Dopo 13 anni i segni della guerra restano evidenti. I colpi di mortaio riempiti di vernice rossa, la Biblioteca nazionale ancora da ricostruire, ma anche l’orgoglio dei cittadini, l’impegno dei commercianti e il fascino dell’integrazione multireligiosa
di Emanuele Di Nicola
Sarajevo – Cammino nel centro storico e mi fermo ad osservare il buco sotto i miei piedi. Un cratere nell’asfalto riempito di vernice rossa, si chiamano le rose di Sarajevo. La città, dopo l’assedio delle truppe serbo-bosniache dal 1992 al 1996, ha deciso di non cancellare le tracce dei colpi di mortaio. Ha scelto lo stesso colore del sangue (12mila morti e 50mila feriti, dicono le stime) e, vicino ai luoghi degli attacchi più devastanti, ha posto delle lastre con i nomi delle vittime. Sarajevo e i suoi 752mila abitanti oggi sono lontani dalle cronache internazionali perché, ovviamente, la ricostruzione non fa notizia come la guerra. Gli spari sono finiti 13 anni fa, la città resta gravemente ferita: appena si va in periferia, i palazzoni tutti uguali di epoca comunista sono crivellati dai colpi. E non mancano i segni neanche al centro: la famosa Vijećnica, la Biblioteca Nazionale parzialmente distrutta da una bomba serba nel ’92, è coperta da un telo che ne annuncia solo la ricostruzione, elencando i nomi dei paesi che vi partecipano.
Vedere Sarajevo, per citare un film di Truffaut, è una gioia e una sofferenza. Quando si arriva in auto le indicazioni stradali in cirillico, l’alfabeto dei serbi, sono sistematicamente cancellate con spray nero e altri materiali. Dopo gli accordi di Dayton del 1995, con la divisione in Federazione croato-musulmana (51% del territorio) e Repubblica serba (49%), tutti parlano di un ulteriore confine interno. Per la città accade un fenomeno singolare: si vede un’alta presenza di adulti invalidi, con infortuni soprattutto alle gambe, è impossibile non pensare alle mine del conflitto. Alcuni campi di erba alta, d’altronde, recano un cartello di warning proprio per il possibile residuo di esplosivi. Nelle vie di Sarajevo sembra mancare una generazione, esattamente quella dei giovani tra i 25 e i 35, in questo senso l’assedio è stato spietato.
Eppure è una gioia visitarlo, questo centro tra le montagne che ha sempre fatto esercizio di integrazione: la maggioranza musulmana ha convissuto con cristiani ed ebrei proprio fino alle guerre jugoslave. Nella città islamica più vicina all’Italia, allora, si avverte la forza del contrasto: le ragazze col velo nei pressi della moschea di Ali Pasha si alternano alle gonne e visi truccati nei quartieri più laici. Lo spettacolo multireligoso si abbina a una percezione peculiare del passato: il rivoluzionario Gavrilo Princip, che nel 1914 uccise Francesco Ferdinando d’Asburgo innescando la prima guerra mondiale, resta un eroe nazionale. Qualcuno è sempre disposto a indicare con orgoglio il punto preciso in cui sparò all’erede al trono d’Austria, sotto il Ponte Latino – in realtà una piccola costruzione sul fiume Miljacka -, che molti preferiscono chiamare Ponte Princip. I commercianti si impegnano: vicino alla Stari Grad (città vecchia) un ufficio turistico distribuisce le sistemazioni più svariate, spesso a casa di privati, anche in alto verso le montagne. Tutta la città è tappezzata dai manifesti del Sarajevo Film Festival: a quanto pare è un’edizione importante quella dell’estate 2009, che ospita tra gli altri Pedro Almodovar, Lars Von Trier, Mickey Rourke. I pub e locali notturni si fanno pubblicità anche in questa stagione, si prova a rendersi appetibili per guadagnare e ripartire.
Cosa pensano degli italiani? La negoziante a cui lo chiedo apre la mano a cinque e la fa oscillare a sinistra e destra. Così così. Tutti ricordano i nostri soldati inviati in Bosnia con le forze di pace, non sempre in maniera positiva. La donna ride e mima il segno della pistola per dire che erano armati fino ai denti. Ma questo non tocca la consueta ospitalità balcanica: se chiedi indicazioni per un luogo, i cittadini di Sarajevo ti invitano a seguirli e ti accompagnano per lunghi tratti. Infine, non resta che vedere i moltissimi cimiteri islamici che si arrampicano sulle colline della città. Le lapidi indicano tutte lo stesso periodo di morte tra il ’92 e il ’95; una magnifica mezzaluna fatta di acqua è contornata da una curva di fiori che ne costituisce l’ombra. Non ci sono foto sulle tombe, al contrario della religione cristiana, ma si nota qualche oggetto lasciato in ricordo dei defunti, come una mela. Alcune donne velate passano in silenzio.
La capitale è in espansione, il paese vuole entrare nella Ue. I cittadini non dimenticano il comunismo e le crisi degli anni ’90, ma si avviano a essere un vero centro europeo. Con forte senso di appartenenza e una richiesta: più rispetto dagli italiani
Il Ponte Vecchio fu distrutto dai croati nel 1993 e riaprì nel 2004. Per l’Unesco è patrimonio dell’umanità. Cristiani e musulmani lo attraversano per raggiungere i propri quartieri. Nelle strade i ricordi del conflitto e la cultura della convivenza