A due mesi dall'approvazione del referendum che vieta la costruzione di minareti, la comunità islamica si interroga: esiste ancora libertà di religione? I più in difficoltà sono i giovani: col passaporto svizzero, ma senza i diritti dei loro coetanei
Zurigo - Il 29 novembre 2009 la Svizzera ha approvato con il 57,5% delle preferenze l’iniziativa referendaria contro la costruzione di nuovi minareti sul territorio nazionale. Promosso da un gruppo di politici di destra del Partito popolare Svizzero (Svp) e dell’Unione democratica federale, il referendum ha vinto in 22 dei 26 cantoni. A poco meno di due mesi dall’inaspettato risultato, la comunità internazionale s’interroga ancora sulle conseguenze e sull’eventuale risposta della comunità musulmana locale.
L’iniziativa, nata in seguito alla disputa per la costruzione di una torre sul tetto del centro islamico nella piccola municipalità di Wangen bei Olten, si basa sul presupposto che i minareti non abbiano solo significato religioso, ma anche politico e, in tal senso, rappresentino un’imposizione della legge islamica sulla Costituzione svizzera. “L’Islam,” spiega Ulrich Schlüer, rappresentante parlamentare dell’Svp, “richiede ai suoi seguaci l’ubbidienza a norme giuridiche e sociali che contrastano con i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione federale. Il referendum ha dato un’indicazione ben precisa: il popolo svizzero non tollera sul proprio suolo simboli di potere che contrastino con la legislazione”.
Che cosa è un minareto?
“Tutte le parole arabe che contengono insieme le consonanti “n” e “r” rimandano al concetto di “luce”: “nar” è il fuoco, “nur” è la luce stessa,” illustra Hussein Kharbouch, portavoce dell’Associazione Alhidaya, che ha sede in un capannone in Albulastrasse, zona industriale poco lontana dal centro di Zurigo. “In questo senso,” continua Kharbouch, “il minareto è il faro che indica il luogo dove si trova una moschea.”
“Durante la vita del profeta Maometto non esistevano minareti,” precisa l’ingegnere d’origine egiziana Mahmoud El Guindi, dell’associazione Vioz – Vereiningung der Islamischen Org. In Zürich -, la quale riunisce sotto la propria egida tutte le comunità islamiche presenti a Zurigo, “ma furono introdotti più tardi per indicare il luogo dove si trovavano le moschee e per invitare i fedeli alla preghiera. A quel tempo cominciarono anche ad assumere un valore estetico e artistico come elemento architettonico religioso.”
“In Svizzera esistono quattro minareti,” spiega Lulzim Lecaj, nato in Kossovo, presidente della Fondazione dei giovani islamici di Seebach, quartiere alla periferia di Zurigo e abitato principalmente da immigrati, “anche se solo due si potrebbero definire tali. Il minareto deve essere una torre, si deve vedere da lontano, il segnale del muezzin si deve poter ascoltare. La maggior parte delle moschee svizzere sono nascoste in scantinati, cantieri industriali, palestre abbandonate: dove potremmo costruire un minareto degno di questo nome?”
La più “imponente” di queste torri si trova proprio a Zurigo, in Forchstrasse, e adorna la storica moschea Mahmud, costruita nel 1962 da musulmani di origine pakistana. L’esile torre bianca che si erge sopra l’edificio è fronteggiata dal gigantesco campanile della cattolica chiesa di Sant’Antonio sul lato opposto della strada.
Nel quartiere di Schwamendigen, al piano terra di un moderno edificio che si affaccia sull’omonima via principale, si trova la Fondazione turco-islamica: “Noi,” confessa l’Imam Salim Selvi, “non abbiamo bisogno di un minareto, perché i fedeli sanno dove ci troviamo e come raggiungerci. L’esigenza principale per un musulmano è avere una moschea, uno spazio dove poter pregare.”
“Il problema,” continua El Guindi, “è che, se per il comitato Egerkinger – la sigla sotto cui si sono riuniti i sostenitori del referendum – i minareti sono simbolo di potere e di dominanza, opinione che non condividiamo affatto, allora per noi stessi logicamente diventano un simbolo imprescindibile di libertà religiosa.”
Hüveida ha trent’anni, è svizzera ed è musulmana: “Qui sono nata, qui ho studiato, questa è la mia città, la mia casa. Prima di questo referendum ho sempre pensato di essere ben accetta, ma ora scopro che non è così, che qui la mia religione, la mia cultura e di conseguenza io stessa non siamo gradite.”
“Il problema maggiore non è per gli immigrati di prima generazione,” incalza il rappresentante di Vioz, “poiché, in fin dei conti, noi abbiamo un paese di provenienza, una storia personale lontana e, se non ci troviamo a nostro agio qui, possiamo sempre tornare indietro. Diversa è la situazione per i nostri figli, e per i figli dei nostri figli, che qui sono nati e cresciuti, che hanno nazionalità e passaporto svizzero: loro sono parte di questa società, di essa hanno condiviso sempre tutto, ma ora realizzano di non godere degli stessi privilegi dei propri coetanei, dei propri compagni di scuola, delle persone con cui lavorano ogni giorno.”
“Sa che cosa mi ha confessato un giorno mio figlio?” racconta amareggiato H. Kharbouch, “che non voleva continuare a vivere qui: 'Se i miei amici, i miei compagni possono avere una torre, un campanile, perché io no? È questa ciò che chiamano libertà di religione?'”
“A questo punto, è arrivato il momento della riflessione,” conclude El Guindi, “perché è chiaro che il referendum ha evidenziato alcuni problemi d’integrazione dei musulmani in Svizzera, che si è ben lontani dall’aver definito e risolto. Certo è che l’eliminazione dei minareti non appare la soluzione più adeguata, piuttosto il modo migliore per scontentare 400 mila persone di fede islamica che risiedono sul territorio.”
Il risultato del referendum potrebbe innescare nuovi atti terroristici di matrice islamica?
“Ma quale terrorismo? Quale estremismo? È dall’11 settembre 2001 che ci sentiamo ripetere sempre la stessa storia,” sbotta Lulzim Lecaj, “noi qui siamo tutti lavoratori. Molti di noi qua sono nati, studiano e convivono da sempre pacificamente con gli amici cattolici, protestanti o di qualsiasi altra confessione essi siano. Siamo tutti svizzeri. Non abbiamo alcun motivo per fare del terrorismo: noi desideriamo soltanto avere la libertà che ci spetta, che spetta a ogni essere umano.”
“Vede quell’uomo? Quello è il più pericoloso di tutti,” incalza ironico H. Kharbouch indicando un anziano, magro, jeans e pullover di lana modello H&M: “È stato due volte a La Mecca.” Soliman, algerino, settantadue anni di cui quarantasette trascorsi in Svizzera, pensionato: “Come si sentono i suoi nipoti, algerini o svizzeri?” “Ganz Schweizer, assolutamente svizzeri,” assicura l’uomo alzando le spalle con un sorriso di divertita, pacifica rassegnazione.