
Bosnia
Mostar, dalle macerie nasce una città europea
Il Ponte Vecchio fu distrutto dai croati nel 1993 e riaprì nel 2004. Per l’Unesco è patrimonio dell’umanità. Cristiani e musulmani lo attraversano per raggiungere i propri quartieri. Nelle strade i ricordi del conflitto e la cultura della convivenza
di Emanuele Di Nicola
Passiamo dalla crescita all’arretratezza fino al tentativo di sviluppo. Insomma, è impossibile dare una visione complessiva: e forse non è neanche necessario, forse meglio rispettare le differenze. Ma anche i Balcani offrono punti fermi: prima di tutto, si possono allontanare alcune idee fuorvianti che avanzano nei paesi europei più sviluppati. Per esempio si può smentire la guida Lonely Planet sui Balcani occidentali, che ci informa come a Tirana non esistano i nomi delle strade. Oppure si può ascoltare un ragazzo albanese che rivendica l’etica del lavoro dei suoi concittadini e chiede più rispetto agli italiani. La scelta è caduta su tre città simboliche, Mostar, Sarajevo e Tirana, ma potevano anche essere Belgrado, Pristina, Skopje... Parlando di questa parte del mondo, non possiamo avere nessuna pretesa. Nel rispetto della percezione limitata, ci affidiamo alle uniche armi a disposizione: le parole scambiate con la gente, gli occhi e la testa di chi scrive, le sensazioni di uno straniero nei Balcani.
Mostar (Erzegovina) – Il ragazzo in costume sale sul bordo, allarga le braccia e forma una linea orizzontale con le spalle. Il suo compagno porge un copricapo per raccogliere le offerte dei passanti. Un altro ancora riempie una scodella gelata e, quando viene raggiunta una certa cifra in marco bosniaco, la rovescia in testa al primo per abituarlo alla temperatura del fiume. Questo piega le ginocchia e si lascia andare per 24 metri nelle acque della Neretva. Poi riemerge e guadagna la riva tra gli applausi di chi guarda. E’ quanto si può vedere in un giorno d’estate sullo Stari Most, lo straordinario ponte di Mostar che l’Unesco ha dichiarato patrimonio dell’umanità. Il salto dal ponte, che anticamente era una prova di virilità per i giovani, adesso è gestito in modo quasi professionale da una società di tuffatori. Più volte al giorno i membri sfidano la Neretva, il freddissimo corso d’acqua che attraversa Croazia e Bosnia e, secondo una diceria locale, alle sue sorgenti alpine è talmente puro da risultare potabile.
In apparenza la convivenza pacifica sembra ricomposta. Non è dato sapere se i risentimenti incrociati finiranno davvero, ma adesso Mostar si presenta come una città inclusiva dal volto europeo. Anche alla sera: tra i molti punti di incontro, oltre ai bar aperti fino a tardi, c’è un enorme discopub che occupa una sorta di grotta naturale scavata nella pietra. Alcuni scendono le scalinate del centro e si ritrovano proprio sulla riva della Neretva. Clementine, una ragazza nera francese che fa la musicista, conferma la potenzialità di integrazione nei Balcani: “Vivo in Bosnia, qui è meglio di Parigi, non sono discriminata per il colore della pelle”. Si incontrano e dialogano persone di varie nazionalità, nativi o viaggiatori, tutti sanno l’inglese. Due giovani di Mostar, che si chiamano entrambi Goran, si soffermano a parlare con me. Mi indicano lo Stari Most di notte e dicono che per loro è il ponte più bello del mondo.
1 - continua
2 - Sarajevo, la bellezza e le ferite
3 - Tirana, la prova dello sviluppo
Vuoi riprodurre questo articolo? Leggi qui le condizioni.
20/08/2009 14:09














