Pubblichiamo l’intervento di Carlo Podda in risposta a un carteggio tra un lettore e l’economista Marcello Messori. “Oggi possiamo analizzare la riforma con maggiore lucidità, e domandarci se davvero sia sostenibile un sistema fondato su due pilastri”
di Carlo Podda*
Caro Busetto,
ho avuto modo di leggere tanto le tue osservazioni quanto quelle di Marcello Messori, su un tema che per la nostra categoria ha assunto, ed assumerà sempre con maggiore evidenza, dimensioni allarmanti: la questione previdenziale, ed in particolare quella della previdenza complementare. Rispondo solo adesso, non perché io abbia sottovalutato le tue osservazioni o quelle di Messori, ma solo per ragioni tecniche, dato che ho avuto modo di leggere la tua lettera soltanto ieri.
Cercherò brevemente di dare una risposta alle perplessità ed ai rilievi da te sollevati, ritenendoli ragionevoli e condivisibili.
Come tu ben dici, il nuovo regime pensionistico dei dipendenti pubblici, sia che essi rientrino nel sistema contributivo, che in quello misto contributivo-retributivo, produrrà effetti devastanti: pensioni poco superiori a quelle sociali, con un differenziale molto alto rispetto al vecchio sistema. È un problema rilevante che va affrontato con incisività, e che tocca diversi campi d'azione, con i quali è bene iniziare a fare i conti.
Condivido quanto da te sostenuto sulla previdenza complementare, il cosiddetto “secondo pilastro”, mai decollato, soprattutto per quelle categorie di lavoratori che, a causa di bassi salari, sarebbero i primi ad aver bisogno di un tale strumento. È appunto l'intreccio tra bassi salari e sistema contributivo a produrre basse pensioni. Va quindi trovata una soluzione per far entrare nel sistema della previdenza complementare tutti quei lavoratori che oggi non hanno nient'altro che la pensione pubblica.
La gravità della questione previdenziale diventerà ancor più evidente quando, con il sistema contributivo a regime, inizieranno i pensionamenti. In questo contesto, anche a fronte delle tue osservazioni, si comprende quanto strumentale sia stata la diatriba sul pensionamento delle donne nel pubblico impiego. In nome di una malintesa equità, abbiamo assistito ad una vera e propria messinscena.
Credo, lo dico senza mezze misure, che occorra riflettere sulla necessità di un intervento della fiscalità generale a sostegno del sistema pensionistico pubblico. Oggi possiamo analizzare la riforma Dini con maggiore lucidità di quanto non fosse possibile al tempo della sua stesura, e domandarci se davvero, come avevamo ipotizzato, sia sostenibile un sistema fondato su due pilastri che non riceva sostegno della spesa pubblica. Inoltre la crisi economica in atto ci pone di fronte ad un altro limite evidente della riforma Dini: il sistema è stato predisposto in base alla previsione di una crescita minima del Pil di un punto percentuale. In assenza di questo presupposto, smontato ormai il mito della crescita costante ed inarrestabile, andrebbe avviata una seria riflessione.
Un altro elemento, che riguarda l'equità e la tenuta del nostro tessuto sociale, è la questione giovanile. Non c'è dubbio che le future generazioni abbiamo ricevuto in dote un costo troppo alto: lavorare per pagare la pensione dei loro padri, ricevendo in cambio pensioni al limite della povertà. È un elemento che rischia di far saltare il patto generazionale, e che non possiamo più sottovalutare. Il paese non può permettersi di produrre nuove povertà, intere generazioni di nuovi poveri, che si aggiungerebbero alle forme di povertà già presenti, che investono fasce di popolazione sempre più ampie. Ritengo quindi necessario iniziare a ragionare anche sul fronte della spesa pubblica. Ma persino questa sarebbe una risposta parziale.
È indubbio che il primo punto da cui partire, dando per scontato il nostro sforzo sul fronte dell'allargamento progressivo della previdenza complementare, sono proprio i bassi salari. È necessario mettere in campo una politica salariale che faccia recuperare al lavoro dipendente il potere d'acquisto perso negli ultimi 15 anni.
Sono d'accordo con la tua impostazione: l'intervento sulla fiscalità è necessario, ma non basta. Oltre a detassare il lavoro dipendente è necessario intervenire laddove il reddito si produce, quindi sui contratti. Questo elemento investe un dibattito aperto e complesso, quello sul modello contrattuale, tornato alla ribalta in questi giorni.
Il modello consegnatoci dall'accordo del 22 Gennaio, checché ne dicano i suoi sostenitori, costruisce un sistema di contenimento dei salari (le sortite del Ministro Brunetta di questi giorni sulla revisione dell'Ipac, non fanno che confermare questa nostra convinzione. Il modello doveva servire a contenere, ma la contingenza ha modificato la situazione, producendo un Ipac ben più generoso di quanto non sarebbe stato il vecchio indice di inflazione programmata, e nel Governo c'è adesso la tentazione di congelare tutto, aspettando momenti più propizi). È quindi necessario ribaltare questa impostazione, spostando la ricchezza verso il lavoro. Comprendo quanto irrealistica possa sembrare una tale impostazione di fronte ad un Governo che non lascia molti spazi alla nostra azione, ma ritengo che vada comunque perseguita questa strada, è che vada perseguita il più possibile in maniera unitaria con le altre sigle sindacali.
Condivido in parte l'impostazione di Messori, perché credo che, se da un lato dobbiamo investire e trovare soluzioni efficaci sul fronte della previdenza complementare, dall'altro è necessario far crescere i salari. Non possiamo abbandonare questa strada. Includere i giovani ed i precari nel sistema complementare, con i salari che queste categorie percepiscono allo stato attuale, mi pare davvero un obbiettivo troppo ambizioso.
La nostra organizzazione si avvia alla celebrazione del suo Congresso Nazionale. Credo che questo sia uno dei temi che andrà sviscerato, uno dei nodi da sciogliere anche all'interno della Cgil, un tema centrale per il futuro del paese e dei nostri giovani, che non riguarda solo noi pubblici, ma la generalità del lavoro.
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Fino a oggi non hanno funzionato proprio per chi ne ha più bisogno. Come rimediare? Con un’adesione collettiva ai fondi aperti. Intervista a Marcello Messori