Il contributo di un lettore: intervenire sul reddito e rivedere tutta la riforma pensionistica. La risposta dell'economista Marcello Messori: "Lavorando sulla realtà, bisogna fare in modo che la previdenza complementare svolga al meglio la sua funzione"
Riceviamo e pubblichiamo:
Gentile redazione,
Vista la coincidenza di date volevo inoltrare a Messori questa mail che ho inviato a Podda, e che affronta da una diversa prospettiva analogo argomento.
» L'intervista,Un cambio di marcia per le pensioni integrative Nel leggere l'articolo di Messori, oltre all'ansia provata per il futuro di noi dipendenti, ho avuto l'impressione che parte del problema previdenziale non sia chiaro ad alcuni interlocutori. Messori scrive pensando che il problema sia la mancata adesione di alcune platee lavorative ai fondi. In realtà, come è possibile concludere guardando i dati della mail sottostante, il problema è ben più grave e la soluzione temo vada cercata ben oltre la previdenza integrativa. Vi chiedo cortesemente e se possibile di inoltrare questa mia a Messori e spero in una risposta sua e vostra agli stimoli che ho tentato di dare. In ultima, consiglio un giro sul sito di Altroconsumo per rendersi conto degli scenari che si prospettano e della impossibilità di affrontarli con le retribuzioni attuali. Sarei felice di scoprire che quest'associazione consumatori sta "dando i numeri", ma temo di no.
La relazione della Covip a cui fa riferimento Messori è molto più inquietante di quanto lui renda nell'intervista, in quanto è molto più evidente il senso di un castello che vacilla paurosamente. Concordo pienamente con il ministro Sacconi che propone, in riscontro alla relazione di Finocchiaro a cui fa riferimento Messori, tra le altre cose l'invio annuo della cosiddetta "busta arancione" ai lavoratori – la proiezione annuale della pensione totale maturata da ogni lavoratore. Questo, purtroppo per Sacconi ma per fortuna di chi fa sindacato, renderebbe evidente la distanza economico-finanziaria per un futuro moderatamente sereno, che ognuno di noi auspica per se stesso e per gli altri. E purtroppo anche la difficoltà di colmarla con i redditi a cui faccio riferimento sotto. Anche con questa mail ribadisco che mi scuso per l'approssimazione ma se ne può riparlare.
Vi ringrazio e buon lavoro.
Luca Busetto
La lettera al segretario generale della Fp Cgil, Carlo Podda:
Caro segretario generale,
sono un iscritto alla Fp da diversi anni e da diversi anni sono nelle Rsu negli enti locali presso cui mi trovo a lavorare. Non ho tessere politiche e non appartengo a correnti o spifferi sindacali. Ho appena finito di leggere due interventi: quello di Felice Roberto Pizzuti su Il Manifesto di oggi e la nota Fp Cgil sul decreto attuativo della legge 15. Parto da un dato di fatto, da anni stiamo regredendo nella tutela dei diritti e degli interessi dei lavoratori. I vari rinnovi contrattuali, compreso l'ultimo economico, non riescono minimamente ad attenuare questa discesa. Pizzuti scrive: un lavoratore in pensione a 62 anni con 35 anni di contribuzione avrà una pensione pari a circa il 50% dell'ultima retribuzione. Per me significa che se andassi in pensione ora prenderei meno di 700 euro al mese. Ho 47 anni, 27 circa di contributi, sono collocato economicamente in D3, l'equivalente economico di un funzionario diciamo, e mi sembra drammatica la situazione già vista all'oggi, senza la spada di Brunetta sospesa sulla testa e in discesa rapida. Finora non abbiamo visto attivare il Fondo Pensione che dovrebbe costituire supporto alla colonna portante della pensione pubblica (i 700 euro di cui sopra), e sono passati diversi anni che penso dovremo considerare ormai persi sotto questo profilo.
Quando parlo con colleghi e colleghe di lavoro, iscritti e non iscritti al sindacato, vedo che in loro è ormai cosa acquisita l'irreversibilità della china. Siamo tutti d'accordo sulla necessità di capovolgere l'approccio sindacale, come Rsu tentiamo anche di farlo, ma poi ci troviamo a giocare una partita in un campo e con delle regole impossibili (il Ccnl). Vedo la situazione dal mitico "Nordest" e ritengo che l'unica reale possibilità per un moderno sindacato sia di puntare su poche questioni chiave ma investirvi con tutta la potenza di tiro necessaria. In queste poche ritengo di segnalarne due fondamentali: il reddito (aumenti contrattuali e non solo operazioni sulla fiscalità) e la revisione totale della riforma pensionistica (abbiamo creato i presupposti di una generazione di pensionati poveri). Sulla pensione vorrei dirti che mi sembra corretta l'idea di considerarla un bene comune come l'acqua, la sanità e l'istruzione.
Mi piace pensare che l'ambito pensionistico debba perciò ricadere sulla fiscalità generale: tutti in pensione alla stessa età e con lo stesso importo (65 anni e 1000 euro al mese per esempio). Su questa base, ognuno poi costruisce un proprio percorso di risparmio ulteriore. Allora sì, crederei a Morena Piccinini quando mi parla di pilastri portanti e pilastri accessori, per il momento la situazione è pesantemente rovesciata e con i redditi che ho evidenziato la vedo dura far diventare portante la previdenza complementare. Per ultimo, voglio dirti che ho fatto l'esempio sul piano personale per farti capire quanto male siamo messi, la maggior parte dei miei colleghi andrà in pensione rimanendo nella categoria C (le progressioni verticali sono per una minoranza, come ben sai). La speranza è in un’inversione di rotta su questi temi del maggior sindacato italiano, cioè il nostro. Questo, ti assicuro, consentirebbe di coinvolgere i lavoratori non iscritti o iscritti ad altri sindacati. Scusa per la sintesi che rende approssimativi alcuni ragionamenti, ma se ne può riparlare.
Ti saluto cordialmente.
Luca Busetto
La risposta di Marcello Messori:
Caro Busetto,
leggo solo oggi la tua mail e la tua lettera aperta al segretario Podda. Grazie per le tue osservazioni critiche. Hai ragione nel sottolineare che i problemi dei bassi redditi dei lavoratori, che si riflettono poi sulle pensioni pubbliche, non possono essere risolti soltanto dalla previdenza complementare. Nei primi anni Novanta e poi negli anni Duemila il nostro paese ha registrato aumenti drammatici nelle diseguaglianze di reddito fra alcune fasce privilegiate della popolazione e i lavoratori dipendenti di fascia media e bassa. Le ragioni di questa tendenza, che si è manifestata anche in altri paesi, sono molteplici (concorrenza internazionale dei paesi in via di sviluppo a basso costo del lavoro, protezioni per i percettori di rendite, eccessi nei mercati finanziari).
Qui non voglio entrare nel merito, perché il discorso si farebbe troppo lungo; basti dire che anch'io sono convinto che il problema delle diseguaglianze nei redditi sia uno dei punti cruciali da affrontare da parte del sindacato e dei partiti del centro-sinistra e da parte di chi aspira a costruire una società più equa e più aperta. Dato questo problema cruciale e generale, il tema delle pensioni presenta tuttavia aspetti specifici che è opportuno esaminare e affrontare nel dettaglio. La riforma Dini implica, infatti, che il livello della pensione pubblica coprirà una quota molto più bassa di prima dell'ultimo salario percepito dai lavoratori più giovani. Tu stesso parli, al proposito, del 50% (ma per chi ha lavori saltuari si può arrivare al 30-35%), mentre la mia generazione con un lavoro stabile e continuativo e ancora soggetta alle vecchie regole sta ottenendo circa lo 80%. Se si vuole evitare che la riforma Dini crei futuri pensionati con livelli di vita molto inferiori a quelli ottenuti durante la loro età lavorativa, non resta dunque che sviluppare la previdenza complementare per i giovani e per le fasce più deboli dei lavoratori.
Certo, si può sottolineare che i livelli di vita sono già inadeguati durante il periodo lavorativo; o che la riforma Dini non va bene e deve essere eliminata. Ma se si accetta di lavorare sull'attuale realtà senza cercare soluzioni in problemi più generali e ancora più difficili (è politicamente realistico tornare a una pensione pubblica pre-riforma Dini con l'attuale quadro economico e con l'attuale governo?), la soluzione non può che essere la previdenza complementare. Si tratta, dunque, di fare in modo che la previdenza complementare svolga, al meglio, la funzione che è chiamata a espletare.
Questo era lo scopo della mia intervista. Ripeto: uno scopo molto più ristretto rispetto ai problemi, da te sollevati; ma uno scopo non irrilevante. Se sei disposto a guardare alla questione con quest'ottica più limitata, allora dovrebbe diventare più chiaro il senso della mia posizione. Resto convinto che l'assetto attuale della previdenza complementare non sia idoneo a svolgere la funzione per la quale è stata pensata. Questo assetto funziona infatti bene per i lavoratori che hanno una pensione pubblica di vecchio tipo; e funziona male per i giovani e i precari. Insomma: serve soltanto a chi ne ha relativamente meno bisogno. Al riguardo, i datti parlano da soli; e non c'è bisogno di analisi troppo sofisticate per giungere alle conclusioni che ho cercato di far emergere. Non credo che sia una buona idea trascurare tale mal funzionamento nell'attesa che si risolva il problema - pure cruciale - delle diseguaglianze nei redditi e che diventi possibile (sono molto pessimista al riguardo) rafforzare il pilastro pubblico.
Il sistema crea una rottura fra generazioni e fra "classi". Deve essere ricondotto nel campo dell'intervento pubblico. Nelle analisi occorre inserire anche i danni prodotti al patrimonio degli enti previdenziali dalle cartolarizzazioni di Tremonti. Per razionalizzare ed evitare una eccessiva esposizione dei fondi della previdenza complementare ai capricci dei mercati, si potrebbe ridurre il numero di fondi convogliandoli in FondInps (forma pensionistica complementare costituita presso l'INPS)
1
l'analisi di messori e' purtroppo realistica.pensare di riportare indietro le lancette e'irrealistico.c'e' di mezzo la globalizzazione della miseria.bisogna lavorare al miglioramento dell'integrativa..come?prima di tutto con un maggior coinvolgimento(aumentare gli iscritti)un maggior contributo delle aziende(dopotutto cio' che si e' fatto e' stato fatto anche per loro)legare i versamenti al reddito reale(una quota percentuale che cambierebbe con gli anni,variabile)tutti compiti difficili....