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Rosarno, la caccia allo straniero era organizzata

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Si fa strada l’ipotesi che “i ferimenti possano essere stati organizzati”. Il dato certo è che i giovani braccianti si sono rivoltati dopo l’ennesima aggressione immotivata. “Il vero attentato alla sicurezza lo fa la ’ndrangheta, non gli immigrati”

di Grazia Mantella

“Il vero attentato alla sicurezza lo fa la ’ndrangheta non gli immigrati”. È indignato Massimo Covello, segretario della Cgil Calabria, responsabile del Coordinamento regionale migranti. L’esplosione di violenza che ha inghiottito Rosarno a ridosso dello scorso fine settimana, secondo il sindacalista è un paradosso: “Si ha paura dello straniero in un territorio dove comanda la ’ndrangheta”. Ma c’è di più, a parere di Covello, che sospetta un’azione mirata delle cosche per deviare l’attenzione dalla bomba alla Procura di Reggio Calabria, disperdendo ogni residuo interesse da parte dei media ad approfondire la vicenda.

Il timore che “i ferimenti possano essere stati organizzati, perché si sono succeduti nell’arco di breve tempo”, ce l’ha anche Antonio Calogero, segretario della Flai Cgil della Piana di Gioia Tauro, sebbene non si pronunci sui possibili motivi. Il dato certo è che i giovani braccianti si sono rivoltati dopo l’ennesima aggressione immotivata; perché a parte ricostruzioni, tutte da verificare, che rimandano a un disegno ordito dalla ’ndrangheta, l’unica spiegazione a episodi del genere è che di motivi non ce n’è. “In questi anni – spiega Calogero – fatti simili si sono verificati spesso; squadracce che vedevano uno straniero rientrare da solo dal lavoro non esitavano poi a malmenarlo”. Dietro agli eventi di Rosarno c’è la caccia all’“uomo nero”, che ha fatto da corollario alle condizioni in cui i lavoratori migranti si sono trovati a vivere.

“Il vero dramma – commenta Covello – è che si è ingenerata una frattura tra la popolazione locale e gli immigrati. Non bisogna sottovalutare quello che sta accadendo nel reggino: la ’ndrangheta ha alzato il livello di scontro nei confronti dello Stato, che risponde alimentando una tensione xenofoba e razzista. Lo Stato non ha voluto vedere il degrado e ha preferito girarsi dall’altra parte”. Come del resto preferisce non vedere che il fabbisogno di manodopera straniera è superiore agli ingressi consentiti dal governo. L’ultimo decreto flussi, dell’aprile scorso, per l’assunzione di lavoratori stranieri stagionali ha fissato la quota di 5.400 unità per la Calabria, di cui solo 600 per la provincia di Reggio.

Nell’agricoltura dei trentatré comuni della Piana sono impiegati 15mila lavoratori e “c’è un trend di crescita dei lavoratori stranieri significativo, anche se – spiega il segretario della Flai – persistono irregolarità e lavoro nero”.“Negli elenchi Inps di alcune città i lavoratori stranieri hanno un numero irrisorio di giornate dichiarato, solo ai fini di un riconoscimento formale”, aggiunge Calogero. E se la paga di un lavoratore in regola è di 42 euro al giorno, quella di un bracciante in nero oscilla tra i 20 e i 25 euro, a cui va sottratta la quota destinata al caporale che non di rado a fine giornata nega il dovuto o sparisce per non pagare. La crisi del comparto agrumicolo, determinata dalla concorrenza dei paesi del Mediterraneo e del Sud America, ha aggravato la situazione, inasprendo il contrasto tra la posizione della manodopera italiana, che pretende la retribuzione contrattuale, e quella dei lavoratori stranieri, costretti ad accettare qualsiasi compenso.

“Nei mesi invernali, da novembre a febbraio, migliaia d’immigrati si riversano nelle campagne della Piana di Gioia Tauro per lavorare alla raccolta di mandarini e arance”, spiega l’organizzazione Medici senza frontiere (Msf) nel suo rapporto sui braccianti immigrati al Sud, pubblicato un anno fa. Una stagione all’inferno è il diario di viaggio della clinica mobile che da giugno a novembre 2007 si è spostata tra le regioni meridionali, intervistando e fornendo cure a una popolazione di diverse migliaia di migranti che ogni anno prestano le loro braccia nelle varie raccolte, dalla provincia di Latina alla Valle del Belice.

Un’indagine che in Calabria ha accertato le “condizioni spaventose” in cui vivono questi giovani stranieri sotto i trent’anni, perlopiù provenienti dall’Africa sub sahariana, l’80 per cento dei quali privo di un contratto di lavoro: “Sfruttamento, alloggi totalmente inadeguati, esclusione sociale e in alcuni casi episodi di violenza costituiscono la realtà quotidiana degli stagionali in quest’area”, spiega la Onlus. “La situazione nella Piana di Gioia Tauro – è la denuncia di Msf – presenta caratteristiche riferibili dunque a un contesto di crisi umanitaria. “Non sorprende – rileva ancora Covello – che in una condizione di pressione psicologica, in cui questi uomini sono emarginati, sfruttati e minacciati, la frustrazione esploda nelle forme più estreme. È anche un modo per dire ‘io esisto’. E per poter esistere a volte si compiono azioni eclatanti”. “Dobbiamo costruire un coordinamento interregionale, perché questi lavoratori che oggi sono stagionali a Rosarno, ieri erano a raccogliere i pomodori in Campania e poi a vendemmiare in Puglia. C’è un circuito criminale che muove queste persone, al quale dobbiamo contrapporre un circuito democratico nel Mezzogiorno, che riconosca dignità e diritti ai lavoratori migranti”.

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TAGS 'ndrangheta rosarno

13/01/2010 18:20

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