
Opinioni
Posto fisso, non è il caso di scomodare l’ebraismo
Il presidente del Censis, De Rita, difende la flessibilità con la metafora del vagabondaggio ebraico. Ma se c’è un popolo che ha conosciuto la disperazione del non avere un “posto fisso”, uno spazio cui ancorare i propri progetti, questi sono gli ebrei
di Salvo Leonardi*
Interpellato sulla recente sortita del Ministro Tremonti in tema di posto fisso, il sociologo Giuseppe De Rita è intervenuto sulla Repubblica del 22 ottobre, per sostenere una tesi tutto sommato antica e ben nota, ma lo ha fatto – nel suo stile – con argomenti piuttosto originali. Sorprendenti, direi. La tesi è che in sostanza la precarietà fa bene, “ci dà forza”, “ci rende capaci di andare avanti senza restare attaccati”. A noi pare una riedizione in salsa post-moderna di quel darwinismo sociale che, agli albori della modernità, aveva salutato la fine del feudalesimo e l’avvento della civiltà industriale. Può sorprendere che essa giunga ora da un sociologo cattolico, la cui ispirazione dovrebbe essere piuttosto quella, ben diversa, della dottrina sociale della chiesa; delle encicliche papali sui temi del lavoro; persino del vecchio Codice di Camaldoli a cui si formò la sua generazione di intellettuali e politici democristiani. Ma tant’è.
Il fatto è che questa impostazione cozza duramente con quel profluvio di studi ed indagini sociologiche, che il Presidente del Censis conosce certamente, secondo le quali “la società dell’incertezza” o “del rischio”, piuttosto che temprarlo, destabilizza il carattere delle persone. Il titolo inglese del libro di Sennet sull’uomo flessibile è, non casualmente, The Corrosion of the Character. Alle “vite precarie” e alle gravi conseguenze umane e sociali della flessibilità sono dedicati alcuni fra gli studi più accreditati di questi ultimi 15 anni. Un intero filone di interventi comunitari riguarda oggi il c.d. stress psico-sociale, indotto dall’eccessiva flessibilità del lavoro. Tutto il dibattito europeo sulla flexicurity parte dal presupposto che, senza sicurezza (del reddito e dell’occupabilità, se non proprio del “posto”), gli effetti della flessibilità minano, insieme all’esistenza degli individui, anche la coesione sociale. Che qualcuno esalti in astratto il valore positivo della precarietà ci appare come una tipica modificazione delle preferenze, indotta a livello psicologico, secondo il famoso apologo della volpe e l’uva acerba ripreso da Jon Elster (Come si studia la società).
Opinabile dunque sul terreno del fondamento etico e scientifico, il giudizio di De Rita si rivela non meno problematico anche su quello della metafora “filosofica” con cui intende supportarlo. Amante di queste trovate immaginifiche, ben note a chi legge da anni i suoi rapporti (Censis), ora attinge niente meno che al Vecchio Testamento. Il riferimento è alla festività ebraica dei Tabernacoli (Sukkòt), la celebrazione autunnale con cui – tradizionalmente – si evoca la caducità dell’esistenza e il carattere ineludibilmente effimero delle conquiste dell’uomo. L’interpretazione, teologica e scientifica, è stata e rimane problematica. La tesi è che in quella data gli ebrei ricordano il vagabondaggio nel deserto per trarne una lezione sempre attuale. Del resto, che nulla sia per sempre e che tutto può in qualunque momento svanire, è un messaggio che percorre costantemente le Scritture. La spiegazione del deserto si è prestata, fra storici ed esegeti, a qualche perplessità. La Torah ordina infatti di celebrare la festa utilizzando per le capanne piante che non crescono, abitualmente, nel deserto. Si è dunque ritenuto che Sukkòt possa rientrare fra quelle ricorrenze gioiose con cui molte comunità agricole celebravano la vendemmia (Deut, 16, 13).
Ma il punto è un altro. Infatti, se abbiamo capito bene, la citazione di De Rita dev’essere ribaltata di significato. Il popolo ebraico, che ha conosciuto il nomadismo prima ed una lunghissima e tragica diaspora poi, non esalta la precarietà come un valore. E ancor meno come fine sociale. Dunque non solo in senso religioso, come per contrasto si potrebbe desumere da Sukkòt. Ma anche e soprattutto in senso storico e politico. Se c’è un popolo che ha conosciuto la disperazione del non avere un “posto fisso”, uno spazio solido a cui durevolmente ancorare i propri progetti di vita, questo è proprio il popolo ebraico. Il rifiuto della stabilità, di una fissa dimora (“noi abitiamo nelle tende”; Ger. 35), fu espressione di alcune vecchie sette minoritarie, laddove il presunto cosmopolitismo moderno degli ebrei non si spinse mai a celebrare il nomadismo come valore fine a se stesso.
La base di partenza della promessa di Abramo consiste nell’assicurargli il possesso di una nuova terra (Gen. 13, 14). Per secoli generazioni di ebrei sparsi nel mondo si sono riuniti per la Pasqua, augurandosi commossi "Il prossimo anno a Gerusalemme". Sogno di “stabilità” ed esodo liberatorio dall’asservimento a cui in definitiva induce la condizione di stranieri alla propria casa. Alla propria vita. Una prospettiva, che nella vicenda emblematica di quel popolo, ha saputo cementare una speranza, una identità, una teologia della liberazione. E’ qui che, crediamo, si possa riprendere e collocare un’analogia appropriata con l’ebraismo storico e con le sue profonde metafore religiose. Ad esempio per sconfiggere oggi la precarietà, e non certo per incensarla.
* IRES-CGIL
Il fatto è che questa impostazione cozza duramente con quel profluvio di studi ed indagini sociologiche, che il Presidente del Censis conosce certamente, secondo le quali “la società dell’incertezza” o “del rischio”, piuttosto che temprarlo, destabilizza il carattere delle persone. Il titolo inglese del libro di Sennet sull’uomo flessibile è, non casualmente, The Corrosion of the Character. Alle “vite precarie” e alle gravi conseguenze umane e sociali della flessibilità sono dedicati alcuni fra gli studi più accreditati di questi ultimi 15 anni. Un intero filone di interventi comunitari riguarda oggi il c.d. stress psico-sociale, indotto dall’eccessiva flessibilità del lavoro. Tutto il dibattito europeo sulla flexicurity parte dal presupposto che, senza sicurezza (del reddito e dell’occupabilità, se non proprio del “posto”), gli effetti della flessibilità minano, insieme all’esistenza degli individui, anche la coesione sociale. Che qualcuno esalti in astratto il valore positivo della precarietà ci appare come una tipica modificazione delle preferenze, indotta a livello psicologico, secondo il famoso apologo della volpe e l’uva acerba ripreso da Jon Elster (Come si studia la società).
Opinabile dunque sul terreno del fondamento etico e scientifico, il giudizio di De Rita si rivela non meno problematico anche su quello della metafora “filosofica” con cui intende supportarlo. Amante di queste trovate immaginifiche, ben note a chi legge da anni i suoi rapporti (Censis), ora attinge niente meno che al Vecchio Testamento. Il riferimento è alla festività ebraica dei Tabernacoli (Sukkòt), la celebrazione autunnale con cui – tradizionalmente – si evoca la caducità dell’esistenza e il carattere ineludibilmente effimero delle conquiste dell’uomo. L’interpretazione, teologica e scientifica, è stata e rimane problematica. La tesi è che in quella data gli ebrei ricordano il vagabondaggio nel deserto per trarne una lezione sempre attuale. Del resto, che nulla sia per sempre e che tutto può in qualunque momento svanire, è un messaggio che percorre costantemente le Scritture. La spiegazione del deserto si è prestata, fra storici ed esegeti, a qualche perplessità. La Torah ordina infatti di celebrare la festa utilizzando per le capanne piante che non crescono, abitualmente, nel deserto. Si è dunque ritenuto che Sukkòt possa rientrare fra quelle ricorrenze gioiose con cui molte comunità agricole celebravano la vendemmia (Deut, 16, 13).
La base di partenza della promessa di Abramo consiste nell’assicurargli il possesso di una nuova terra (Gen. 13, 14). Per secoli generazioni di ebrei sparsi nel mondo si sono riuniti per la Pasqua, augurandosi commossi "Il prossimo anno a Gerusalemme". Sogno di “stabilità” ed esodo liberatorio dall’asservimento a cui in definitiva induce la condizione di stranieri alla propria casa. Alla propria vita. Una prospettiva, che nella vicenda emblematica di quel popolo, ha saputo cementare una speranza, una identità, una teologia della liberazione. E’ qui che, crediamo, si possa riprendere e collocare un’analogia appropriata con l’ebraismo storico e con le sue profonde metafore religiose. Ad esempio per sconfiggere oggi la precarietà, e non certo per incensarla.
* IRES-CGIL
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TAGS posto fisso precarietà ebraismo precariato
26/10/2009 19:08














