Dopo otto anni dall’attacco alle Torri Gemelle la ricostruzione va a rilento, e non sarà completata prima del 2018. Una miscela di incompetenza e liti politiche, mancanza di fondi e recessione economica alla base del ritardo
Non tira una bella aria a Gotham City, dalle parti di Terra Zero. Le rovine sono rimaste rovine. I cantieri restano cantieri. Il cratere scavato dall’11 settembre di otto anni fa è ancora lì, nascosto da transenne e impalcature, sovrastato da un po’ di cemento e acciaio. E dei cinque grattacieli che dovevano sorgere entro il primo decennio del secolo sulle ceneri delle Torri Gemelle schiantate dai terroristi, non si vede che un’ombra sfocata, l’ombra di un progetto. Ricorre un nuovo anniversario di September Eleven e la resurrezione ha fatto di nuovo tardi all’appuntamento. Il daffare non manca, ma dalle gru e dai tralicci, dal lavoro degli operai (più di mille sono passati di qui), dalla polvere, dal cemento, dai bidoni e dai caschi non risorge la fenice a stelle e strisce.
Alla base del ritardo c’è una miscela di incompetenza e liti politiche, mancanza di fondi e recessione economica. Archiviate le polemiche sul progetto visionario dell’architetto Daniel Libeskind, sottoposto a correzioni e stravolgimenti, la città di New York è sempre più scettica e il 60% degli abitanti – rivela un sondaggio – non pensa che saranno rispettate le scadenze per la fine dei lavori.
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La fotogalleria
Rapporti più o meno riservati informano che per colmare il buco nero ci vorranno ancora anni, e che la Freedom Tower, il grattacielo più importante dei cinque in costruzione, il più alto della città se mai arriverà ai 514 metri previsti con la sua forma a spirale sintonizzata sull’estetica della Statua della Libertà, potrebbe non essere pronta prima del 2018. Diciassette anni per rifare Ground Zero, uno smacco.
Probabilmente nemmeno il Memorial commemorativo delle tremila vittime sarà finito prima del 2013, mentre era stato preso un impegno a realizzarlo entro il decennale della strage. Eppure ad agosto, informa
Architectural Record, è stato installato il 75% dell’acciaio previsto e messo in posa il 15% del cemento. Né procede più rapida la costruzione del museo, che secondo i piani dovrebbe essere completato entro il 2012.
Poi ci sono le tre torri previste per gli uffici: ma solo una è stata costruita, su iniziativa dell’imprenditore Larry Silverstein, che si è poi impelagato in una lunga trattativa con la Port Authority (l’agenzia che gestisce la ricostruzione del sito) riguardo al finanziamento degli altri grattacieli. Secondo quanto riporta l’Associated Press, proprio la Port Authority stima che non ci sarà mercato immobiliare per la terza torre prima del 2030.
Tutti litigano sui soldi, e i soldi non ci sono più. Leggo in un articolo di Glauco Maggi su
Libero–news.it che gran parte dei fondi stanziati dal Congresso poco dopo l’attentato si sono “volatilizzati”. “La Port Authority – scrive Maggi - sta spendendo circa 2,2 miliardi, di cui 2 di fondi federali, per la sola stazione della metropolitana che sorge a fianco della voragine: era stata distrutta dal crollo e per il suo design è stato scomodato l’architetto-star Santiago Calatrava. E a oltre 8 miliardi è salito il budget per i cinque edifici del WTC”.
Allo schema dovrebbero aggiungersi un parco e un teatro. Ma secondo l’Associated Press ci vorranno “decenni perché il grande piano sia realizzato completamente”.
La maledizione di Ground Zero s’innesta sui guasti urbanistici di Downtown, una zona di New York – mi spiega Alessandro Coppola, studioso di sociologia urbana – “piena di limiti, mai decollata, che la sera si svuota quando Wall Street e le banche chiudono”. Di concreto, in questo non-luogo-che-non-rinasce, resta poco. C’è la stazione dei vigili del fuoco, dove appoggiato a una parete vedo il santuario in bassorilievo dei firemen morti otto anni fa. C’è il centro per le visite guidate a Ground Zero. C’è Century 21, un outlet colossale che però, prima dell’attentato – racconta stupita A., un’italiana in viaggio – “era difficilissimo da trovare, nascosto dalle Torri e dagli altri edifici. E adesso invece lo vedi subito”. Un outlet sulle rovine della mecca finanziaria americana. C’è l’andatura veloce dei newyorkesi nel corridoio di ferro tra cantiere e metro, così veloce da sembrare imbarazzata.
Nessuno, a parte i turisti, si ferma a guardare le costruzioni. Quelli che passano per questa Underground City scappano via in fretta, come se l’incompiutezza di Ground Zero li mettesse a disagio. Così le ferite di New York bivaccano tra la rimozione e il trauma, il ricordo non si pacifica nel lutto, la memoria non si assesta nei suoi scaffali. I luoghi del tributo ai morti sono improvvisati, dalle foto posate su un marciapiede agli altarini della St. Paul’s Chapel. Manca all’appello il discorso pubblico, il tributo collettivo. Dopo otto anni restano ancora i punti di sutura, l’odore farmacologico della rianimazione mentre ponteggi e ragnatele di ferro suscitano banalmente l’immagine di un vasto scheletro. Di questo passo, New York non sconfiggerà mai l’11 settembre. E il colpo infertole dai terroristi si andrà perpetuando di anniversario in anniversario.
Dal nostro archivio:
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2006, Ground Zero uccide ancora
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2001, Respirando amianto