La disoccupazione in Cisgiordania riguarda il 35-40 per cento della forza lavoro, mentre le persone che vivono sotto la soglia di povertà raggiungono il 50-60 per cento in Cisgiordania e oltre l'80 per cento a Gaza
di Carlo Gnetti
Il lavoro è uno dei temi centrali della marcia della pace che, sotto lo slogan "Time for responsibilities", si sta svolgendo in questi giorni in Israele e nei Territori occupati. La guerra strisciante e la pace precaria che hanno fatto seguito alla campagna d Gaza e alla costruzione del muro hanno creato una situazione drammatica per i lavoratori palestinesi, ma non solo. Una situazione che è stata denunciata e approfondita negli incontri che hanno avuto luogo nei primi tre giorni di marcia.
La disoccupazione in Cisgiordania riguarda il 35-40 per cento della forza lavoro secondo le statistiche Onu, mentre le persone che vivono sotto la soglia di povertà raggiungono il 50-60 per cento in Cisgiordania e oltre l'80 per cento a Gaza, dove il lavoro è stato letteralmente cancellato. Le persone che quotidianamente e in modo regolare passano dalla Cisgiordania a Israele per motivi di lavoro - perché possiedono un tesserino blu che glielo consente - sono circa 20 mila, e altri 50 mila circa lo fanno in modo irregolare sfidando ogni genere di maltrattamento materiale (i check point) e immateriale, per affrontare situazioni di lavoro disagiato, malpagato, e discriminato.
Poi c'è una "nuova" categoria di lavoratori palestinesi, circa 30 mila, che lavorano nelle colonie, addetti alle produzioni più pericolose, pagati sotto i minimi salariali, privi di qualsiasi forma di tutela ed esposti all'arbitrio di caporali palestinesi e israeliani (che si trattengono e si spartiscono fino al 40 per cento della paga).
Infine c'è una nuova ondata di lavoratori immigrati, circa il 10 per cento della forza lavoro, che provengono soprattutto dai paesi dell'Est europeo, dall'Asia, dall'Etiopia e dal Sudan, questi ultimi attraversando illegalmente la frontiera dell'Egitto. Questi lavoratori, destinati a sostituire gradualmente la manodopera palestinese, sono privi di qualsiasi forma di tutela, sono soggetti all'arbitrio dei datori di lavoro e dei mediatori, e spesso si ritrovano dopo il licenziamento in una situazione di clandestinità. Così vengono ricacciati indietro dalla polizia nei loro paesi di provenienza. Una situazione che qui riassumono con l'immagine della "revolving door", le porte degli alberghi che fanno entrare e uscire i clienti, e che ricorda tristemente la legislazione italiana approvata di recente.
La crisi e la legislazione che ha liberalizzato il mercato del lavoro finiscono per coinvolgere anche i lavoratori israeliani. Per queste ragioni i sindacati palestinesi e quelli israeliani di recente costituzione, che si contrappongono alla politica del sindacato ufficiale, cercano di coinvolgere tutto il mondo del lavoro in una battaglia comune.
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