salerno, Franco Tavella –. Un mistero che forse spiega come vanno le cose in Italia, quanta complice connivenza vi sia tra una parte delle istituzioni e il capitale”.

L’altro aspetto incredibile della vicenda è che la Meditec lavora per la Meditel, società a cui l’Alcatel fornisce i materiali in conto lavorazione, guidata da Pierluigi Pastore. Pastore è l’uomo a capo della cordata che si appresta a rilevare lo stabilimento della multinazionale, con l’appoggio della stessa Alcatel e del governo. E questo spiega il legittimo timore dei lavoratori: perché vendere a chi sfrutta il lavoro nero, a chi si avvale di lavoro esterno quando i propri dipendenti hanno orario ridotto e contratti di solidarietà? La scoperta del laboratorio avviene un po’ come in una spy story: un lavoratore dell’Alcatel riesce, dopo aver contattato il mediatore,“il caporale d’industria”, congiunto di una persona che lavora nell’ufficio del personale della multinazionale, a farsi “assumere”.

Entra nel capannone e filma tutto: tetto in lamiera e muffa sulle pareti, una patina verde intorno a finestre strettissime fuori norma e nei bagni. Un unico piccolo varco d’accesso e, dentro, dieci postazioni di lavoro, materiale altamente infiammabile vicino a stufette elettriche e cartoni, scatole di pasta tra circuiti e componenti elettroniche, aspiratori difettosi che diffondono nella stanza fumi di stagno. Sui tavoli da lavoro vi sono i congegni con i codici di tracciabilità dell’Alcatel. Il laboratorio è il capolinea di un percorso che dai contratti a tempo all’Alcatel-Lucent porta alcuni avoratori (al momento del bltz erano in quattro, un tecnico e tre operaie specializzate) a prestare la loro opera alla Meditec srl di Claudio Rinaldi, nei mesi di pausa fra un contratto e l’altro. L’Alcatel può permettersi infatti di praticare una turnazione assurda con un largo bacino di interinali – negli anni si arriva a 500 – che si dividono i 140 posti di lavoro: quattro mesi di contratto, tre-quattro mesi a casa.“

Con il benestare dei poteri locali – spiega un lavoratore –, che alimentano le loro clientele offrendo un lavoro precario nella multinazionale. E con l’accondiscendenza delle società interinali: un tecnico rimane nella disponibilità all’Alcatel anche quando non ha contratto, nessun’altra azienda può assumerlo”. I tecnici e gli operai che finiscono alla Meditec producono schede con delicati componenti chimici senza protezione e igiene, laddove nella multinazionale sono d’uso comune guanti e tute, standard altissimi di protezione e sicurezza. Si finisce alla Meditec per pagare il mutuo, per dare da magiare ai figli.

Osserva Tavella: “Stiamo assistendo a una caduta drammatica delle condizioni di lavoro, che riguardano anche le professionalità più specializzate. Questa non è Rosarno, eppure questi presunti imprenditori possono contare, a causa della crisi, su una disponibilità di lavoro illimitata”. Nel piano presentato da Pastore, la nuova società che dovrebbe rilevare lo stabilimento Alcatel, la Techno Btp, assumerebbe 196 persone. Per lui e i soci l’affare frutterebbe 250 milioni di euro in commesse per quattro anni e, quando finiranno le commesse, il business che si profila potrebbe essere la vendita di strutture e suoli, funzionali ai progetti per la costruzione dell’interporto intorno a cui dovrebbero ruotare la logistica dello scalo marittimo di Salerno e le attività commerciali da avviare proprio a Battipaglia, oltre che a Pontecagnano. Il rischio è che Battipaglia faccia la fine di Rieti, Maddaloni, Frosinone, dove gli stabilimenti ceduti dall’Alcatel hanno avuto vita breve.

E dire che la Meditel non naviga in buone acque, con le maestranze impiegate con contratti di solidarietà. Pastore è sponsorizzato dalla multinazionale, che ha evidentemente fretta di lasciare l’Italia, e dal governo, che si è prodigato per convincere i lavoratori che non vi sarebbero soluzioni alternative. Forse anche per questo uno dei funzionari del ministero dello Sviluppo economico ha alzato le spalle quando ha visto il filmato girato nel laboratorio:“Non sembrava affatto scandalizzato da quello che il video raccontava – ricorda Antonella Caputo, segretaria Nidil-Cgil di Salerno –. È come parlare ai sordi: lottiamo da nove mesi e niente sembra cambiare”. Ma i tecnici e gli operai dell’Alcatel non si arrendono: “Non faremo la fine dei lavoratori della Meditec”..

ALCATEL: UNA CORDATA CHE NON CONVINCE
Sulla carta, la nuova cordata di imprenditori che vuole rilevare stabilimento Alcatel di Battipaglia garantirebbe un’occupazione media di 196 unità, almeno per i prossimi quattro anni. Attualmente nello stabilimento sono oltre 200 i lavoratori con un contratto a tempo indeterminato: 120 lavorano nel centro di ricerca e sviluppo, che l’azienda al momento ha detto di non voler cedere. Altri 85 lavorano nel centro di integrazione e collaudo, dove sono impegnati a turno anche 140 interinali (il numero degli interinali tocca negli anni anche quota 500). La cordata di cui si diceva sopra ha costituito la Techno Btp srl, che ha come socio di maggioranza al 51 per cento Pierluigi Pastore, attuale amministratore delegato della Meditel srl.

Accanto all’imprenditore salernitano la cordata – proposta dal ministero dello Sviluppo economico – coinvolge per il 5 per cento Alcatel, per il 14 per cento quattro dirigenti dello stabilimento che si avvarrebbero della procedura denominata Mbo (management by out) e per il restante 30 per cento Gian Federico Vivado, ad della Esacontrol di Maddaloni, che entrerebbe nel capitale attraverso la controllata Telerobot. Nel piano cambia anche la mission dell’impianto: da centro integrato di eccellenza nel settore delle telecomunicazioni a stabilimento manifatturiero che produrrà apparecchi biomedicali. Un salto che non convince i lavoratori: scarsa credibilità degli acquirenti, cambio di missione senza grandi prospettive di mercato. Le aziende di telecomunicazioni stanno dismettendo i siti manifatturieri.

La stessa Alcatel sta abbandonando gli impianti produttivi europei per delocalizzarli in Cina. Sono scelte di natura organizzativa: lo stabilimento di Battipaglia, ad esempio, impegnato nella produzione dei componenti per la trasmissione di informazioni in banda larga, adsl ma anche con la tecnologia wi-max, cioè reti senza fili, assicura utili per 80milioni di euro l’anno. Da nove mesi, cioè da quando l’Alcatel ha annunciato la chiusura di Battipaglia, i dipendenti e il sindacato chiedono il coinvolgimento della corporate Alcatel Francia nella trattativa per individuare imprese di tlc interessate all’acquisto del sito.



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TAGS alcatel

16/02/2010 13:30

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