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Internet, niente di buono all'orizzonte

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Maroni fa marcia indietro su norme troppo restrittive e propone l'autoregolamentazione. Ma arriva il decreto Romani: tv e internet sullo stesso piano. Siti e blog obbligati a comunicare alle autorità dirette video e streaming. Libertà a rischio?

di Marilina Russo

autore foto: prasan.naik, da flickr (immagini di autore foto: prasan.naik, da flickr)
L’aggressione subita lo scorso dicembre a Milano da Silvio Berlusconi ha rilanciato un qualcosa che era già nell’aria: la discussione – e la polemica – sulle regole che devono governare internet, improvvisamente nell’occhio del ciclone per via di un presunto collegamento tra gruppi di internauti che incitavano all’odio verso il premier.

Si percepisce in questa fase
un disorientamento da parte della politica verso un libero luogo di aggregazione, che con un semplice passaparola riesce a organizzare movimenti di opinione e di protesta, anche lontano dal potere politico ed economico – un tipico esempio è il No B Day che si è pacificamente svolto il 5 dicembre scorso –. C’è da capire, allora, quale sia il significato della reazione del governo, che sembra preoccuparsi oltremodo di come riuscire a porre un argine alla contestazione mediatica che si propaga spontaneamente attraverso la rete.

Ma al di là del voler intervenire in maniera autoritaria dopo l’aggressione a Berlusconi, e del provvedimento annunciato dal ministro Maroni sull’autoregolamentazione, un'altra legge potrebbe incidere in maniera forte sulla rete. E’ attesa, infatti, nelle prossime settimane l’approvazione del decreto legislativo Romani con cui si dovrà dare attuazione in Italia alla Audiovisual Media Services (Avms), la direttiva europea sulle tv.

Principio base della direttiva
: l'attività televisiva resta tale e deve essere soggetta alla medesima disciplina a prescindere dalla piattaforma e tecnologia utilizzate. Un principio di buon senso. Tuttavia di buon senso potrebbero non essere gli esiti: si prevede infatti un'autorizzazione ministeriale per trasmettere in diretta sul web, mettendo in pratica sullo stesso piano il live-streaming con le tv. "Siti e blog - come si legge su un articolo del Secolo d'Italia del 20 gennaio - sarebbero obbligati ad una comunicazione di inizio attività nel caso sia prevalente la trasmissione di immagini in movimento (è il caso ad esempio di YouTube) come se fossero televisioni. Inoltre si estende la rigida disciplina del diritto d’autore ai fornitori di servizi via internet ed è prevista l’estensione del diritto di rettifica anche ai telegiornali delle web tv o a forme di comunicazione analoghe trasmesse su internet. Una norma, quest’ultima, che rischierebbe di assimilare anche i blog gestiti da privati cittadini al regime delle testate giornalistiche".

Attuare la direttiva è un obbligo per il nostro paese, "ma il rischio presente nel decreto Romani - osserva Guido Scorza, presidente dell’istituto per le Politiche dell’Innovazione (qui l'articolo integrale) - sembra essere quello di trasformare la rete in una grande televisione”. Ovvero “privare il paese dell'unica reale possibilità di uscire da decenni di telepotere che hanno fortemente limitato ogni spazio di libertà e democrazia nel mondo dei media”. Restringere, quindi, la libertà oggi possibile proprio su internet.

Inoltre, conclude Scorza, “l'approccio pantelevisivo del nostro governo” nell'attuazione della direttiva europea “rischia di far trasferire l'imprenditoria e la creatività multimediali italiane al di là delle Alpi. Poiché, ai sensi della direttiva, basta stabilirsi in un altro paese membro per sottrarsi all'ambito di applicazione della nostra legge. Internet non è una Tv. Non lasciamo che lo diventi per legge”.

Intanto si registra la parziale marcia indietro del governo su leggi restrittive per l'uso di internet. Le prime esternazioni di Maroni subito dopo l'aggressione al premier avevano fatto pensare a un immediato decreto liberticida: “Servono misure più adeguate e urgenti, la legge contro la violenza negli stadi si potrebbe estendere anche alle dimostrazioni pubbliche e l’esecutivo potrebbe agire per decreto”. Il ministro, nell’informativa alla Camera, si era riferito apertamente alla situazione del web. Nel rispetto di chi usa i social network con finalità pacifiche, aveva spiegato, “valuteremo soluzioni per consentire l’oscuramento dei siti che diffondono messaggi di vera e propria istigazione a delinquere”. L’opposizione, dal Pd all’Udc all’Idv, è entrata subito in allarme, nel timore si finisca con norme “oscurantiste e repressive” come in Cina e in Iran dove il web è appunto per molti versi oscurato.

Infatti, se dovessero diventare legge le proposte legislative già esistenti di Gaetano Pecorella (Pdl) e quella del ministro Alfano sulle intercettazioni (entrambe del 2009), i siti internet “di natura editoriale”, quindi non solo i siti dei giornali e dei media ma anche i blog e i social network, verrebbero equiparati alla carta stampata. Ne deriverebbero una serie di obblighi amministrativi difficili da sostenere. Inoltre, chiunque pubblicasse contenuti on line, verrebbe chiamato a risponderne non nelle forme previste dalla legge per il privato cittadino ma in quelle molto più gravose contemplate per giornalisti, direttori ed editori. Lo stesso si può dire per i due ddl presentati sempre nel 2009 dai deputati del Pdl, Gabriella Carlucci e Luca Barbareschi che contengono altre limitazioni per l'uso di internet.

Le dichiarazioni successive di Maroni,
poi, hanno mitigato le intenzioni iniziali. Il ministro ha dichiarato di voler procedere con discussione parlamentare tramite la presentazione di un più ragionato disegno di legge, non istitutivo di nuovi reati, che demanda alla magistratura le modalità di accertamento e repressione dei reati ravvisabili. Si attendeva la presentazione immediata della bozza del disegno di legge, ma poi tutto è rimasto sulla carta.

Infatti, secondo un articolo
apparso su Repubblica il 17 dicembre, sembra che alla posizione delineata dal ministro occorra apportare alcuni “aggiustamenti”. “Dobbiamo arrivare a sanzionare chi supera determinati limiti – ha spiegato il titolare delle Infrastrutture Matteoli –. Si è proceduto solo a un primo avvio di discussione, anche se c’è sostanziale accordo sul varo dell’iniziativa di legge”. La difficoltà tecnica della normativa, si è detto, sta nel sanzionare chi supera determinati “limiti”. Ma a quali limiti ci si riferisca ancora non si sa.

Maroni ha annunciato
di voler fare leva sui codici di autoregolamentazione coinvolgendo direttamente le parti interessate (i provider primi tra tutti), al fine di ottenere la loro collaborazione. Infatti, in un incontro svoltosi in dicembre, con la partecipazione dei rappresentanti delle società che forniscono connettività e servizi internet e rappresentanti delle associazioni di categoria, si è detto che saranno i fornitori di servizi a dotarsi di un codice di autoregolamentazione per arginare minacce e insulti sul web. Nel corso dell’incontro il ministro ha ripetuto, in sintesi che:

- la libertà di espressione del pensiero è inviolabile;
- solo l’autorità giudiziaria può decidere di limitare l’espressione del pensiero nel caso in cui costituisca un illecito;
- è quindi impensabile l’attribuzione all’autorità amministrativa di qualsiasi iniziativa diretta a sequestrare le manifestazioni del pensiero;
- date le caratteristiche di internet, una volta che l’autorità giudiziaria abbia identificato un contenuto come illecito, bisogna impedirne l’ulteriore diffusione;

Il tavolo doveva essere riconvocato poi a metà gennaio per discutere delle idee nel frattempo elaborate. Non se ne sa ancora nulla. Attendiamo impazienti.



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22/01/2010 16:45

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foto di Steel Wool (da flickr) autore foto: prasan.naik, da flickr