Rubriche

Blog

Il PuntoRassegnadosFuori classeRoba da mattiSull'asfaltoCinePressaRendiamoci ContoRadio cracNote a margineChe senso che faUomini e CittàA tutta rete

Multimedia

Speciali



Mercato del lavoro

Lavorare in tempo di crisi: il caso italiano

   Print  

In Italia la crisi poteva rappresentare un punto di svolta per mettere mano a quella necessaria riforma organica degli ammortizzatori sociali su cui si discute invano sin dai tempi della Commissione Onofri. Ma così non è stato

di Michele Raitano

Foto di Maurizio Evangelisti (immagini di Foto di Maurizio Evangelisti)
Pubblichiamo l’abstract della relazione che l’autore terrà al Forum “Geografie della crisi”, organizzato dalla Rivista delle politiche sociali il 5 e 6 novembre (qui il programma)

Seppur con dimensioni e caratteristiche diverse, le forme di lavoro temporaneo sono estese in tutti i paesi dell’Unione Europea e possono comportare disparità fra lavoratori stabili ed instabili. L’entità di tali disparità va valutata in chiave statica – esaminando se emergano ampie differenze fra lavoratori permanenti e temporanei (ad esempio in termini di salari e/o di tutele del welfare) – e dinamica – verificando, nel medio termine, se l’appartenenza alla status svantaggiato si riveli per alcuni persistente a tal punto da concretare effettivi rischi di precarizzazione –. Una valutazione di questi aspetti appare in particolar modo cruciale nell’attuale contesto macroeconomico: è infatti lecito presumere che, per chi è occupato con relazioni a termine, l’eventuale condizione di svantaggio possa essere acuita dalla recente crisi che, comportando un generalizzato incremento dei tassi di disoccupazione, ha ridotto le possibilità di rinnovo contrattuale.

Dal punto di vista empirico, i dati finora a disposizione non consentono di valutare l’impatto della crisi sulla condizione occupazionale dei lavoratori temporanei. Nel presente lavoro, sulla base delle rilevazioni disponibili (che coprono al massimo fino al periodo 2006-2007), si ragiona quindi sulle molteplici dimensioni di diseguaglianza che, già prima della crisi, potevano risolversi a discapito dei lavoratori atipici, e si compara il caso italiano con le evidenze relative ai paesi della UE15 (analizzate mediante i micro-dati forniti dall’indagine comunitaria EU-SILC).

L’analisi dei differenziali salariali fra dipendenti a tempo indeterminato o determinato nei paesi UE mostra che, con l’eccezione di Irlanda e Regno Unito (dove il lavoro a termine è poco diffuso e molto lasca è la legislazione a protezione dei lavoratori a tempo indeterminato), i “temporanei” non sono compensati da un “premio al rischio”, ma, al contrario, rispetto ai “permanenti”, sono caratterizzati da una combinazione di indubbio svantaggio, in cui ad un maggior rischio di interruzione della relazione contrattuale si associa un minor rendimento (in termini di salari percepiti).

La quota di dipendenti con contratti a tempo determinato – in media pari al 13% – è fortemente differenziata tra paesi: i valori minimi si registrano in Svezia, Regno Unito e Paesi Bassi e Svezia, i massimi in Portogallo, Grecia e Spagna. Il dato italiano (14,8%) è di poco superiore alla media, ma ad esso andrebbe aggiunta la cospicua quota di collaboratori parasubordinati, i quali, essendo formalmente autonomi, pur svolgendo spesso nei fatti attività strettamente sostitutive di quelle dipendenti, non vengono inclusi nelle statistiche ufficiali europee sul lavoro a termine. L’osservazione della frequenze delle stabilizzazioni osservate fra il 2005 ed il 2006, pur segnalando un quadro fortemente differenziato fra gli Stati dell'Unione Europea, conferma le deboli performance dei paesi Meridionali (tra cui l’Italia).

Nelle statistiche comunitarie lo status contrattuale, a termine o a tempo indeterminato, viene d’altronde rilevato solo per i lavoratori dipendenti. In Italia la considerazione dei fixed-term employees non esaurisce le categorie del lavoro non standard, data l’ampia quota di autonomi e parasubordinati che svolgono mansioni assimilabili al lavoro dipendente. La valutazione del caso italiano, e delle sue criticità e peculiarità, richiede pertanto un ulteriore approfondimento.

Da tale approfondimento emerge, in un quadro poco favorevole per gli stessi dipendenti a tempo indeterminato, un’ulteriore di una penalizzazione a discapito degli atipici (dipendenti a termine e, soprattutto, parasubordinati) lungo molteplici dimensioni: livelli salariali, tutele del welfare, rischi di disoccupazione, possibilità di accedere a corsi di formazione, capacità di accesso al credito e prospettive previdenziali. In molti casi, inoltre, l’appartenenza al segmento svantaggiato della forza lavoro non sembra costituire una condizione temporanea (eventualmente nelle fasi iniziali e finali della carriera lavorativa), ma si rivela persistente.

In Italia la crisi poteva rappresentare un drammatico punto di svolta per mettere mano a quella necessaria riforma organica degli ammortizzatori sociali su cui si discute invano sin dai tempi della Commissione Onofri. Tuttavia, anziché iniziare a correggere i due macroscopici limiti del sistema italiano - l’assenza di un’adeguata indennità di disoccupazione a carattere universale (che copra in modo automatico e con le stesse regole, la totalità dei lavoratori) e l’erogazione di uno strumento assistenziale means tested per chi non abbia più il diritto a riceverla -, limiti di cui proprio la crisi ha ulteriormente evidenziato la gravità, nei provvedimenti anti-crisi si è proceduto con misure una tantum, insufficienti e discrezionali (in deroga).



Vuoi riprodurre questo articolo? Leggi qui le condizioni.


TAGS mercato del lavoro rps precariato

02/11/2009 19:06

(ricerca avanzata)

Cerca su Rassegna.it con Google

  • bookmarks

  • segnala




Antispam: inserisci il risulato della somma.


Alcune immagini

Foto di Maurizio Evangelisti