
Precari: Fammoni (Cgil), mettere al centro formazione
“Che il 45% dei precari italiani, oltre 3,5 milioni di persone, abbia conseguito al massimo la licenzia media inferiore è un dato preoccupante ma non sorprendente”. Lo afferma Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil, in merito ai dati diffusi oggi dalla Cgia di Mestre.
Il dato che emerge dallo studio della Cgia “rispecchia all’incirca la percentuale di cittadini italiani che, in età fra 25 e 65 anni, ha solo quel titolo di studio e dimostra l’enorme arretratezza del percorso di istruzione italiano che viene ulteriormente tagliato dai provvedimenti del governo. Non liquiderei invece come piccola minoranza quel 17% di laureati (quasi 600.000 persone) che sono precari”. In Italia, aggiunge, “ci sono meno laureati che nel resto d’ Europa ma, nonostante questo, il 17% è precario e i dati di Alma laurea dimostrano che lo rimane anche per un tempo lungo”.
Alla luce di questi dati, osserva Fammoni, “è giusto concludere che la formazione debba essere messa al centro. Per quanto ci riguarda stiamo raccogliendo le firme per una legge di iniziativa popolare per l’apprendimento permanente. Ma forse occorrerebbe anche dire - conclude - che occorrono norme che limitino l’accesso e la durata della precarietà e che c’è bisogno di qualificare quel sistema produttivo che compete solo sul costo e utilizza il lavoro precario come puro fattore di costo”.
Cgia Mestre, metà precari senza titolo studio
Il dato che emerge dallo studio della Cgia “rispecchia all’incirca la percentuale di cittadini italiani che, in età fra 25 e 65 anni, ha solo quel titolo di studio e dimostra l’enorme arretratezza del percorso di istruzione italiano che viene ulteriormente tagliato dai provvedimenti del governo. Non liquiderei invece come piccola minoranza quel 17% di laureati (quasi 600.000 persone) che sono precari”. In Italia, aggiunge, “ci sono meno laureati che nel resto d’ Europa ma, nonostante questo, il 17% è precario e i dati di Alma laurea dimostrano che lo rimane anche per un tempo lungo”.
Alla luce di questi dati, osserva Fammoni, “è giusto concludere che la formazione debba essere messa al centro. Per quanto ci riguarda stiamo raccogliendo le firme per una legge di iniziativa popolare per l’apprendimento permanente. Ma forse occorrerebbe anche dire - conclude - che occorrono norme che limitino l’accesso e la durata della precarietà e che c’è bisogno di qualificare quel sistema produttivo che compete solo sul costo e utilizza il lavoro precario come puro fattore di costo”.
Cgia Mestre, metà precari senza titolo studio
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02/12/2009 15:31













