
Risposte alla crisi
Lavoro, il ritorno del mutuo soccorso
A Brescia raccolgono fondi per aiutare gli operai senza lavoro. In Emilia le casse di resistenza. Una risposta socialmente organizzata alla carenza di politiche nazionali. E il sabato sera si organizza la sagra del tortellino per auto-finanziarsi
di Antonio Fico
Nella Leonessa d'Italia, di fronte ai morsi della congiuntura economica sfavorevole, che si annuncia ancora lunga e imprevedibile, l'idea di istituire un fondo per sostenere i lavoratori licenziati o in cassa integrazione, è stata lanciata dalla Cgil. Ma perchè ripescare dal pozzo della storia? “Abbiamo discusso a lungo su come dare un aiuto in modo organizzato – racconta Marco Fenaroli, segretario della camera del Lavoro – e ci siamo convinti che è l'unico modo per mantenere un legame con chi sta perdendo il posto di lavoro e il reddito, e rischia di rimanere solo. Il mutuo soccorso è una risposta socialmente organizzata, un secolo fa come oggi, alla carenza di politiche nazionali”.
A Brescia sono 60 mila i lavoratori in cassa integrazione a 700 euro al mese, e circa 30 mila i licenziati. Una situazione devastante che rischia di provocare un vero e proprio terremoto sociale. Da questa considerazione è partita l'iniziativa, che sta sortendo i primi frutti. Nel giro di un mese, la Camera del lavoro ha raccolto 50 mila euro, soldi provenienti per il momento dai dirigenti e dai quadri sindacali. “Abbiamo deciso inizialmente di autotassarci – spiega il segretario – 250 euro a testa per funzionario. Ci è venuto un aiuto anche da tutte le strutture territoriali e di categoria e presto partiremo con la raccolta nei mercati rionali, presso gli uffici pubblici”.
I soldi raccolti con la sottoscrizione di biglietti da 2,5, 5 e 10 euro (la Cgil ne ha fatti stampare 50 mila) saranno periodicamente girati alla Caritas che confezionerà pacchi da distribuire alle famiglie in difficoltà o usati per diffondere il microcredito. In poche settimane le richieste di prestiti hanno superato quota 350 e serviranno ai lavoratori per fara fronte soprattutto alle bollette, che divorano, in assenza di entrate, i magri bilanci familiari.
“Quello che sta accadendo – evidenzia Fenaroli – è che la gente sta risparmiando anche sulla luce e sul gas, il cui costo annuo varia tra gli 800 e i 1000 euro; fa sorridere amaramente l'epiteto di 'privilegiati' lanciato ai cassintegrati da qualcuno”.
Sono, intanto, molti i casi in cui i lavoratori promuovono le casse di resistenza. E' accaduto all'Ideal Standard. Ne hanno istituita una all'Agile, ex Eutelia, dove da quattro mesi i dipendenti sono senza stipendio, e alla Phonemedia, entrambe società controllate dalla Omega, al centro di una vicenda giudiziaria dai contorni poco chiari.
Ma è in Emilia che in modo diffuso molte fabbriche stanno rispolverando le casse di resistenza. A Reggio, in particolare la Spx, azienda di macchinari, 60 licenziati su 210 dipendenti, chi entra a lavoro versa un quinto del proprio stipendio ai lavoratori che rimangono a turno in presidio, e il sabato sera si organizza la sagra del tortellino per auto-finanziarsi. Così alla Tecnogas, dove ai 400 dipendenti che rischiano il posto danno una mano tra i fornelli delle cene di solidarietà i dirigenti e gli operai di altre fabbriche della provincia.
Il sociologo del lavoro Luciano Gallino sottolinea due aspetti del fenomeno: “E' un chiaro ritorno alle origini. Con questa crisi il sistema che era stato messo in piedi negli anni 70 ha mostrato limiti e problemi: dopo pochi mesi, le persone sono di fatto senza reddito. E così si riscoprono forme di solidarietà come la condividione degli orari o il mutuo soccorso. Vedo un aspetto positivo nel ritorno ad un sentimento collettivo dopo gli anni della solitudine e dell'individualismo, con cui si cerca di mitigare insieme ai propri anche i problemi degli altri”.
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17/12/2009 18:29














