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Le conseguenze della recessione

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Luciano Gallino: “Sullo sfondo delle proteste c’è una recessione che si rivela più grave del previsto. Migliaia di aziende manifatturiere e dei servizi, per lo più di dimensioni medio-piccole, sono in difficoltà su tutto il territorio nazionale”...

di Guido Iocca

foto di Francesco Cavallari Photography (da flickr) (immagini di foto di Francesco Cavallari Photography (da flickr)
... “Di qui la reazione di un numero crescente di persone, che alla Innse di Lambrate come alla Cnh di Imola, alla Lasme di Melfi come alla Novico di Ascoli, vede violato un fondamentale diritto umano, quello a una ragionevole sicurezza socio-economica”. Luciano Gallino, professore emerito di Sociologia all’Università di Torino, non ha dubbi: le lotte degli operai in difesa degli stabilimenti in chiusura, che hanno dominato le cronache di ferragosto, sono molto probabilmente destinate ad aumentare, perché è la stessa crisi che, con buona pace delle dichiarazioni ottimistiche del governo, non sembra voler attenuarsi. “È l’esperienza – prosegue Gallino – di chi perde il lavoro senza averne responsabilità ed è colto, di conseguenza, dall’angoscia per l’immediato futuro”.

Rassegna Storie di straordinaria disperazione?

Gallino Storie di persone che si sentono vittime di gravissime ingiustizie, di un inganno che qualcuno ha ordito alle loro spalle. Sono queste le reazioniche si provocano quando si colpisce il diritto a una giusta sicurezza socio-economica. Reazioni che si propagano come un incendio boschivo, sia tra i diretti interessati che tra tutti quelli che pensano: domani può toccare a me.

Rassegna Non si tratta, tuttavia, di un fenomeno completamente nuovo.

Gallino No, certo, anche in passato nel nostro paese si sono registrate forme di protesta fuori dall’ordinario. Ma si trattava solitamente di azioni isolate, relative al singolo settore in crisi o alla singola azienda in difficoltà. Questa volta è diverso. Non siamo in presenza di episodi puntiformi. Ora la crisi è generalizzata e altrettanto generalizzata appare la risposta che in molti luoghi d’Italia si è deciso di adottare. Stiamo parlando di decine, di centinaia di lavoratori sempre più convinti del fatto che in casi di grave crisi strutturale, dove è lo stesso ordinativo a fare difetto all’impresa, la funzione dello sciopero tradizionale serve a poco.

Rassegna È di questo avviso anche lei?

Gallino Se ci atteniamo alle grandi vertenze contrattuali, credo si tratti di una convinzione sbagliata. Per tante altre situazioni, relative ai numerosi marchingegni generalmente messi in opera al fine di tagliare l’occupazione, da determinate fusioni e acquisizioni alle cessioni di rami d’azienda, è possibile invece che quei lavoratori abbiano ragione.

Rassegna Si riferisce al primo dei casi di protesta di quest’estate, quella inscenata da cinque addetti della Innse di Lambrate?

Gallino È curioso constatare come nessuno, o in pochi tra coloro che si sono occupati della vicenda, abbia sottolineato il fatto che quell’impresa non aveva alcun problema di produzione o di mercato. Il proprietario della Innse, che voleva vendere a un acquirente interessato esclusivamente ai macchinari, aveva solo interessi di natura immobiliare, certamente nessuna intenzione di assicurare la continuità dello stabilimento. Bene hanno fatto allora quei lavoratori ad arrampicarsi sul carro ponte e a rimanervi per una settimana: grazie a loro, è stato ottenuto ciò che nemmeno uno sciopero di svariati mesi sarebbe molto probabilmente riuscito a conseguire.

Rassegna Si può dire che quest’ondata di azioni di protesta estrema in Italia sia figlia dell’escalation di lotte sociali sfociata la scorsa primavera in Francia con il sequestro di diversi manager?

Gallino In entrambi i casi si tratta indubbiamente del riflesso della crisi economica in atto. In Francia, dove pure è diffusa la preoccupazione per la perdita di posti di lavoro, nell’ordine di centinaia di migliaia, la situazione è forse meno tesa, potendo contare i lavoratori transalpini su forme di sostegno al reddito più efficaci che in Italia. Allo stesso tempo, in quel paese, più che attraverso forme di lotte rischiose, se non addirittura di larvato autolesionismo, come nel caso italiano la scelta di chi rimane sospeso a decine di metri d’altezza per giorni o settimane, la rabbia dei lavoratori si è espressa mediante forme di protesta più aggressiva. Questa differenza di comportamento può spiegare il motivo del successo qui da noi di talune iniziative di contestazione, che non hanno danneggiato soggetti terzi, hanno inciso poco sul reddito dei lavoratori interessati e non hanno prodotto guasti agli impianti.

Sullo stesso tema:
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TAGS recessione luciano gallino crisi economica proteste operaie

03/09/2009 17:44

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foto di Francesco Cavallari Photography (da flickr)