
Riscaldamento globale
Ecomigranti, la nuova emergenza
In fuga da terre essiccate o sommerse dalle acque: secondo uno studio dell’Onu saranno 200 milioni di persone entro il 2050. A rischio le regioni aride in Africa, le reti fluviali in Asia, le coste del Messico e dei Caraibi
di Scalo internazionale
Una nuova specie di migranti si affaccia sulle rotte di transito del pianeta. Sono le vittime del riscaldamento globale, persone in fuga da terre essiccate o sommerse dalle acque. Ecomigranti. Scrive l’Economist che, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, da qui al 2050 i migranti ambientali saranno 200 milioni, ma le persone coinvolte dal fenomeno potrebbero arrivare a 700 milioni.
Il settimanale britannico cita uno studio pubblicato a maggio dall’università delle Nazioni Unite, dalla Columbia University di New York e dall’organizzazione Care (il titolo è “In Search of Shelter” – “In cerca di riparo”) secondo il quale i punti a rischio nel pianeta, dai quali potrebbe scatenarsi l’ecomigrazione, sono “le regioni aride in Africa, le reti fluviali in Asia, le coste e l’entroterra di Messico e Caraibi, e le isole basse degli oceani Indiano e Pacifico”.
Leggiamo nello studio che “nelle zone densamente popolate sui delta del Gange, del Mekong, del Nilo l’aumento di un metro del livello del mare potrebbe colpire 23,5 milioni di persone e ridurre di almeno 1,5 milioni di ettari i terreni attualmente sottoposti ad agricoltura intensiva”. Un aumento del livello del mare di 2 metri, invece, provocherebbe un “impatto su altri 10,8 milioni di persone e renderebbe almeno 969 mila ettari in più improduttivi per l’agricoltura”. E’ solo un esempio tra i tanti di uno scenario che potrebbe rivelarsi realistico invece che catastrofico.
Un altro esempio – citato dall’Economist – riguarda invece l’Himalaya, dove lo scioglimento dei ghiacci “causerebbe inondazioni ed erosioni a monte, facendo schizzare alle stelle il prezzo del riso e di altri beni primari”.
La sorte di questi ecomigranti in fuga dai disastri ambientali quale sarà? Sarà riconosciuto il loro status di rifugiati? E chi si occuperà di loro? L’Economist dubita che il compito possa essere assolto dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur). Per il semplice motivo che aggiungere la tutela di altri 200 milioni di persone a quella dei profughi interni (26 milioni solo nel 2008) e degli espatriati (dieci milioni), sarebbe “insostenibile”.
» SCALO INTERNAZIONALE
Obama alla prova del sindacato
AFL-CIO, USA
Il 15 settembre il presidente degli Stati Uniti si è confrontato con i duemila delegati dell’American Federation of Labour. Un incontro atteso in un momento in cui sul piatto ci sono le riforme che Barack Obama ritiene più sue: quella della sanità e quella per la rappresentanza sindacale.
Un resoconto dell’intervento del presidente è stato pubblicato sul sito dell’Afl-Cio. Nell’articolo il messaggio presidenziale viene definito forte e stimolante. “Faremo tornare a lavorare questo paese – ha dichiarato Obama in un discorso interrotto spesso da applausi e ovazioni. Gli obiettivi dell’amministrazione statunitense sembrano gli stessi del movimento sindacale: “Le riforme che sto proponendo - ha spiegato – sono identiche a quelle avanzate dal sindacato. Sono le riforme di cui il popolo americano ha bisogno, quelle che io intendo trasformare in legge”.
Per l’American federation of labour Obama “ha dimostrato di comprendere i bisogni dei lavoratori e dei sindacati che li rappresentano”. E, in effetti, una frase che il presidente ha utilizzato in più occasioni è tornata anche ieri: “Quando il sindacato ha successo, allora lo ha anche la nostra classe media. E quando ha successo la nostra classe media, lo hanno anche gli Stati Uniti d’America”.
Grande consenso tra la platea che ha incassato ancora una volta il supporto all’Employee Free Choice Act, la legge – osteggiata dai repubblicani - che faciliterebbe l’iscrizione al sindacato. “Quando chi lavora desidera iscriversi a un’organizzazione sindacale, dovrebbe poterlo fare”, ha chiarito Obama. Il cavallo di battaglia è stato anche in questa occasione la riforma del sistema sanitario: “Quando metteremo la parola fine? Quando diremo ora basta? Quanti altri lavoratori dovranno perdere la copertura sanitaria? Quante altre famiglie dovranno andare in rosso per un parente malato? Ne abbiamo discusso fino alla morte anno dopo anno, decennio dopo decennio… ora è tempo di agire”.
Salari che salgono, posti che vanno
The New York Times – USA
Un editoriale a firma David Leonhardt sul New York Times affronta una delle contraddizioni della crisi economica americana: per chi ha mantenuto il proprio posto di lavoro il salario non sarebbe diminuito, ma avrebbe registrato addirittura un leggero aumento.
“Al giorno d’oggi – scrive Leonhardt - non si sente parlare tanto di tagli salariali, e sebbene la disoccupazione abbia toccato il suo picco più alto negli ultimi 26 anni, la maggior parte dei lavoratori ha ottenuto un aumento nel corso dell’ultimo anno.” Il problema piuttosto è che “i dolori della recessione sono stati insolitamente concentrati” e non come accadeva di solito. Vale a dire – spiega il giornalista – che quasi ogni regione e ogni gruppo demografico è stato toccato dalla recessione, ma “il dolore” (questo il termine scelto dall’autore dell’articolo) non si è distribuito in maniera uniforme all’interno dei gruppi. E qui Leonhardt fa un paragone: “Immaginate una palestra: tutti i disoccupati del paese sono all’interno di questa sala enorme, trasformata in un centro per l’impiego. Sono davvero tantissimi perché la recessione è la peggiore che ci sia stata da almeno una generazione e il fatto che l’economia si stia muovendo così lentamente significa che non c’è molto traffico tra l’interno e l’esterno. Se sei dentro, sarà molto difficile uscirne. Ma se sei fortunato abbastanza da esserne rimasto fuori, probabilmente riuscirai a rimanere lì”.
Un terreno insolito per l’economia ma, conclude il giornalista rivolgendosi ai suoi lettori, “spero che possiate ricordarvi di questa metafora se siete sufficientemente fortunati da essere rimasti all’esterno della palestra e ancora al lavoro. L’economia di sicuro non sta bene al momento. Ma pensate a come si sentono tutti quelli ingoiati dall’impatto della recessione”.
Il settimanale britannico cita uno studio pubblicato a maggio dall’università delle Nazioni Unite, dalla Columbia University di New York e dall’organizzazione Care (il titolo è “In Search of Shelter” – “In cerca di riparo”) secondo il quale i punti a rischio nel pianeta, dai quali potrebbe scatenarsi l’ecomigrazione, sono “le regioni aride in Africa, le reti fluviali in Asia, le coste e l’entroterra di Messico e Caraibi, e le isole basse degli oceani Indiano e Pacifico”.
Leggiamo nello studio che “nelle zone densamente popolate sui delta del Gange, del Mekong, del Nilo l’aumento di un metro del livello del mare potrebbe colpire 23,5 milioni di persone e ridurre di almeno 1,5 milioni di ettari i terreni attualmente sottoposti ad agricoltura intensiva”. Un aumento del livello del mare di 2 metri, invece, provocherebbe un “impatto su altri 10,8 milioni di persone e renderebbe almeno 969 mila ettari in più improduttivi per l’agricoltura”. E’ solo un esempio tra i tanti di uno scenario che potrebbe rivelarsi realistico invece che catastrofico.
Un altro esempio – citato dall’Economist – riguarda invece l’Himalaya, dove lo scioglimento dei ghiacci “causerebbe inondazioni ed erosioni a monte, facendo schizzare alle stelle il prezzo del riso e di altri beni primari”.
La sorte di questi ecomigranti in fuga dai disastri ambientali quale sarà? Sarà riconosciuto il loro status di rifugiati? E chi si occuperà di loro? L’Economist dubita che il compito possa essere assolto dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur). Per il semplice motivo che aggiungere la tutela di altri 200 milioni di persone a quella dei profughi interni (26 milioni solo nel 2008) e degli espatriati (dieci milioni), sarebbe “insostenibile”.
» SCALO INTERNAZIONALE
Obama alla prova del sindacato
AFL-CIO, USA
Il 15 settembre il presidente degli Stati Uniti si è confrontato con i duemila delegati dell’American Federation of Labour. Un incontro atteso in un momento in cui sul piatto ci sono le riforme che Barack Obama ritiene più sue: quella della sanità e quella per la rappresentanza sindacale.
Per l’American federation of labour Obama “ha dimostrato di comprendere i bisogni dei lavoratori e dei sindacati che li rappresentano”. E, in effetti, una frase che il presidente ha utilizzato in più occasioni è tornata anche ieri: “Quando il sindacato ha successo, allora lo ha anche la nostra classe media. E quando ha successo la nostra classe media, lo hanno anche gli Stati Uniti d’America”.
Grande consenso tra la platea che ha incassato ancora una volta il supporto all’Employee Free Choice Act, la legge – osteggiata dai repubblicani - che faciliterebbe l’iscrizione al sindacato. “Quando chi lavora desidera iscriversi a un’organizzazione sindacale, dovrebbe poterlo fare”, ha chiarito Obama. Il cavallo di battaglia è stato anche in questa occasione la riforma del sistema sanitario: “Quando metteremo la parola fine? Quando diremo ora basta? Quanti altri lavoratori dovranno perdere la copertura sanitaria? Quante altre famiglie dovranno andare in rosso per un parente malato? Ne abbiamo discusso fino alla morte anno dopo anno, decennio dopo decennio… ora è tempo di agire”.
Salari che salgono, posti che vanno
The New York Times – USA
Un editoriale a firma David Leonhardt sul New York Times affronta una delle contraddizioni della crisi economica americana: per chi ha mantenuto il proprio posto di lavoro il salario non sarebbe diminuito, ma avrebbe registrato addirittura un leggero aumento.
“Al giorno d’oggi – scrive Leonhardt - non si sente parlare tanto di tagli salariali, e sebbene la disoccupazione abbia toccato il suo picco più alto negli ultimi 26 anni, la maggior parte dei lavoratori ha ottenuto un aumento nel corso dell’ultimo anno.” Il problema piuttosto è che “i dolori della recessione sono stati insolitamente concentrati” e non come accadeva di solito. Vale a dire – spiega il giornalista – che quasi ogni regione e ogni gruppo demografico è stato toccato dalla recessione, ma “il dolore” (questo il termine scelto dall’autore dell’articolo) non si è distribuito in maniera uniforme all’interno dei gruppi. E qui Leonhardt fa un paragone: “Immaginate una palestra: tutti i disoccupati del paese sono all’interno di questa sala enorme, trasformata in un centro per l’impiego. Sono davvero tantissimi perché la recessione è la peggiore che ci sia stata da almeno una generazione e il fatto che l’economia si stia muovendo così lentamente significa che non c’è molto traffico tra l’interno e l’esterno. Se sei dentro, sarà molto difficile uscirne. Ma se sei fortunato abbastanza da esserne rimasto fuori, probabilmente riuscirai a rimanere lì”.
Un terreno insolito per l’economia ma, conclude il giornalista rivolgendosi ai suoi lettori, “spero che possiate ricordarvi di questa metafora se siete sufficientemente fortunati da essere rimasti all’esterno della palestra e ancora al lavoro. L’economia di sicuro non sta bene al momento. Ma pensate a come si sentono tutti quelli ingoiati dall’impatto della recessione”.
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16/09/2009 16:55














