La ricostruzione della città l'ha rilanciata solo in parte. E ha espulso dai quartieri centrali molte fasce della popolazione. In calo i residenti. Berlino si è trasformata da una città divisa (dal Muro) in una città spaccata (dal censo)?
di Georg Frisch*
Il 20 giugno del 1991 il parlamento tedesco decise di eleggere Berlino capitale dello stato e sede unica del parlamento e del governo federale. La riunificazione della Germania e il recupero del ruolo di capitale fecero di Berlino un nuovo caposaldo nella geografia europea. Jean Gottmann, nel suo fondamentale lavoro sulla geografia urbana, per meglio definire il ruolo delle città capitali considerava tre categorie di indicatori: la “dimensione” della città in termini di popolazione, estensione e risorse; il suo “rango” internazionale; la sua “capacità di orientamento” della vita politica, economica e culturale dell’intera nazione. Tutti e tre questi criteri si possono individuare nell’idea della Neue Berlin. Fin dall’inizio degli anni Novanta si riconobbe a Berlino un’enorme potenzialità, arrivando a ipotizzare, con Saskia Sassen, che sarebbe potuta diventare “il maggiore centro d’affari internazionale dell’Europa centrale, con un corrispondente ridimensionamento dei ruoli di Budapest e Vienna”.
Oggi, Berlino si presenta come il fulcro della regione metropolitana Berlino-Brandeburgo che comprende Potsdam e la prima cintura dei comuni brandeburghesi. Con i suoi 4,4 milioni di abitanti si posiziona al quarto posto tra le undici regioni metropolitane tedesche, dopo quelle della Ruhr (11,5 milioni di abitanti), di Francoforte (5,3 milioni) e di Stoccarda (4,7 milioni). Ciononostante appare evidente che le previsioni ottimistiche sul rafforzamento di Berlino nel ranking delle città globali siano state oggi in parte ridimensionate. I dati statistici più recenti dimostrano che ben tre regioni metropolitane tedesche presentano tassi di crescita negativi: la Ruhr, il triangolo della Sassonia – l’unica regione metropolitana della Germania dell’Est – e, appunto, Berlino-Brandeburgo. Dopo un primo momento di euforia, dunque, lo sviluppo di Berlino non ha rispettato del tutto le aspettative.
Nel corso degli anni Novanta, la crescita demografica si è azzerata e una crisi economica profonda ha comportato alta disoccupazione e ingenti problemi di finanza pubblica. Berlino non è riuscita ad affermarsi come centro egemone, sia nella funzione politica, sia in quella economica. Le funzioni di capitale sono state infatti disseminate in numerosi altri poli: ferma restando la presenza a Berlino delle massime istituzioni nazionali, presidenza della repubblica, parlamento e cancellierato federale, oltre ai più importati ministeri, si è mantenuta la sede della banca centrale tedesca a Francoforte, la corte suprema federale a Karlsruhe, così come alcuni ministeri a Bonn, in modo che il 55% degli impiegati ministeriali restassero sul Reno.
La “reinvenzione” di Berlino dopo il crollo del Muro
Fino alla caduta, nel 1989, del “muro della vergogna”, simbolo della guerra fredda, Berlino si presentava come una città senza retroterra: a Ovest ogni spinta di sub-urbanizzazione era resa vana dall’indisponibilità di territorio, a Est dal controllo politico dello sviluppo urbano. Con la demolizione del muro, Berlino dispose di nuovo di un hinterland capace di esercitare una potente forza centrifuga. Lo squilibrio fra la città centrale e la sua area metropolitana, fra la città-stato di Berlino con quasi 900 kmq di superficie e circa 3 milioni e mezzo di abitanti e il Land del Brandeburgo con 300.000 kmq di superficie e solo 2 milioni e mezzo di abitanti era enorme: a una densità di quasi 4.000 abitanti per kmq si contrapponeva una di appena 90 abitanti per kmq. Per governare le spinte insediative dovute a questo squilibrio territoriale, nel 1996 è stato istituito il dipartimento per la pianificazione di Berlino e Brandeburgo che ha elaborato un piano strategico di gestione dei processi di suburbanizzazione.
Il secondo processo che ha caratterizzato lo sviluppo urbano della Neue Berlin è la ristrutturazione del suo centro. L’unificazione delle due Germanie ha costretto la città a reinventarsi. Fin dal 13 agosto 1961, la parte a Est e quella a Ovest avevano ognuna cercato di auto rappresentarsi come città intere: da un lato del muro la capitale e il centro di potere della repubblica democratica tedesca, dall’altra un’isola artificiale dell’Occidente capitalista; da un lato il regime pubblico dei suoli, la prefabbricazione pesante e la programmazione della produzione degli alloggi; dall’altra parte i modelli di vita della società consumistica, la competizione nel mercato del lavoro e in quello abitativo.
La costruzione di Berlino capitale ha trasformato la città in un immenso cantiere, “il più rande laboratorio architettonico d’Europa, una città-cantiere in perpetua ebollizione” come diceva l’allora ministro della cultura, dove si lavorava incessantemente per riempire i tanti vuoti urbani e le interruzioni nel tessuto cittadino, dovuti alla precedente presenza del muro. Simbolo della Neue Berlin è diventata la trasformazione di Potsdamer Platz, che ha assunto una funzione di ponte tra la city west attorno al Kurfürstendamm e Breitscheidplatz, la downtown dell’Ovest da Friedrichstrasse fino ad Alexanderplatz e il distretto governativo attorno alla porta di Brandeburgo. Era una bella piazza della “grande” Berlino degli anni Venti; i bombardamenti del 1943 la ridussero a un deserto raccontato da Wim Wenders ne “Il cielo sopra Berlino” (1987). Ora è il nuovo cuore di Berlino, dove dominano i grattacieli progettati da Renzo Piano, Hans Kollhoff, Helmut Jahn.
Gli squilibri demografici
I due fenomeni apparentemente distinti e autonomi, quello dei grandi investimenti pubblici e privati nella modernizzazione del centro città e quello della nuova disponibilità di aree suburbane, hanno determinato un’enorme mobilità degli abitanti, non senza conseguenze sociali. I massicci investimenti nel centro hanno infatti valorizzato i relativi quartieri causando l’espulsione di parte degli abitanti, vale a dire di molte persone che, appartenenti al movimento di lotta per la casa, all’inizio degli anni Novanta avevano preso possesso di alloggi destinati alla demolizione. A questo gruppo sociale si era accompagnata, nell’”occupazione” della Berlino post-riunificazione, una fascia di popolazione tradizionalmente mobile: i giovani single, gli studenti, gli immigrati che trovarono casa nello spazio abitativo man mano liberato da chi si era trasferito nei municipi esterni o addirittura nei comuni contermini.
Abitare nella Berlino di oggi, più opulenta del passato nei suoi quartieri centrali, è meno agevole di un tempo e non a caso il flusso migratorio in uscita è solo in parte compensato da quantità analoghe di persone in entrata. Nel 2006 si è registrato un saldo demografico negativo pari a oltre 9.000 unità, e nell’arco temporale 2007-2030 si stima una ulteriore perdita di popolazione di quasi 180.000 persone.
La dinamica della mobilità dei residenti è indubbiamente complessa e le ragioni del trasferimento degli abitanti da una parte della città all’altra, dal centro alla periferia, dalla città alla campagna sono molteplici. La consapevolezza, però, che solo una parte delle famiglie, quelle economicamente più solide, è in grado di decidere autonomamente il proprio luogo di residenza ha portato molti a interrogarsi se Berlino non si sia trasformata da una città divisa (dal muro) in una città spaccata (dalle classi sociali).
Sullo sfondo di queste dinamiche, anche i più grandi progetti di ristrutturazione urbana perdono un po’ della loro decantata capacità demiurgica. “C’era bisogno di utopia” per dimenticare la guerra fredda e superare i guasti prodotti dal socialismo reale. Nelle intenzioni di Renzo Piano, la nuova Potsdamerplatz voleva essere questo. Il progetto si propone come occasione di ricucitura delle due città, confinanti ma lontane, un polo di attrazione, capace di reinventare un pezzo di Berlino, “irradiandosi al suo intorno per diffondere nuove energie”. I due miliardi di euro, che sono stati investiti complessivamente nell’operazione, sono certamente riusciti a dare vita a un nuovo polo di attrazione. È però evidente che la valorizzazione immobiliare non può forgiare da sola lo sviluppo della città complessiva.
E dal punto di vista urbanistico preoccupa proprio la diminuzione degli abitanti, con le conseguenze sulla qualità dei servizi ma anche sul mercato immobiliare. È un problema non solo di Berlino ma di ampie parti dell’ex Germania Est. Per difendere l’economia della casa, in queste regioni è stato istituito un programma di intervento denominato “ristrutturazione urbana Est”. Si tratta del più colossale programma di demolizione edilizia mai concepito. Secondo lo stato di avanzamento del programma, al 31 dicembre 2007, a Berlino sono stati “decostruiti” quasi 3.000 alloggi. Anche questa è la Neue Berlin.