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Il piano Marchionne

Termini Imerese, le bugie della Fiat

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Tre anni fa l’azienda aveva annunciato il rilancio dello stabilimento siciliano. Il progetto era di trasformare Termini da impianto di assemblaggio a polo capace di fabbricare interamente un’autovettura. Oggi invece arriva l’annuncio della chiusura

di Fernando Liuzzi

foto di Attilio Cristini (immagini di Attilio Crisitni)
Non se lo ricorda più nessuno. Ma, senza andare troppo indietro nel tempo, c’è stato un momento in cui, per lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, pareva aprirsi una nuova prospettiva, capace di alimentare fondate speranze sul suo futuro. Non ci riferiamo, sia chiaro, all’esito della lotta condotta dai sindacati dei metalmeccanici, a partire dall’ottobre del 2002, per difendere lo stabilimento auto sito in provincia di Palermo. Lotta la cui asprezza, e il cui risultato parzialmente positivo, sono rimasti non solo nella memoria dei lavoratori interessati, ma anche in quella dell’opinione pubblica.

Ci riferiamo a un episodio successivo, e assai più vicino a noi, ovvero a un incontro svoltosi a Palazzo Chigi il 19 febbraio del 2007. Quel giorno, la Fiat incontrò a Roma i sindacati, e il Governo Prodi, per la presentazione delle linee di aggiornamento del piano industriale 2006. Piano che contemplava, secondo quanto si può leggere sul numero di Rassegna sindacale datato 22- 28 febbraio 2007, “una produzione di 500mila autovetture in più entro il 2010”. In quell’occasione, l’Azienda parlò anche dell’arrivo dei suoi nuovi modelli, “previsti per metà 2008”.

Nell’ambito di questo progetto espansivo, la Fiat dichiarò di essersi impegnata per restituire produttività e redditività allo stabilimento di Termini Imerese. Il ministero del Lavoro si impegnò, da parte sua, ad aprire al più presto, presso la Presidenza del Consiglio, “un tavolo di confronto ad hoc”, mirato “non solo alla continuità, ma anche al rilancio” dello stabilimento siciliano. Infatti, il progetto era quello di trasformare Termini Imerese da impianto di assemblaggio a polo capace di fabbricare interamente un’autovettura. La produzione annua doveva salire a 200mila auto, mentre l’organico doveva quasi raddoppiare, passando dagli oltre 2mila addetti a più di 4.500.

Non più tardi di tre anni fa, dunque, la Fiat – che, dopo una fase di confusione strategica, era già passata sotto la guida di Sergio Marchionne – riteneva possibile dare un futuro alla fabbrica di Termini Imerese.

Il 14 gennaio 2009, invece, intervenendo a Detroit all’Automotive News World Congress, lo stesso Marchionne ha affermato che la decisione di chiudere lo stabilimento siciliano è “irreversibile”. E ciò perché tale stabilimento non sarebbe “in grado di competere”. Cosa è successo, nel giro di tre anni, per causare questa totale inversione di rotta? La prima risposta che viene alla mente è ovvia: la crisi. Ma le cose, in realtà, sono più complesse. È vero, infatti, che la crisi globale è scoppiata proprio nel 2008 e che la presentazione del piano industriale, prevista per giugno-luglio di quell’anno, fu poi rinviata dalla Fiat per 12 mesi, fino al luglio 2009.

Ma il punto non è questo. Il fatto è che la nuova Fiat globalizzata ha via, via cambiato idea sui suoi assetti produttivi. Innanzitutto, non ha sviluppato a Termini alcuna produzione di componentistica, ed è questo, e non un’ipotetica lontananza, ciò che rende più costoso assemblare un’auto in questo stabilimento piuttosto che in un altro. In secondo luogo, nello scenario globale su cui la Fiat intende dispiegare la sua azione di multinazionale dell’auto, il Mediterraneo è probabilmente considerato come un’area non strategica. La cosiddetta insufficiente produttività di Termini Imerese non è dunque un dato oggettivo. È il prodotto di discutibili scelte industriali. Per il 3 febbraio, Fim, Fiom, Uilm e Fismic hanno indetto quattro ore di sciopero in tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat.


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TAGS fiat fiat termini imerese

28/01/2010 12:31

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1
dice bene l'articolo ...c'era il governo prodi e il ministro del lavoro non era sacconi!sacconi e' un liberista "il mercato prima di tutto"...i lavoratori?..beh si arrangeranno!la cosa che ci deve far riflettere alla luce della nuova dimensione globale della fiat e'che in italia,nonostante quanto mendacemente dichiarato da confindustria,abbiamo i piu'bassi stipendi d'europa e che il costo complessivo del lavoro ha un'incidenza piu' bassa..percio'diremo che e'pura speculazione"liberista"..bravi!!

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