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Mostar, dalle macerie nasce una città europea

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Il Ponte Vecchio fu distrutto dai croati nel 1993 e riaprì nel 2004. Per l’Unesco è patrimonio dell’umanità. Cristiani e musulmani lo attraversano per raggiungere i propri quartieri. Nelle strade i ricordi del conflitto e la cultura della convivenza

di Emanuele Di Nicola

Foto di viaggiealtro (da Flickr)
Fa una strana impressione viaggiare in macchina per i Balcani nell’agosto 2009. A distanza di pochi chilometri cambiano radicalmente le condizioni di vita e la linea del paesaggio. Può capitare di arrivare a Spalato, in Croazia, centro turistico sviluppato e vivace ad uso e consumo del cittadino occidentale. Poi passare il confine bosniaco e fermarsi sul ponte di Mostar, simbolo mondiale delle guerre jugoslave, ideato dall’impero turco, distrutto dai croati nel 1993, ricostruito nel 2004. Quindi entrare a Sarajevo, la città musulmana più vicina all’Italia, verificarne il fascino insieme ai segni del conflitto (non solo simbolici). E dopo il Montenegro, indipendente dalla Serbia solo dal 2006: lo Stato più ricco, che aspetta di entrare nell’Unione europea – la Commissione darà il suo parere a metà 2010 – ma già adotta l’euro e rafforza l’industria turistica. Infine Tirana, capitale dell’Albania alla sfida dello sviluppo, con la stessa ambizione dell’ingresso nella Ue.

Passiamo dalla crescita all’arretratezza fino al tentativo di sviluppo. Insomma, è impossibile dare una visione complessiva: e forse non è neanche necessario, forse meglio rispettare le differenze. Ma anche i Balcani offrono punti fermi: prima di tutto, si possono allontanare alcune idee fuorvianti che avanzano nei paesi europei più sviluppati. Per esempio si può smentire la guida Lonely Planet sui Balcani occidentali, che ci informa come a Tirana non esistano i nomi delle strade. Oppure si può ascoltare un ragazzo albanese che rivendica l’etica del lavoro dei suoi concittadini e chiede più rispetto agli italiani. La scelta è caduta su tre città simboliche, Mostar, Sarajevo e Tirana, ma potevano anche essere Belgrado, Pristina, Skopje... Parlando di questa parte del mondo, non possiamo avere nessuna pretesa. Nel rispetto della percezione limitata, ci affidiamo alle uniche armi a disposizione: le parole scambiate con la gente, gli occhi e la testa di chi scrive, le sensazioni di uno straniero nei Balcani.



Mostar (Erzegovina) – Il ragazzo in costume sale sul bordo, allarga le braccia e forma una linea orizzontale con le spalle. Il suo compagno porge un copricapo per raccogliere le offerte dei passanti. Un altro ancora riempie una scodella gelata e, quando viene raggiunta una certa cifra in marco bosniaco, la rovescia in testa al primo per abituarlo alla temperatura del fiume. Questo piega le ginocchia e si lascia andare per 24 metri nelle acque della Neretva. Poi riemerge e guadagna la riva tra gli applausi di chi guarda. E’ quanto si può vedere in un giorno d’estate sullo Stari Most, lo straordinario ponte di Mostar che l’Unesco ha dichiarato patrimonio dell’umanità. Il salto dal ponte, che anticamente era una prova di virilità per i giovani, adesso è gestito in modo quasi professionale da una società di tuffatori. Più volte al giorno i membri sfidano la Neretva, il freddissimo corso d’acqua che attraversa Croazia e Bosnia e, secondo una diceria locale, alle sue sorgenti alpine è talmente puro da risultare potabile.

Stari Most significa ponte vecchio, ma in realtà è stato appena ricostruito. La struttura del 1566-67, voluta dal sultano ottomano Sulimano il Magnifico, ha acquistato tragica fama mondiale nel 1993: quando fu distrutta dai soldati croati nella guerra di Bosnia, dopo ripetuti attacchi anche da parte dei serbi. Il ponte rinacque nel 2004, alla fine dei lavori eseguiti con le stesse tecniche dell’impero turco. A oggi la discussione è aperta: per alcuni la distruzione rientrava nella strategia militare – isolare i musulmani dal resto della città -, mentre altri parlano di un atto gratuito per stroncare psicologicamente gli abitanti. Cinque anni dopo la riapertura, sul ponte di Mostar sembra che nulla sia accaduto: croati cristiani e bosniaci musulmani lo attraversano per passare da un lato all’altro della città, è tornata la veduta mozzafiato sul percorso frastagliato del fiume. Da qui si ascolta il richiamo alla preghiera del Muezzin per cinque volte al giorno. I negozi di souvenir sembrano avere attività floride, proprio per il valore simbolico del luogo, il passo della modernizzazione è suggerito dalla rete wireless che copre il perimetro di molti caffè. Ma in realtà, a ben guardare, la guerra resta evidente: nella città molti palazzi sono fatiscenti, mai ricostruiti forse per dare priorità alle zone centrali, i fori dei proiettili bucano le loro mura proprio come a Sarajevo.

In apparenza la convivenza pacifica sembra ricomposta. Non è dato sapere se i risentimenti incrociati finiranno davvero, ma adesso Mostar si presenta come una città inclusiva dal volto europeo. Anche alla sera: tra i molti punti di incontro, oltre ai bar aperti fino a tardi, c’è un enorme discopub che occupa una sorta di grotta naturale scavata nella pietra. Alcuni scendono le scalinate del centro e si ritrovano proprio sulla riva della Neretva. Clementine, una ragazza nera francese che fa la musicista, conferma la potenzialità di integrazione nei Balcani: “Vivo in Bosnia, qui è meglio di Parigi, non sono discriminata per il colore della pelle”. Si incontrano e dialogano persone di varie nazionalità, nativi o viaggiatori, tutti sanno l’inglese. Due giovani di Mostar, che si chiamano entrambi Goran, si soffermano a parlare con me. Mi indicano lo Stari Most di notte e dicono che per loro è il ponte più bello del mondo.

1 - continua

2 - Sarajevo, la bellezza e le ferite
3 - Tirana, la prova dello sviluppo



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TAGS bosnia mostar

20/08/2009 14:09

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