
Esteri
Il Cile svolta a destra con Sebastian Piñera
Il “clone di Berlusconi” ha vinto le elezioni puntando su individualismo ed efficienza economica. Dopo 52 anni la destra cilena torna al potere con mezzi democratici
di Roberto Valencia
Dopo venti anni è finita l’esperienza di governo del centro sinistra in Cile. Il prossimo 11 marzo l’attuale Presidente del paese sudamericano, Michelle Bachelet, dovrà consgegnare la tradizionale fascia tricolore a Sebastian Piñera, l’imprenditore diventato nuovo capo dello Stato che ha vinto al ballottaggio con il 51,6% dei voti in confronto al 48,3% ottenuto da Eduardo Frei, il rappresentante della coalizione uscente di democristiani, socialisti e radicali (la Concertazione di Partiti per la Democrazia).
Il trionfo della destra cilena con mezzi democratici dopo 52 anni, risponde alle complesse trasformazioni economiche, sociali e culturali del paese sudamericano. Da quando è finita la dittatura del generale Pinochet nel 1990, i cileni hanno iniziato a vivere un accelerato processo di apertura che li ha portati alla leadership della regione in quanto a stabilità politica, qualità di vita e potere di acquisto. Questo ha permesso l’ingresso del Cile nell’Ocse il dicembre scorso. L’ossessione di diventare un paese sviluppato ha segnato anche il risultato delle elezioni.
Con la consapevolezza di questa situazione, Piñera ha puntato al cambio e al rinnovamento della classe politica, passando dal discorso sull’equità e la giustizia sociale del centro sinistra, al tema della efficienza economica e amministrativa. A questo si aggiunge la forte componente populista della destra, nella fattispecie le sue promesse di migliorare la distribuzione del reddito per i settori più poveri.
Nel suo primo intervento come presidente eletto, alla mezzanotte di domenica, il cosiddetto Berlusconi cileno ha sottolineato la necessità di “arrivare a una seconda transizione, una che sia giovane e che ci permetterà di essere un paese sviluppato, senza povertà e giusto. Che sia un paese più fraterno e capace di costruire maggiori opportunità, sicurezza e valori per tutti i cileni”.
Sebbene riceva un paese con buone infrastrutture, Piñera dovrà affrontare la difficile sfida che segue dal non aver convinto il 48,3% degli elettori, che ancora non dimenticano la dittatura di Pinochet e la sua politica economica influenzata dalla scuola di Milton Friedman. In questo senso, le promesse di efficienza di Piñera possono diventare un’arma a doppio taglio sebbene il suo programma di governo punti alla diminuzione delle tasse e della spesa pubblica che ha applicato il centro sinistra negli ultimi anni.
Una politica del genere, in una società fortemente segnata dalla disuguaglianza del reddito, può generare il risveglio del conflitto sociale che ancora è presente in un considerabile settore della società civile. Il programma di liberalizzazioni della destra è visto come una minaccia per il fragile sistema di ammortizzatori sociali costruiti dal 1990 in poi. Il mondo del lavoro organizzato si è impegnato a favore del centro sinistra proprio a causa delle proposte della destra di abbassare del 50 per cento il trattamento di Fine rapporto ai lavoratori, e opponendosi alla storica idea della destra di privatizzare Codelco, la prima azienda produttrice di rame al mondo e uno dei pilastri del finanziamento sociale del paese.
Il conflitto di interessi è un altro punto aperto per la “Coalizione Per il Cambio” di Piñera, che prima di assumere l’incarico presidenziale dovrà “liberarsi” delle sue aziende nel settore televisivo, sanitario, finanziario, aereo e nel calcio.
Inoltre, Piñera dovrà rimodellare le relazioni del Cile con i vicini stati latinoamericani. La svolta a destra è stata accolta positivamente da tutta la destra latinoamericana come il trionfo del liberalismo in confronto al modello chavista del Venezuela e a quello progressista di altri paesi come Bolivia, Ecuador, Uruguay, Brasile ed Argentina.
Negli ultimi cento anni i cileni hanno fatto l’abitudine a sempre nuovi, e a volte violenti, esperimenti di modelli di governo; dalla rivoluzione in libertà della Democrazia Cristiana degli anni sessanta, al socialismo democratico di Allende, passando per la dittatura neoliberista di Pinochet, alla amministrazione della terza via del centro sinistra, fino al personalismo efficientista di Sebastian Piñera. Staremo a vedere come finisce questa esperienza nel 2014.
Il trionfo della destra cilena con mezzi democratici dopo 52 anni, risponde alle complesse trasformazioni economiche, sociali e culturali del paese sudamericano. Da quando è finita la dittatura del generale Pinochet nel 1990, i cileni hanno iniziato a vivere un accelerato processo di apertura che li ha portati alla leadership della regione in quanto a stabilità politica, qualità di vita e potere di acquisto. Questo ha permesso l’ingresso del Cile nell’Ocse il dicembre scorso. L’ossessione di diventare un paese sviluppato ha segnato anche il risultato delle elezioni.
Con la consapevolezza di questa situazione, Piñera ha puntato al cambio e al rinnovamento della classe politica, passando dal discorso sull’equità e la giustizia sociale del centro sinistra, al tema della efficienza economica e amministrativa. A questo si aggiunge la forte componente populista della destra, nella fattispecie le sue promesse di migliorare la distribuzione del reddito per i settori più poveri.
Nel suo primo intervento come presidente eletto, alla mezzanotte di domenica, il cosiddetto Berlusconi cileno ha sottolineato la necessità di “arrivare a una seconda transizione, una che sia giovane e che ci permetterà di essere un paese sviluppato, senza povertà e giusto. Che sia un paese più fraterno e capace di costruire maggiori opportunità, sicurezza e valori per tutti i cileni”.
Una politica del genere, in una società fortemente segnata dalla disuguaglianza del reddito, può generare il risveglio del conflitto sociale che ancora è presente in un considerabile settore della società civile. Il programma di liberalizzazioni della destra è visto come una minaccia per il fragile sistema di ammortizzatori sociali costruiti dal 1990 in poi. Il mondo del lavoro organizzato si è impegnato a favore del centro sinistra proprio a causa delle proposte della destra di abbassare del 50 per cento il trattamento di Fine rapporto ai lavoratori, e opponendosi alla storica idea della destra di privatizzare Codelco, la prima azienda produttrice di rame al mondo e uno dei pilastri del finanziamento sociale del paese.
Il conflitto di interessi è un altro punto aperto per la “Coalizione Per il Cambio” di Piñera, che prima di assumere l’incarico presidenziale dovrà “liberarsi” delle sue aziende nel settore televisivo, sanitario, finanziario, aereo e nel calcio.
Inoltre, Piñera dovrà rimodellare le relazioni del Cile con i vicini stati latinoamericani. La svolta a destra è stata accolta positivamente da tutta la destra latinoamericana come il trionfo del liberalismo in confronto al modello chavista del Venezuela e a quello progressista di altri paesi come Bolivia, Ecuador, Uruguay, Brasile ed Argentina.
Negli ultimi cento anni i cileni hanno fatto l’abitudine a sempre nuovi, e a volte violenti, esperimenti di modelli di governo; dalla rivoluzione in libertà della Democrazia Cristiana degli anni sessanta, al socialismo democratico di Allende, passando per la dittatura neoliberista di Pinochet, alla amministrazione della terza via del centro sinistra, fino al personalismo efficientista di Sebastian Piñera. Staremo a vedere come finisce questa esperienza nel 2014.
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TAGS cile sebastián piñera
18/01/2010 10:00














