Il Piano Nomadi punta a chiudere 80 campi abusivi sparsi sul territorio, e ne indica appena 13 tra tollerati e autorizzati. Nessuno spiega però in che condizioni saranno stipati i 7200 nomadi della capitale, di cui circa la metà bambini
Con le elezioni regionali alle porte il Comune di Roma ha fretta di chiudere la partita con Casilino 900, il più grande campo rom “non autorizzato”, simbolo della presenza nomade nella capitale. Secondo il calendario dell’amministrazione, l’operazione di sgombero dei 600 abitanti che vivevano lì dal ’68 sarà completata entro gli inizi di febbraio. In tre giorni, sono decine le baracche abbattute. Il sindaco ha parlato di “forte collaborazione con i rom”, ma dietro il fuoco di sbarramento dell’ufficialità, sono molti quelli che questo trasferimento lo subiscono e basta. “Abbiamo deciso di collaborare perché non ci hanno dato alternativa - spiega, con gli occhi lucidi mentre la casa dei suoi zii veniva rasa al suolo, Halida Salkanovic - ma per noi è dura lasciare le nostre case. C’è una ragione affettiva: vivo al Casilino 900 dall’età di tre anni. E c´è la questione pratica del trasloco e del trasferimento dei figli in altre scuole”. Delle centinaia di bambini del campo, l’80 per cento è scolarizzato. Il tasso di integrazione era alto. Le modalità del trasferimento hanno suscitato le proteste di molte associazioni, che denunciano “l’assoluta non considerazione” delle proposte avanzate al commissario straordinario, prefetto Pecoraro, e all’amministrazione.
Campo di Salone
Una delle organizzazioni più importanti, la Comunità di S.Egidio ha deciso di lasciare il tavolo Nomadi. All’origine, la decisione del Comune di “deportare” i 128 legittimi assegnatari di Campo di Salone nel centro per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, per far posto agli arrivi da Casilino. “Siamo seriamente preoccupati per come si sta attuando il piano nomadi a Roma, il trasferimento al Centro di Castelnuovo non è avvenuto in accordo con i Rom, i quali sono stati minacciati di esecuzione forzata – spiega Daniela Napoli, responsabile dell’ufficio immigrazione della Comunità –. Temiamo che quello che sta accadendo in queste ore diventi un triste gioco dell’oca ai loro danni: per dare condizioni di vita degne ad alcuni, si rende la vita impossibile ad altri. I 74 bambini trasferiti frequentavano la scuola, ora non potranno più”. Gli ex abitanti di Campo di salone potrebbero finire nel centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria.
Risiko
Tra i campi destinati ad accogliere i rom di Casilino 900, accanto a Campo di Salone, vi sono quelli di via Candoni e di via Tiburtina, e un camping su via Flaminia. I riflettori sono puntati sul luogo di partenza, pochi si preoccupano dei luoghi di destinazione. Il risiko del Piano Nomadi punta a chiudere 80 campi abusivi sparsi sul territorio, e ne indica appena 13 tra tollerati e autorizzati. Nessuno spiega però in che condizioni saranno stipati i 7200 nomadi della capitale, di cui circa la metà bambini. A via Candoni, Roma Sud, vivono circa 700 persone, molte lavorano. L’amministrazione ha fatto portare 24 container, che ospiteranno oltre 200 persone provenienti da Casilino. “Diventerà un campo sovraffollato – spiega Giovanni Alfonsi, segretario della Fp-Cgil di Roma Ovest – anche più di Casilino, con una popolazione di mille persone su una superficie meno estesa. Nessuno è stato consultato, non si tiene conto delle differenze tra etnie: il rischio è che sia vanificato un percorso di integrazione che va avanti da anni”. Si chiudono i campi abusivi perché altamente pericolosi, ma come saranno quelli autorizzati?
Piano nomadi
Il Piano prevede la consegna ai nomadi del cosiddetto “Dast”, un documento che attesta il diritto a sostare sul territorio del Comune di Roma. Ma al momento ben pochi hanno visto questo documento. In alcuni casi, i nomadi sono stati identificati 5 o 6 volte. Molti hanno paura che la registrazione sia il primo passo verso l’espulsione. Nel campo rom di via Cesare Lombroso, la maggior parte dei 187 ospiti non ha documenti, nonostante vivano da trent’anni e più in quel luogo. Racconta Humiza Alivovic: “siamo degli invisibili di fronte alla legge, i miei figli frequentano la scuola alberghiera, per fare una vita migliore della mia, costretta a rovistare tra i rifiuti, ma senza documenti non hanno diritto a niente”. Lavoro, casa, diritti negati. Per entrare nella graduatoria per le case popolari, non basta vivere nelle baracche. “Se avessimo avuto uno Stato – ironizza amaramente Humiza - avremmo dichiarato guerra all’Italia, per come siamo trattati”. Intanto con la scusa dei cantieri, la giunta è riuscita a far passare un bando per la sorveglianza: 3 milioni di euro per le vigilanza privata, mentre in poco più di un anno, le risorse per progetti di mediazione culturali sono stati tagliate del 20 per cento.