
Italia2013
Afghanistan, verità e menzogne di una guerra
La Germania s’interroga sul senso della guerra in Afghanistan. Dopo il bombardamento di Kunduz (142 vittime, molti civili), nascosto all’opinione pubblica, l’ex ministro della Difesa si è dimesso. La condanna delle Chiese evangeliche: “Nulla va bene”
di Jacopo Rosatelli e Sergio Tosoni
Articolo tratto da Italia2013
La Germania s’interroga sempre di più sul senso della guerra in Afghanistan. L’ ultima, autorevole, voce a farsi sentire è quella della presidente del Consiglio delle Chiese evangeliche (EKD), Margot Käßmann, la massima autorità del protestantesimo tedesco. Nel suo sermone per il nuovo anno pronunciato nella Frauenkirche di Dresda, afferma perentoriamente che in Afghanistan “nulla va bene” e che in quel paese le armi non porteranno la pace, invitando ad avere “più fantasia” per risolvere il conflitto. Ultima voce di una serie ormai lunghissima, che ha segnato in profondità gli ultimi mesi del dibattito politico in Germania, a partire dallo scorso 4 settembre. Quel giorno, nella provincia di Kunduz, un attacco dell’aeronautica militare tedesca, ordinato dal generale Georg Klein, costava la vita a 142 persone, in larghissima parte civili innocenti. Uno dei peggiori massacri nell’ambito della cosiddetta guerra al terrore, oltre che l’azione militare tedesca con più vittime dopo la seconda guerra mondiale.
Ricordiamo brevemente i fatti di quel giorno di settembre. Alcune autocisterne cariche di carburante erano state rubate dagli “insorti” e condotte lungo una strada secondaria, dove erano rimaste impantanate nel fango. La loro presenza era stata notata dalle truppe tedesche, e il comandante aveva chiesto l’intervento dell’aeronautica per distruggerle. Nel frattempo, però, molti abitanti dei villaggi vicini erano giunti sul posto. Qualche centinaia di metri più in alto, un cacciabombardiere tedesco (il nome di battaglia del pilota è Red Baron) osserva la scena. C’è anche una squadriglia di aerei americani nella zona. Gli americani notano la presenza dei civili vicini ai camion, e suggeriscono a Red Baron di effettuare un passaggio radente a scopo dissuasivo, in modo da far disperdere le persone e lasciare l’obiettivo dell’attacco (i camion) sgombro. Red Baron rifiuta, e sgancia direttamente le bombe al primo passaggio. Secondo la valutazione degli aviatori americani, due bombe sarebbero state sufficienti per distruggere le cisterne. Con meticolosità teutonica, Red Baron ne sgancia sei. Il risultato è una carneficina.
Tutto ciò resta nascosto all’opinione pubblica tedesca per molto tempo. Negli altri paesi se ne parla fin da subito, ma in Germania, a parte l’ambito della stampa critica e di opinione, i media a più ampia diffusione riportano solo la versione ufficiale del governo, che nega che ci fossero vittime civili. Le elezioni politiche incombono, e l’Afghanistan è un tema caldo, in grado di ostacolare la svolta di centrodestra caldeggiata in molti ambienti economici e finanziari tedeschi (secondo i sondaggi d’opinione la maggioranza dei cittadini è contraria all’intervento militare).
Nel giro di alcune settimane, però, la situazione diventa insostenibile. Le voci su un altro numero di civili morti trovano conferme, la versione dei militari americani trapela all’esterno, inchiodando il pilota tedesco alle sue responsabilità. Siamo al 26 novembre.
Nel giro di poco, e sotto una pressione fortissima della stampa e dell’opposizione, il neoministro del Lavoro Franz Josef Jung (CDU), come si ricorderà, si dimette, perché diventa chiaro il fatto che, da ministro della Difesa all’epoca dei fatti di Kunduz, possedesse informazioni che smentivano le sue reiterate dichiarazioni fatte nei giorni seguenti all’attacco circa il non coinvolgimento di civili. L’attuale ministro della Difesa zu Guttemberg, dal canto suo, si produce nel più classico degli scaricabarile, dovendosi anche lui giustificare per aver dichiarato “opportuno e conforme alle regole” il massacro di Kunduz: licenzia il Capo di Stato maggiore e un sottosegretario, accusandoli di avergli fornito delle relazioni reticenti e false (ma i due smentiscono e mostrano ai giornali le loro relazioni, che parlavano di probabili vittime civili fin dal primo momento). Ora il suo giudizio è cambiato: sulla base delle “nuove” informazioni in suo possesso, valuta l’attacco come inappropriato. La cancelliera, Angela Merkel, sostiene di non essere stata informata. Il capogruppo al Bundestag della SPD, Franz Walter Steinmeier, all’epoca del massacro ancora ministro degli Esteri, è anch’egli in difficoltà. Ora una commissione parlamentare d’inchiesta deve fare luce sull’accaduto, chiarendo, possibilmente, chi ha mentito e chi davvero non sapeva (ma avrebbe dovuto sapere – aggiungiamo noi).
Da questa vicenda, qui sommariamente ricostruita, giungono due indicazioni che ci sembrano importanti, anche in relazione al nostro paese. In primo luogo, in Germania la credibilità dei politici è una moneta che ha ancora corso. La menzogna e la reticenza sono un problema a prescindere, di cui il quarto potere si fa carico, senza neanche sfiorare i picchi di faziosità italica (malgrado, va detto, la gestione della tempistica delle rivelazioni da parte di alcuni giornali sia un po’ sospetta). Ma soprattutto, in secondo luogo, il velo che copre l’intrico afghano è ormai irrimediabilmente squarciato. Da una coltre di bugie è emersa la verità della guerra. E con essa la contraddizione tra i militari che vogliono farla sul serio, spezzando le reni a un nemico che li ha provocati e colpiti, anche a costo di “coventrizzare” qui e là, e i politici che devono invece presentare tutto questo come un’operazione umanitaria, limitata e contenuta negli obiettivi e nei mezzi impiegati. Ma ormai è chiaro che non possono continuare più a lungo con questo refrain.
E’ davvero difficile, infatti, vedere una via d’uscita da un’escalation militare che non potrà che comportate altri “effetti collaterali” come quello di Kunduz. Nessuno può più continuare a far finta di niente: malgrado le argomentazioni di Obama nel discorso in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Pace, non si può sfuggire all’interrogativo sull’opportunità di continuare questa finora fallimentare missione militare. In Germania sembrano esserne consapevoli in un numero sempre maggiore. Dalle fila di quanti l’hanno sin dall’inizio sostenuta, come la SPD e i Verdi, si fanno ormai sempre più spazio i punti di vista di chi chiede una strategia per il ritiro. La prudenza sull’invio di nuovi militari del ministro degli esteri Guido Westerwelle (FDP) è un altro segnale chiaro. Ma che non si possa andare avanti così lo dicono ormai, a modo loro, anche quelli che continuano a credere che la missione militare sia opportuna, ma ritengono inevitabile un cambiamento di strategia nel segno di un’esplicitazione politica e legale del suo carattere di guerra. Tra quest’ultimi si può segnalare il responsabile della CDU per le politiche della difesa (quindi non uno qualunque), che è arrivato a sostenere l’opportunità di una modifica costituzionale per consentire all’esercito tedesco nientemeno che azioni offensive volte all’uccisione di nemici.
In Italia, invece, purtroppo, non v’è traccia di un dibattito pubblico all’altezza della serietà del problema. Come già si è scritto su questo blog, la guerra bipartisan per definizione conosce solo, alternativamente, l’unanimismo ipocrita o il silenzio imbarazzato: gli schieramenti politici parlamentari appaiono incapaci non già di vedere quanto si muove sul serio sul terreno a migliaia di chilometri da noi (sarebbe chiedere troppo), ma neanche di orecchiare distrattamente quanto si dice al di là delle Alpi.
La Germania s’interroga sempre di più sul senso della guerra in Afghanistan. L’ ultima, autorevole, voce a farsi sentire è quella della presidente del Consiglio delle Chiese evangeliche (EKD), Margot Käßmann, la massima autorità del protestantesimo tedesco. Nel suo sermone per il nuovo anno pronunciato nella Frauenkirche di Dresda, afferma perentoriamente che in Afghanistan “nulla va bene” e che in quel paese le armi non porteranno la pace, invitando ad avere “più fantasia” per risolvere il conflitto. Ultima voce di una serie ormai lunghissima, che ha segnato in profondità gli ultimi mesi del dibattito politico in Germania, a partire dallo scorso 4 settembre. Quel giorno, nella provincia di Kunduz, un attacco dell’aeronautica militare tedesca, ordinato dal generale Georg Klein, costava la vita a 142 persone, in larghissima parte civili innocenti. Uno dei peggiori massacri nell’ambito della cosiddetta guerra al terrore, oltre che l’azione militare tedesca con più vittime dopo la seconda guerra mondiale.
Ricordiamo brevemente i fatti di quel giorno di settembre. Alcune autocisterne cariche di carburante erano state rubate dagli “insorti” e condotte lungo una strada secondaria, dove erano rimaste impantanate nel fango. La loro presenza era stata notata dalle truppe tedesche, e il comandante aveva chiesto l’intervento dell’aeronautica per distruggerle. Nel frattempo, però, molti abitanti dei villaggi vicini erano giunti sul posto. Qualche centinaia di metri più in alto, un cacciabombardiere tedesco (il nome di battaglia del pilota è Red Baron) osserva la scena. C’è anche una squadriglia di aerei americani nella zona. Gli americani notano la presenza dei civili vicini ai camion, e suggeriscono a Red Baron di effettuare un passaggio radente a scopo dissuasivo, in modo da far disperdere le persone e lasciare l’obiettivo dell’attacco (i camion) sgombro. Red Baron rifiuta, e sgancia direttamente le bombe al primo passaggio. Secondo la valutazione degli aviatori americani, due bombe sarebbero state sufficienti per distruggere le cisterne. Con meticolosità teutonica, Red Baron ne sgancia sei. Il risultato è una carneficina.
Tutto ciò resta nascosto all’opinione pubblica tedesca per molto tempo. Negli altri paesi se ne parla fin da subito, ma in Germania, a parte l’ambito della stampa critica e di opinione, i media a più ampia diffusione riportano solo la versione ufficiale del governo, che nega che ci fossero vittime civili. Le elezioni politiche incombono, e l’Afghanistan è un tema caldo, in grado di ostacolare la svolta di centrodestra caldeggiata in molti ambienti economici e finanziari tedeschi (secondo i sondaggi d’opinione la maggioranza dei cittadini è contraria all’intervento militare).
Nel giro di poco, e sotto una pressione fortissima della stampa e dell’opposizione, il neoministro del Lavoro Franz Josef Jung (CDU), come si ricorderà, si dimette, perché diventa chiaro il fatto che, da ministro della Difesa all’epoca dei fatti di Kunduz, possedesse informazioni che smentivano le sue reiterate dichiarazioni fatte nei giorni seguenti all’attacco circa il non coinvolgimento di civili. L’attuale ministro della Difesa zu Guttemberg, dal canto suo, si produce nel più classico degli scaricabarile, dovendosi anche lui giustificare per aver dichiarato “opportuno e conforme alle regole” il massacro di Kunduz: licenzia il Capo di Stato maggiore e un sottosegretario, accusandoli di avergli fornito delle relazioni reticenti e false (ma i due smentiscono e mostrano ai giornali le loro relazioni, che parlavano di probabili vittime civili fin dal primo momento). Ora il suo giudizio è cambiato: sulla base delle “nuove” informazioni in suo possesso, valuta l’attacco come inappropriato. La cancelliera, Angela Merkel, sostiene di non essere stata informata. Il capogruppo al Bundestag della SPD, Franz Walter Steinmeier, all’epoca del massacro ancora ministro degli Esteri, è anch’egli in difficoltà. Ora una commissione parlamentare d’inchiesta deve fare luce sull’accaduto, chiarendo, possibilmente, chi ha mentito e chi davvero non sapeva (ma avrebbe dovuto sapere – aggiungiamo noi).
Da questa vicenda, qui sommariamente ricostruita, giungono due indicazioni che ci sembrano importanti, anche in relazione al nostro paese. In primo luogo, in Germania la credibilità dei politici è una moneta che ha ancora corso. La menzogna e la reticenza sono un problema a prescindere, di cui il quarto potere si fa carico, senza neanche sfiorare i picchi di faziosità italica (malgrado, va detto, la gestione della tempistica delle rivelazioni da parte di alcuni giornali sia un po’ sospetta). Ma soprattutto, in secondo luogo, il velo che copre l’intrico afghano è ormai irrimediabilmente squarciato. Da una coltre di bugie è emersa la verità della guerra. E con essa la contraddizione tra i militari che vogliono farla sul serio, spezzando le reni a un nemico che li ha provocati e colpiti, anche a costo di “coventrizzare” qui e là, e i politici che devono invece presentare tutto questo come un’operazione umanitaria, limitata e contenuta negli obiettivi e nei mezzi impiegati. Ma ormai è chiaro che non possono continuare più a lungo con questo refrain.
E’ davvero difficile, infatti, vedere una via d’uscita da un’escalation militare che non potrà che comportate altri “effetti collaterali” come quello di Kunduz. Nessuno può più continuare a far finta di niente: malgrado le argomentazioni di Obama nel discorso in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Pace, non si può sfuggire all’interrogativo sull’opportunità di continuare questa finora fallimentare missione militare. In Germania sembrano esserne consapevoli in un numero sempre maggiore. Dalle fila di quanti l’hanno sin dall’inizio sostenuta, come la SPD e i Verdi, si fanno ormai sempre più spazio i punti di vista di chi chiede una strategia per il ritiro. La prudenza sull’invio di nuovi militari del ministro degli esteri Guido Westerwelle (FDP) è un altro segnale chiaro. Ma che non si possa andare avanti così lo dicono ormai, a modo loro, anche quelli che continuano a credere che la missione militare sia opportuna, ma ritengono inevitabile un cambiamento di strategia nel segno di un’esplicitazione politica e legale del suo carattere di guerra. Tra quest’ultimi si può segnalare il responsabile della CDU per le politiche della difesa (quindi non uno qualunque), che è arrivato a sostenere l’opportunità di una modifica costituzionale per consentire all’esercito tedesco nientemeno che azioni offensive volte all’uccisione di nemici.
In Italia, invece, purtroppo, non v’è traccia di un dibattito pubblico all’altezza della serietà del problema. Come già si è scritto su questo blog, la guerra bipartisan per definizione conosce solo, alternativamente, l’unanimismo ipocrita o il silenzio imbarazzato: gli schieramenti politici parlamentari appaiono incapaci non già di vedere quanto si muove sul serio sul terreno a migliaia di chilometri da noi (sarebbe chiedere troppo), ma neanche di orecchiare distrattamente quanto si dice al di là delle Alpi.
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TAGS afghanistan germania
11/01/2010 15:23














