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L'intervista

Crisi: “L'emergenza non è finita”

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Secondo Paolo Guerrieri, dagli Usa arriva un’indicazione molto netta: "O riusciremo a mettere in campo delle strategie efficaci in termini occupazionali o andremo incontro a situazioni che avranno riflessi preoccupanti sul fronte economico e sociale"

di Enrico Galantini

autore: artemuestra, da flickr (immagini di autore: artemuestra, da flickr)
La ripresa economica a livello internazionale oggi è un fatto, non più un auspicio. Se qualche mese fa parlavamo ancora di ‘germogli’ di ripresa, oggi quei segnali si sono rafforzati. Quindi oggi si può dire che il peggio è alle spalle. L’inversione del ciclo c’è stata: i dati – soprattutto quelli del terzo trimestre – ci dicono che negli Stati Uniti e in Europa, per quanto riguarda l’andamento del pil, dal segno meno siamo passati al segno più”. Inizia con una nota d’ottimismo, la nostra intervista con Paolo Guerrieri, docente di Economia alla Sapienza di Roma e vicepresidente dello Iai, l’Istituto per gli affari internazionali fondato più di quarant’anni fa su iniziativa di Altiero Spinelli. Ma è un ottimismo assai cauto quello del professor Guerrieri. “La ripresa nasce, ed è ancora fortemente sostenuta, dalla domanda pubblica, dalle politiche economiche che sono state messe in campo in tutto il mondo, soprattutto a livello monetario e fiscale. Si è inondato di liquidità il mercato e le istituzioni finanziarie, per tamponare quella che era una paralisi del credito e di qualunque transazione. E soprattutto si sono spesi molti soldi dappertutto: la stima del Fondo monetario è che siamo arrivati intorno a quel 2 per cento del Pil che si auspicava necessario per rilanciare la domanda mondiale. Politiche come queste, che a ben vedere non erano mai state attuate con una tale intensità e una tale sincronizzazione, hanno dato i frutti sperati. E la ripresa è arrivata. Il problema è che tipo di ripresa è questa e che prospettive ha di consolidarsi e di offrire un sentiero di nuova crescita.

Rassegna
Si parla di molti possibili tipi di ripresa. A doppia v, a elle e via dicendo: a seconda se più o meno veloce e/o duratura. Ecco, si può immaginare lo stesso tipo di ripresa in ogni parte del mondo o ci saranno tante riprese?

Guerrieri
La ripresa c’è un po’ dappertutto ma è fortemente differenziata. Non va dimenticato che questa è una crisi anomala. Innanzitutto per l’intensità: la recessione che abbiamo subito è stata come non se ne vedeva dai tempi della Grande Depressione; non tanto per lunghezza – ché la crisi dei primi anni novanta negli Stati Uniti fu più lunga – quanto per intensità, che non ha avuto precedenti. Il dato fondamentale però è la differenziazione: nei paesi dove la crisi è nata – in primis negli Stati Uniti – essa è nata non come di solito succede per politiche restrittive causate da una domanda troppo forte, ma è nata invece da bilanci dissestati, da un indebitamento eccessivo, non più sostenibile. E siccome questo indebitamento sosteneva delle attività, a quel punto anche l’altra parte del bilancio, le attività, ne hanno risentito. Questo sovraccarico di debiti riguarda molti soggetti: le istituzioni finanziarie, le famiglie, le imprese. Il problema che grava oggi su questa ripresa è che quei bilanci vanno rimessi a posto. E questa non è un’operazione che si fa in poco tempo. Quella che si è fatta finora è un’operazione classica. Va detto subito: c’era poco altro da fare per scongiurare la Grande Depressione. Si è fatto quello che andava fatto: sostituire all’indebitamento privato l’indebitamento pubblico. L’indebitamento privato aveva paralizzato la domanda, la spesa. È intervenuto lo Stato che facendosi carico di parte di questi debiti privati, quindi indebitandosi a sua volta, ha speso sostituendosi ai privati. Essendo la loro una crisi da indebitamento, per i paesi avanzati occorrerà tempo per far ripartire davvero l’economia. Quindi per essi, se facciamo riferimento alle lettere che lei evocava, penso a una ripresa a “u” molto addolcita, una ripresa cioè lenta.

Rassegna
E per quanto riguarda invece i paesi emergenti?

Guerrieri
Per questi la situazione è assai diversa. Qui non c’è stato un problema di eccesso di debito. La crisi nell’area emergente nasce dal crollo della domanda e del commercio mondiale, con i riflessi che questo comporta ovviamente per la produzione. E anche dal venir meno del flusso di capitali che per anni aveva garantito a tutti un finanziamento dei deficit di bilancia dei pagamenti. Una prima annotazione è che queste aree hanno reagito alla crisi in maniera diversa dal solito: per la prima volta infatti anche esse hanno messo in campo politiche fiscali. È la prima volta che l’Asia ha una ripresa (anche se la sua crisi è stata più che altro un rallentamento) trainata non dalle esportazioni ma dalla domanda pubblica. La Cina ha speso somme enormi per investimenti e infrastrutture. Ma questo sforzo di tutti non può continuare indefinitamente. Perché le risorse sono scarse. Perché ormai abbiamo attinto a tutto quello cui si poteva attingere: oggi il grande spettro è l’esplosione del debito pubblico. Il grande interrogativo è: quando e come ripartirà una domanda privata, consumi e investimenti, in grado di sostituire la domanda pubblica e di dare alla ripresa un vero e proprio consolidamento? Non è facile intravedere come e fino a che punto questa domanda privata sarà in grado di ripartire: dappertutto c’è un eccesso di capacità produttiva, e quando questo succede, non è che si fanno investimenti, le imprese devono prima smaltire quello che hanno in eccesso. Quindi oggi il problema è capire che possibilità ci sono nelle varie aree che riparta la domanda privata, che è l’unico vero motore della crescita: la domanda pubblica può essere una spinta, poi però il motore deve ripartire.

Rassegna Vediamo un altro aspetto. Le conseguenze sociali della crisi. Noi le abbiamo viste (e le stiamo vedendo) in Italia, abbiamo letto del resto d’Europa e degli Stati Uniti. Nei paesi emergenti che conseguenze ci sono state?

Guerrieri
Le conseguenze sono state e sono gravissime sul piano dell’occupazione. Lo sono nei paesi forti dell’Occidente. E non si tratta solo dei numeri, che pure sono impressionanti. Per gli Stati Uniti una stima attendibile parla oggi di 7 milioni e mezzo di posti di lavoro perduti. Qualcosa che non si era mai visto. C’è una disoccupazione a due cifre. E dati recenti ci parlano di una crescita della disoccupazione in Europa altrettanto drammatica. Ma leggere dentro queste cifre significa andare a vedere che sono state colpiti soprattutto i segmenti più fragili della forza lavoro: i giovani e i lavori meno solidi. La crisi sta quindi avendo delle ripercussioni gravissime nelle aree avanzate. Se andiamo a vedere le aree emergenti le ripercussioni sono state molto differenziate a seconda delle aree. Se guardiamo la Cina, c’è stata una fortissima disoccupazione nel settore industriale. Quello che sta avvenendo oggi è un “tamponamento” della situazione sul piano dei lavori pubblici, con investimenti soprattutto nell’industria pesante, però i costi in termini di disoccupazione, sempre in Cina, non sarebbero sostenibili se dovessero protrarsi a lungo: se non riparte la produzione industriale non riparte l’occupazione. Se poi andiamo a vedere i paesi più poveri, le conseguenze sono state ancora più gravi perché questi hanno avuto un doppio shock drammatico: da un lato, prima della crisi, hanno dovuto sopportare un aumento dei costi delle materie prime, soprattutto di quelle agricole, che è stato pesantissimo – la Banca Mondiale ha parlato di decine di milioni di persone che ne hanno sofferto –. A questo si è aggiunto poi un contraccolpo in termini di crollo della domanda. Le stime parlavano recentemente di 100 milioni di nuovi poveri, intesi come persone che oggi sono rientrate nell’area purtroppo vastissima di chi non è in grado di assicurarsi una sopravvivenza.

Rassegna
Questo riguarda soprattutto i paesi poveri dell’Asia e dell’Africa…

Guerrieri
Sì, l’America Latina vede invece paesi con situazioni relativamente favorevoli, come Brasile e Cile, paesi con situazioni incerte, vedi l’Argentina, e poi situazioni da diverso tempo di grande confusione sul piano economico, come potrebbe essere il caso del Venezuela.

Rassegna
Insomma c’è la ripresa ma la crisi è ancora tutta qui. È questa la sintesi?

Guerrieri Noi dovremo fronteggiare ancora a lungo i contraccolpi di questa crisi. È importante sottolinearlo. Parlare di ripresa è giusto perché significa parlare di possibilità di reazione, come ci sono state. È giusto sottolineare che si è evitata una grande depressione stile anni trenta. Ma sarebbe gravissimo considerare superato lo stato d’emergenza. Non è così. Sul fronte dell’occupazione – e qui parliamo anche dell’Europa e dell’Italia – o riusciremo a mettere in campo delle strategie efficaci di uscita dalla crisi, soprattutto in termini di nuova occupazione, o andremo incontro a situazioni che avranno riflessi preoccupanti dal punto di vista economico e sociale. La situazione è molto delicata in molte aree e molte regioni.

Rassegna Cosa intende quando parla di nuova occupazione?

Guerrieri Parlo del fatto che per molti paesi, compreso anche il nostro, non si può semplicemente puntare su una ripresa della domanda internazionale per riassorbire in tempi relativamente rapidi i contraccolpi di questa crisi, quello che è stato cioè distrutto in termini di posti di lavoro e di imprese. Dagli Stati Uniti ci viene un’indicazione molto netta: bisogna mettere in campo una serie di misure, sia di sostegno alla domanda, sia di sostegno alla capacità di questa domanda di creare occupazione. E sono misure variegate, che vanno in più direzioni, sono misure altrettanto attive di quelle messe in campo fino a oggi.

Rassegna Ma, come diceva prima, le risorse ormai sono ridotte…

Guerrieri
Qui non si tratta di spendere di più: si tratta di spendere meglio. Di avere la capacità di riorientare tutta una serie di capitoli di spesa. Il problema di paesi come l’Italia è soprattutto questo: come riuscire a dare contenuto sul piano della solidità e su quello occupazionale a una ripresa che sarà molto modesta. Le previsioni sono che nella migliore delle ipotesi l’Europa possa arrivare ad assicurarsi l’1,5 per cento di crescita del pil. Quell’1,5 per cento che fino a qualche anno fa veniva considerato più o meno una situazione di ristagno. Non possiamo accontentarci di questo. Allora bisogna mettere in campo nuove strategie. Con misure che: primo, siano in grado di aumentare il potenziale di crescita; secondo, siano in grado, all’interno di questo potenziale, di creare occupazione. Questa deve essere la strategia di uscita dalla crisi. Tenendo conto ovviamente del fatto che va gestito l’enorme indebitamento che a questo punto non è solo privato ma è pubblico. È una fase migliore di quella di un anno fa, non c’è dubbio. Ma è una fase altrettanto difficile. Per questo non si può parlare di fine dell’emergenza.

Rassegna
Ma come farà l’Europa a fare tutto questo, con una Banca centrale che è stata a lungo “ossessionata” dal problema dell’inflazione quando questa era praticamente inesistente, proprio adesso che con le misure prese contro la crisi il rischio inflazione è invece più che concreto?

Guerrieri
La Banca centrale europea avrà il problema di gestire il rientro dalle misure straordinarie con cui sono state tamponate le situazioni di paralisi del mercato finanziario e creditizio. Va riconosciuto alla Banca centrale di aver gestito questa fase, almeno nell’ultimo anno, con grande capacità e grande efficacia. Io sposterei però l’accento sul fatto che l’appuntamento riguarda l’economia reale dell’Europa. Adesso abbiamo una nuova commissione appena insediata, un Trattato di Lisbona entrato in vigore il 1° gennaio. Che cosa farà l’Europa nei prossimi cinque anni? Uno scenario potrebbe essere quello di gestire la situazione come si è fatto in passato: con una politica economica ancora prerogativa quasi esclusiva dei singoli paesi. Se la strategia futura è quella di un aggiustamento all’insegna del mettere ordine in casa propria, senza nessuna visione d’insieme, questo vorrà dire accontentarsi di quell’uno e qualcosa in più di Pil. Un’Europa che parte all’insegna della competitività dei singoli paesi è un’Europa condannata a crescere poco e a contare anche poco a livello internazionale. Lo scenario alternativo è quello di un’Europa che finalmente si accorge di avere una straordinaria risorsa che si chiama mercato interno, 450 milioni di consumatori, e finalmente usa in senso strategico la possibilità di rilanciare la crescita attraverso un rilancio della propria domanda interna e quindi della capacità che l’Europa ha in sé potenzialmente di generare motori di crescita in proprio. Questo significa certo mettere ordine in casa dei singoli paesi, ma significa soprattutto avere una strategia d’insieme come area, puntando ad esempio sul fatto che ci sono grandi aree del futuro – c’è l’area delle tecnologie dell’informazione, quella dell’economia verde, l’area della sanità e della salute, quella del trasporto sostenibile – che aspettano grandi investimenti a livello europeo. Per questo dico che è sul piano dell’economia reale che si giocherà la partita. Se prevale il primo scenario possiamo essere sicuri che l’Europa avrà grandi difficoltà: all’interno, perché una crescita dell’1 per cento non è una crescita; e all’esterno, perché a quel punto avremmo poca capacità di influire sugli equilibri mondiali. Il secondo scenario vorrebbe dire scommettere sul rilancio dell’Europa, cosa che in tempi come questi di nazionalismi imperanti è un auspicio. Però bisogna spingere in questa direzione.

Rassegna Ma in un contesto nel quale sono i paesi emergenti a competere sempre meglio e a prendersi sempre maggiori fette di mercato, non c’è il rischio che alla domanda crescente dell’Europa corrisponda una maggiore quota di importazioni proprio da questi paesi?

Guerrieri
La grande sfida che tutti abbiamo di fronte è come incorporare queste nuove aree, e innanzitutto la Cina e l’Asia del Pacifico, all’interno di un’economia mondiale che deve restare aperta, e in qualche modo interdipendente. Incorporare significa fare in modo che ogni polo contribuisca alla crescita e non si limiti a prendere dalla crescita mondiale. L’Europa deve fare la sua parte. Perché non ci saranno più gli Stati Uniti di una volta a sostenere con il loro consumo la domanda mondiale. Quell’epoca è finita. Non perché negli Stati Uniti non si consumerà. Ma perché un consumo tutto sostenuto dall’indebitamento non è più possibile per le ragioni che ricordavamo prima. Questo discorso vale anche per l’Asia. La Cina è un paese che esporta più della Germania e importa come la Spagna, ma non può pensare di continuare nei prossimi anni a esportare non consumando. Ogni polo dovrà contribuire a creare la crescita, sviluppando per esempio l’economia dei servizi, che è basata soprattutto sulla domanda interna. La ripresa mondiale riuscirà a essere sostenuta nel tempo se ci sarà una domanda mondiale a cui contribuiranno l’Europa, gli Stati Uniti e l’Asia. Ognuno dei tre grandi poli ha grosso modo il 30 per cento del Pil mondiale. Ognuno deve fare la sua parte. Il meccanismo per ognuno deve essere un mix di domanda interna e di export, un meccanismo molto più equilibrato, senza consistenti avanzi commerciali da un lato e senza troppi disavanzi dall’altro. Diciamo le cose come stanno. La crisi è figlia degli eccessi e delle sregolatezze dei mercati finanziari. Ma senza gli squilibri globali che per anni si sono accumulati, essa non avrebbe avuto queste dimensioni e questa intensità. Se l’Europa riuscirà a fare le cose che abbiamo detto prima, sarà un contributo fondamentale alla stabilità dell’economia mondiale e alla possibilità di integrare le nuove aree. Questo è l’appuntamento dei prossimi dieci anni. È un po’ la storia della torta: se riesco a ingrandirla, uno che si siede e vuole tagliarne delle fette per sé non necessariamente mi danneggia; se le dimensioni sono grandi c’è posto per tutti. L’integrazione può creare un gioco a somma positiva. Senza integrazione è molto più facile che il gioco sia a somma zero, dove quello che io riesco ad avere in più lo sottraggo a te.

Rassegna La necessità che lei indica è chiara. I segnali politici non inducono a eccessivo ottimismo...

Guerrieri I segnali che abbiamo a oggi lasciano aperti tutti e due gli scenari. Abbiamo avuto una reazione significativa alla crisi, che ha rilanciato la cooperazione tra i paesi e una visione di governance internazionale. Il passaggio dal G8 al G20 è un segno importante. Questo però non basta. Il vero appuntamento è rafforzare le istituzioni internazionali incorporando i nuovi paesi. Queste istituzioni sono il frutto del bipolarismo Stati Uniti-Europa. Un Fondo monetario non può vivere e contare se la Cina conta come il Belgio. Anche questa è una partita importante. Anche qui l’Europa può dire molte cose. Un’Europa, al contrario, poco unita, che si limita a lamentarsi di un’intesa tra Cina e Stati Uniti che la estromette, non può essere l’Europa del futuro. Anche una crescita diversa, basata sulla capacità di sfruttare la risorsa mercato interno, può essere un modo di rafforzare il suo ruolo nel mondo.



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TAGS crisi

18/01/2010 10:52

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