La denuncia di Medici senza frontiere: i centri sono gestiti senza controlli sanitari adeguati e senza controlli esterni. I Cie sono “carceri a tutti gli effetti”. Ampio ricorso a psicofarmaci e sedativi. Rivolte e suicidi all’ordine del giorno
di D.O.
Un mondo a parte. Con scarsi controlli dall’esterno. Senza adeguata sorveglianza sanitaria. Gestito con un approccio emergenziale e insufficiente. E’ il mondo “Al di là del muro” dei centri per migranti, sui quali Medici senza frontiere – Missione Italia ha presentato un rapporto frutto di un’indagine svolta tra il 2008 e il 2009 in 21 centri che il nostro paese destina all'accoglienza di stranieri irregolari. Ossia i centri di identificazione ed espulsione (Cie) per migranti senza permesso di soggiorno, i centri di accoglienza per richiedenti asilo e migranti (Cara) e i centri di accoglienza (Cda) (vedi la scheda).
Sotto la lente d’ingrandimento di Msf sono finiti le condizioni socio-sanitarie, lo stato delle strutture, le modalità di gestione, gli standard dei servizi erogati e il rispetto dei diritti umani nei centri. E le notizie non sono buone. Le condizioni di vita nei centri sono talmente insopportabili – denuncia Msf – che per un clandestino, la permanenza in un Cie fa più paura di un rimpatrio nel paese di origine.
Rispetto a una precedente indagine del 2003 svolta sempre da Msf, “poco è cambiato – hanno detto i responsabili di Msf in una conferenza stampa -, molti dubbi permangono, su tutti la scarsa assistenza sanitaria, che si articola solo sui sintomi e a breve termine. Stupisce l'assenza di protocolli sanitari per la diagnosi e l'accertamento di patologie infettive e croniche. Mancano, soprattutto nei Cie, i mediatori culturali senza i quali si crea incomunicabilità tra medico e paziente”. “Permangono – si legge nel Rapporto - numerosi fattori di malfunzionamento ed episodi di scarsa tutela dei diritti fondamentali a prescindere dall’ente gestore. Sono emersi in particolare: la mancanza di protocolli d’intesa che stabiliscano i rapporti tra i centri e il Sistema Sanitario Nazionale, l’insufficiente assistenza sanitaria, legale, sociale e psicologica, i diffusi segnali di profondo malessere tra i trattenuti con conseguenti episodi di autolesionismo, risse, rivolte”.
Secondo l’organizzazione umanitaria la gestione dei centri per migranti, nonostante siano stati istituti ormai da più di un decennio, sembra ancora ispirata “da un approccio emergenziale e in larga parte lasciata alla discrezionalità dei singoli enti gestori”. “I centri per immigrati – denuncia Msf - sembrano operare come enclave con regole, relazioni e dimensioni di vita propri, senza controlli esterni e di indicatori di qualità. I servizi sanitari nei centri, in particolare, sono impostati per offrire un’assistenza sanitaria di primo soccorso” ma “non vi sono responsabilità specifiche da parte delle autorità sanitarie pubbliche”, che quindi “non hanno alcun ruolo di verifica della qualità dei protocolli e dei presidi sanitari adottati, dei livelli igienici e di vivibilità degli ambienti, nonché delle condizioni sanitarie”.
Msf denuncia lo stato di assenza di diritti in cui vivono uomini, donne e bambini stranieri. L'organizzazione umanitaria ribadisce, in particolare, che i Cie sono “carceri a tutti gli effetti”. La vita nei Cie - ha detto Alessandra Tramontano, coordinatrice medica Msf-Missione Italia - “aggrava uno stato mentale, un disagio dopo l'odissea vissuta per arrivare fino a qui, che crea un vero e proprio stress per molti pazienti”. C’è un “elevato livello di tensione e malessere all’interno dai centri”, e “ne sono la riprova – prosegue il Rapporto - le testimonianze dei trattenuti e le numerose lesioni che si procurano, il frequente ricorso che fanno alle strutture sanitarie e ai sedativi, i numerosi segni di rivolte, incendi dolosi e vandalismi e le notizie di cronaca di suicidi, tentati suicidi e continue sommosse.”
Msf punta il dito contro l’allungamento da 60 a 180 giorni del limite massimo di trattenimento nei Cie (previsto dal pacchetto sicurezza entrato in vigore ad agosto 2009). Una misura che, nonostante sia “esclusa per legge ogni finalità punitiva del sistema”, sembra determinare uno “stravolgimento definitivo della funzione originaria della detenzione amministrativa: non più misura straordinaria e temporanea di limitazione della libertà per attuare l’allontanamento”, ma “sanzione estranea alle garanzie e ai luoghi del sistema penale”. “Il sistema della detenzione amministrativa – si legge ancora nel Rapporto - sembra quindi perseguire non tanto finalità di contrasto all’immigrazione irregolare, quanto una funzione simbolica di ‘confinamento’ di un fenomeno nell’ottica di offrire all’opinione pubblica la scena di un suo possibile contenimento”.
Msf ritiene che i Cie di Trapani e Lamezia Terme “andrebbero chiusi subito perché totalmente inadeguati a trattenere persone in termini di vivibilità”. Mentre - sempre secondo l'organizzazione - A Roma, “mancano persino beni di prima necessità come coperte, vestiti, carta igienica o impianti di riscaldamento consoni”.
Per quanto riguarda i Cara, Msf denuncia pesanti situazioni a Foggia e Crotone: “dodici persone costrette a vivere in container fatiscenti di 25 o 30 metri quadrati, distanti anche un chilometro dai servizi. Fra l'altro, l'assenza di mensa obbliga centinaia di persone a consumare i pasti sui letti o a terra”. Il personale dedicato ai diversi servizi nei Cara e nei Cda (sanitario, socio assistenziale, informativo, mediazione culturale, ricreativi e legale) “quasi sempre è sottodimensionato” e “nel complesso sembra emergere l’impossibilità di garantire nelle strutture di grandi dimensioni (Bari, Crotone, Foggia, Caltanissetta) o in quelle ricavate in edifici non adatti come Gorizia percorsi individuali di informazione, protezione e assistenza per tutti gli ospiti”.