Nel 2006 quattro operai morirono sul lavoro per l’esplosione di un silos. Ora l’imprenditore chiede i danni ai familiari, 35 milioni di euro. Pubblichiamo alcuni estratti del libro inchiesta sul caso della Umbria Olii
Esce per Castelvecchi editore il libro di Fabrizio Ricci “Se la colpa è di chi muore”, la prima controinchiesta dedicata alla strage della Umbria Olii. Ai quattro lavoratori rimasti uccisi per l’esplosione di un silos è stato chiesto un risarcimento di 35 milioni di euro. Nel volume (collana “Tazebao”, 192 pagine) l’autore ricostruisce le drammatiche sequenze dell’incidente e le successive, grottesche vicende giudiziarie: assieme, offre uno spaccato della tragedia delle morti sul lavoro e chiarisce quanto sia sicuro lavorare nel nostro paese e a quale costo.
L'esplosione è stata devastante, non ha lasciato scampo. Il volo di 50 metri, la rovinosa caduta al suolo e le fiamme che hanno ridotto i corpi come pezzi di carbone sono arrivati dopo, quando i giochi erano già fatti. È l'esplosione che ha ucciso tutti e quattro: Maurizio, Tullio, Vladimir e Giuseppe. È l'esplosione che ha dato il via a una storia assurda, per certi versi grottesca, sulla quale ancora per molto tempo sarà difficile porre la parola fine.
A Campello dicono che avvicinandosi ai grandi sili distrutti della Umbria Olii, le cui lamiere contorte e arrugginite oggi sembrano sculture di uno scenario post apocalittico, ancora si senta quell'odore forte e acre di olio bruciato, come se fosse penetrato nella terra e non se ne volesse più andare. Ma ormai sono passati tre anni e forse l'odore è più che altro nelle teste delle persone che ricordano.
L'incidente
Alle 12:17, quando la gru è pronta a riportare gli uomini in altezza per riprendere il lavoro su un altro serbatoio, il numero 95, oltre a Tullio Mottini e Vladimir Todhe, che hanno svolto tutte le precedenti operazioni di saldatura, sale anche Maurizio Manili, pronto a complimentarsi con i suoi per quanto fatto fin’ora. All'ultimo momento poi si aggiunge pure Giuseppe Coletti, che decide di salire con gli altri sul tetto per vedere il lavoro ormai quasi ultimato. In precedenza, nei due giorni in cui aveva partecipato ai lavori, Coletti non era mai salito sopra i sili, il suo compito era a terra. Ma questa volta sale anche lui.
A terra resta solo Klaudio Demiri, che è alla guida della gru che porta gli altri in altezza. Una volta arrivati sul tetto del silo parte l'operazione, uguale a quella eseguita poco prima sul serbatoio 94 e nei giorni precedenti su tutti gli altri. Qualcuno, forse Todhe o lo stesso Manili, regge la staffa, mentre Mottini aziona il saldatore elettrico per realizzare il cordone di saldatura. Gli altri probabilmente guardano solamente, magari qualcuno dà consigli, oppure si parla di altro visto che il lavoro è quasi finito. Il saldatore elettrico incide una ferita di un centimetro sulla copertura del serbatoio. Sono le 12:56. Il calore generato sulla superficie di acciaio fa da innesco. Il gas contenuto all'interno del silo deflagra. L'esplosione non lascia scampo, cancella quelle quattro vite in un baleno, non c'è tempo di capire nulla. Si muore e basta.
A terra la gru con dentro Klaudio Demiri, il più giovane del gruppo, comincia a ballare come una barca in preda a una tempesta. Il giovane operaio, 25 anni appena, non ha visto niente, perché tra la gru e il silo numero 95 c'è un altro serbatoio, senza il quale, probabilmente, sarebbe morto anche lui. Ma nonostante questa barriera l'esplosione e lo spostamento d'aria sono talmente violenti da scuoterlo con forza dentro il gabbiotto della gru. Dopo una frazione di secondo dal cielo, a pochi metri di distanza, piove il corpo di Maurizio Manili.
Nessuno può immaginare di trovarsi davanti la morte così all'improvviso. Tanto meno un lavoratore che ogni giorno compie quegli stessi gesti con naturalezza e vede i suoi compagni fare altrettanto. Montare una passerella in un oleificio è un'attività ordinaria, un lavoro come un altro, cosa c'entra con la morte? Cosa c'entra con il boato assordante, con le fiamme, con il sangue, con quella paura che toglie il fiato, cosa c'entra una normalissima giornata di lavoro con quelle scene da Grande Guerra?
E invece quel corpo piomba a terra come un macigno proprio davanti alla sua faccia e poco più distante, a una ventina di metri, ne cade un altro, impietosamente. Questo è senza una gamba, tranciata di netto, completamente svestito. È il corpo di Giuseppe Coletti.
Klaudio Demiri è paralizzato. Non si muove dalla gru che continua a ondeggiare. D'altronde è la gru che lo ha protetto dall'esplosione e dalle fiamme che si sono subito generate. Deve passare del tempo, diversi secondi, forse minuti, prima che si decida a scendere dalla cabina metallica. Il primo istinto lo porta ad avvicinarsi al corpo più vicino, quello di Manili. Vista da lì l'immagine è ancora più raccapricciante e il cervello si rifiuta di reagire oltre, i muscoli si bloccano, lo shock prevale. Nel fotogramma successivo ci sono già i pompieri che portano via Klaudio Demiri, lontano da quell'incubo.
Il processo
Non dovevano usare quel saldatore. Non dovevano accendere quell’aggeggio elettrico e soprattutto non dovevano avvicinarlo al tetto del serbatoio, spesso solo pochissimi millimetri. Come hanno fatto a commettere un errore così grave? Loro che quei sili li avevano costruiti e li conoscevano alla perfezione. Loro che lavoravano da anni per la Umbria Olii e che avrebbero dovuto sapere ormai che tipo di azienda era, che lavorazioni svolgeva, quali erano i rischi.
Avrebbero dovuto saperlo, sì, ma lo sapevano? E chi era tenuto a informarli? Insomma, come si è potuti arrivare a un simile disastro? Di chi sono le immense responsabilità? Davvero la colpa è di chi muore? Il processo penale per la strage del 25 novembre 2006 alla Umbria Olii ha preso il via il 24 novembre 2009. Un giorno prima del suo terzo anniversario. Tre lunghi anni prima di poter cominciare a cercare compiutamente la verità.
Il 14 giugno 2008 le quattro vedove, i due fratelli di Giuseppe Coletti, Paolo e Antonio, e Klaudio Demiri, l'unico sopravvissuto del disastro del 25 novembre 2006, si vedono recapitare dall'ufficiale giudiziario incaricato dal tribunale di Spoleto una notifica dell'atto di citazione da parte di Giorgio Del Papa, legale rappresentante della Umbria Olii Spa. Sono tutti invitati a comparire davanti al giudice del Tribunale Civile di Spoleto come responsabili dei danni subiti dalla Umbria Olii. In altre parole l'unico superstite e i parenti dei morti, compresi i figli minorenni di Morena Manili, di Anila Todhe e di Catia Mottini, sono chiamati a risarcire in solido i danni arrecati all'azienda di Del Papa dai loro mariti e padri nell'atto finale della loro esistenza: devono pagare 35 milioni 316 mila 456 euro.
Dunque, improvvisamente e a pochi giorni dall'udienza che dovrebbe decretare il rinvio a giudizio di Giorgio Del Papa, i ruoli si invertono. I familiari dei morti, che sono parte offesa nel procedimento penale, diventano in sede civile i possibili responsabili dell'immane disastro che, dopo aver ucciso i loro cari, ha distrutto gran parte dell'azienda di Campello sul Clitunno.
E ora che il processo è partito, seppure con tutti i condizionamenti derivanti dall'ennesimo ricorso pendente in Cassazione, sarà interessante capire come i media e l'opinione pubblica riprenderanno in mano i fili di questa storia. Perché il clima nel Paese è molto cambiato e anche una vicenda come questa, che aveva saputo indignare l'opinione pubblica, potrebbe oggi essere letta diversamente, con minore interesse, con minore trasporto di coscienza. Paradossalmente la tragedia di Campello aveva contribuito a dar vita a una speranza. Il sacrificio di quei lavoratori, insieme a quelli di centinaia di altre vittime spesso senza nome, aveva innescato qualcosa che sembrava poter portare a un'inversione di tendenza. Lentamente, a partire dal rogo della Umbria Olii e poi in maniera ancora più forte dopo la tragedia della Thyssen, si era andata formando nel Paese una tensione morale nuova, quasi un risveglio collettivo di fronte a una piaga presente da sempre, ma che a un certo punto era sembrata di colpo qualcosa di non più tollerabile nel terzo millennio e in un Paese che continua a considerarsi tra i più avanzati al mondo. La spinta di una nascente coscienza collettiva sembrava forte, quasi irresistibile. Finalmente qualcosa sarebbe cambiato, il trend invertito, la vergogna interrotta.
Non è facile dire quanto sia rimasto di questo slancio oggi. Certo è che l'attenzione dei media (dei grandi media) è progressivamente venuta meno. Il processo Thyssen è uscito di scena, confinato nelle pagine locali di qualche quotidiano. Le altre tragedie recenti, sono prima sfumate e poi scomparse. Difficile sperare in una sorte differente per i morti di Campello, nonostante la loro straordinaria peculiarità. In fondo Maurizio, Vladimir, Tullio e Giuseppe, prime vittime di una tragedia sul lavoro a ritrovarsi sotto accusa per la loro stessa morte, sono pur sempre 4 dei 1.300 che se ne vanno ogni anno nelle fabbriche, nei cantieri e nei campi. Un numero, persino piccolo, che rischia di perdersi nelle statistiche.
» Il processo
procede a singhiozzo
L’autore
Fabrizio Ricci (Perugia, 1978), giornalista professionista, collaboratore di rassegna.it, è stato redattore del “Giornale dell’Umbria” per tre anni. Dal 2007 è responsabile dell’ufficio stampa regionale della Cgil Umbria. Ha scritto i libri Le città di Perugia (Effe, 2005), con Marcello Catanelli, e La Perugina è storia nostra (Ediesse, 2007).