
Il corteo di Roma
I tanti volti della crisi
“Come arrivo a fine mese? Non fumo, non bevo, non ho vizi di alcun genere, rubare non ne sono capace, cerco di stare a casa il più possibile per non spendere soldi. E le bollette? Quelle si pagano quando si può”
di Marilina Russo
Difficoltà, drammi e paure ma anche tanta voglia di lottare e di ritornare a un’Italia migliore. Questo oggi (14 novembre) il messaggio che viene dalla manifestazione organizzata dalla Cgil, che ha portato in piazza i volti veri della crisi, uomini e donne in carne e ossa.
Il racconto di Anna, 47 anni, impiegata presso l’azienda Key Plastis di Beinasco (Torino), è emblematico di una situazione che vivono centinaia di migliaia di famiglie. “Sì è vero, siamo in tanti. Pensa che nel nostro territorio sono state chiuse ben trecento fabbriche. Io ho due figli e un marito disoccupato, sono in cassa integrazione da quattordici mesi. Porto avanti una famiglia con soli 900 euro, dimmi tu come si fa. La nostra azienda è in vendita ma al momento nessun compratore”.
La crisi c’è, si vede e si percepisce in tutti i volti che oggi affollano il corteo che da piazza della Repubblica sfila sino a piazza del Popolo. “A differenza di quello che ci viene raccontato dal governo, credo che sia proprio questo il momento peggiore”. A dirlo è Lorella, 39 anni, impiegata presso l’azienda Aerre di Rimini, dal mese di aprile in cig ordinaria e da ottobre in cassa integrazione straordinaria. L’impresa, fallita a novembre, non lascia nessuna alternativa se non quella di “fare tutto il percorso degli ammortizzatori sociali e, intanto, guardarsi in giro per trovare altre soluzioni”. “Purtroppo - prosegue - quello che si prospetta è soltanto lavoro precario. Vivo con soli 500 euro al mese. In che modo? Si cerca di stringere la cinghia”.
Si scorge tanta preoccupazione ma anche fermezza negli occhi di questi lavoratori. Come gli occhi di Rita, 43 anni, dipendente dell’azienda Omsa di Faenza (360 occupati, per lo più donne), con due figli a carico, in cassa integrazione da febbraio. “In tutti questi anni ci siamo trovati più volte davanti a crisi profonde, superate con ridimensionamenti, casse integrazioni e cambi di proprietà aziendali. Ora ci dicono che, in presenza di una forte difficoltà di mercato, sembra non esistano soluzioni, se non quella di continuare a delocalizzare le lavorazioni all’estero, dove tutto sembra costi meno”.
Nel corteo, ovviamente, molto densa la presenza di aziende che, per il pessimo stato di salute in cui versano e le forme anche clamorose di protesta di cui sono teatro, vivono da tempo sotto i riflettori. Una di queste è l’Alcoa, in Sardegna. Alberto Pini, 43 anni e un figlio, è tra i lavoratori che dal 2 novembre hanno deciso di arrampicarsi in cima a uno dei serbatoi dello stabilimento. Ha voluto tornare a terra, lasciando su gli altri due compagni, solo ed esclusivamente per partecipare alla manifestazione della Cgil. “Siamo in lotta contro la chiusura della fabbrica, prevista per la fine di novembre. La nostra protesta va avanti da tempo, abbiamo occupato fra l’altro anche l’aeroporto di Cagliari, e come è noto siamo saliti in cima a un serbatoio. Ci chiedono di continuo di scendere, ma non molleremo fin quando non ci saranno atti concreti che scongiurino la scomparsa dello stabilimento”.
Per le vie del centro di Roma anche i lavoratori Fiat. Facciamo parlare Nicola, 58 anni, dello stabilimento di Cassino. “Berlusconi e i suoi continuano a dirci che il peggio è ormai passato, e che la crisi è alle spalle. A noi sembra proprio di no: le ore di cassa integrazione in realtà sono cresciute, la difficoltà del vivere quotidiano è sempre più forte. Io ho tre figli e so cosa significa”.
In questa Italia dove il verbo predicato di continuo è quello di coltivare solo e soltanto il proprio interesse c’è chi, nonostante la crisi non abbia toccato il suo lavoro, sente il dovere di scendere ugualmente in piazza. “ Sì – dice Marco, 38 anni, della Todini costruzioni –, la mia è un’impresa che in Sardegna va molto bene. Siamo fortunati, non si vedono pericoli all’orizzonte, anzi. Ma ho voluto fare una notte in bianco per venire oggi a Roma perché credo sia giusto portare la propria solidarietà a chi sta peggio”.
Un segno questo, come per tutte le altre storie che oggi abbiamo incontrato, di un paese che vuole unirsi per cambiare da subito, in concreto, la condizione delle persone; che vuole costruire fin d’ora, senza aspettare la palingenetica caduta di un governo assente, una via d’uscita alla crisi.
Il racconto di Anna, 47 anni, impiegata presso l’azienda Key Plastis di Beinasco (Torino), è emblematico di una situazione che vivono centinaia di migliaia di famiglie. “Sì è vero, siamo in tanti. Pensa che nel nostro territorio sono state chiuse ben trecento fabbriche. Io ho due figli e un marito disoccupato, sono in cassa integrazione da quattordici mesi. Porto avanti una famiglia con soli 900 euro, dimmi tu come si fa. La nostra azienda è in vendita ma al momento nessun compratore”.
La crisi c’è, si vede e si percepisce in tutti i volti che oggi affollano il corteo che da piazza della Repubblica sfila sino a piazza del Popolo. “A differenza di quello che ci viene raccontato dal governo, credo che sia proprio questo il momento peggiore”. A dirlo è Lorella, 39 anni, impiegata presso l’azienda Aerre di Rimini, dal mese di aprile in cig ordinaria e da ottobre in cassa integrazione straordinaria. L’impresa, fallita a novembre, non lascia nessuna alternativa se non quella di “fare tutto il percorso degli ammortizzatori sociali e, intanto, guardarsi in giro per trovare altre soluzioni”. “Purtroppo - prosegue - quello che si prospetta è soltanto lavoro precario. Vivo con soli 500 euro al mese. In che modo? Si cerca di stringere la cinghia”.
Si scorge tanta preoccupazione ma anche fermezza negli occhi di questi lavoratori. Come gli occhi di Rita, 43 anni, dipendente dell’azienda Omsa di Faenza (360 occupati, per lo più donne), con due figli a carico, in cassa integrazione da febbraio. “In tutti questi anni ci siamo trovati più volte davanti a crisi profonde, superate con ridimensionamenti, casse integrazioni e cambi di proprietà aziendali. Ora ci dicono che, in presenza di una forte difficoltà di mercato, sembra non esistano soluzioni, se non quella di continuare a delocalizzare le lavorazioni all’estero, dove tutto sembra costi meno”.
Nel corteo, ovviamente, molto densa la presenza di aziende che, per il pessimo stato di salute in cui versano e le forme anche clamorose di protesta di cui sono teatro, vivono da tempo sotto i riflettori. Una di queste è l’Alcoa, in Sardegna. Alberto Pini, 43 anni e un figlio, è tra i lavoratori che dal 2 novembre hanno deciso di arrampicarsi in cima a uno dei serbatoi dello stabilimento. Ha voluto tornare a terra, lasciando su gli altri due compagni, solo ed esclusivamente per partecipare alla manifestazione della Cgil. “Siamo in lotta contro la chiusura della fabbrica, prevista per la fine di novembre. La nostra protesta va avanti da tempo, abbiamo occupato fra l’altro anche l’aeroporto di Cagliari, e come è noto siamo saliti in cima a un serbatoio. Ci chiedono di continuo di scendere, ma non molleremo fin quando non ci saranno atti concreti che scongiurino la scomparsa dello stabilimento”.
Per le vie del centro di Roma anche i lavoratori Fiat. Facciamo parlare Nicola, 58 anni, dello stabilimento di Cassino. “Berlusconi e i suoi continuano a dirci che il peggio è ormai passato, e che la crisi è alle spalle. A noi sembra proprio di no: le ore di cassa integrazione in realtà sono cresciute, la difficoltà del vivere quotidiano è sempre più forte. Io ho tre figli e so cosa significa”.
In questa Italia dove il verbo predicato di continuo è quello di coltivare solo e soltanto il proprio interesse c’è chi, nonostante la crisi non abbia toccato il suo lavoro, sente il dovere di scendere ugualmente in piazza. “ Sì – dice Marco, 38 anni, della Todini costruzioni –, la mia è un’impresa che in Sardegna va molto bene. Siamo fortunati, non si vedono pericoli all’orizzonte, anzi. Ma ho voluto fare una notte in bianco per venire oggi a Roma perché credo sia giusto portare la propria solidarietà a chi sta peggio”.
Un segno questo, come per tutte le altre storie che oggi abbiamo incontrato, di un paese che vuole unirsi per cambiare da subito, in concreto, la condizione delle persone; che vuole costruire fin d’ora, senza aspettare la palingenetica caduta di un governo assente, una via d’uscita alla crisi.
TAGS 14 novembre cgil
14/11/2009 21:19





