
Crisi
I numeri scomodi dell’Istat
Quando i dati non piacciono si attacca chi li diffonde. “Il governo vuole mettere le mani sull’istituto di ricerca”. La denuncia in un convegno organizzato dalla Cgil. Difficoltà anche per i lavoratori: 317 posti a rischio e ipotesi esternalizzazione
di Paolo Andruccioli
La statistica e in generale l’informazione sociale ed economica sono dei beni pubblici. Per questo è necessario difendere l’autorevolezza e l’indipendenza dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica che è stato più volte messo sotto attacco dai ministri del governo Berlusconi. All’insegna della teoria dell’ottimismo, il ministro Tremonti e i suoi colleghi Scajola e Sacconi hanno più volte parlato di dati non attendibili riferendosi appunto alle statistiche ufficiali sul mercato del lavoro e l’economia. In particolare, poi, l’attacco è stato più violento ogni volta che i dati oggettivi contraddicevano nei fatti l’ottimismo di maniera della propaganda berlusconiana. Quando i dati sono scomodi, si attacca chi diffonde i dati: è come se il governo di centrodestra avesse voluto (e voglia) mettere “le mani sull’Istat”. In difesa dell’Istituto centrale di statistica scende ora in campo direttamente la Cgil che il 22 luglio ha organizzato un convegno-conferenza stampa a corso d’Italia per dare voce sia ai ricercatori e agli studiosi che utilizzano la statistica, sia ai diretti protagonisti, i ricercatori e i rilevatori dell’Istat. Al convegno hanno preso la parola studiosi come Tito Boeri, Bruno Contini e Patrizio Di Nicola, insieme ai sindacalisti della Flc, Fabrizio Stocchi, al numero uno della Flc, Domenico Pantaleo e al segretario confederale Cgil, Fulvio Fammoni.
“Noi non vogliamo difendere lo status quo, ma rifiutiamo ogni attacco strumentale”, ha spiegato Fabrizio Stocchi (Flc Cgil dell’Istat), per il quale è indubitabile che ci siano molte cose da migliorare e da innovare. La frequenza di pubblicazione dei dati è un problema serio, per esempio. Un problema che in questo momento – come ha spiegato anche Fulvio Fammoni – ci vede molto distanti dalle statistiche ufficiali europee, in particolare per quanto riguarda i dati sul mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Ma un conto è la necessità discutere le riforme da attuare per far avanzare il sistema di statistica nazionale, altro conto è dover subire attacchi politici da parte di un governo che vuole screditare l’Istat, distruggendone l’autorevolezza. L’attacco – ha spiegato Stocchi – non è più solo virtuale o mediatico. C’è in ballo un progetto preciso del governo Berlusconi che vorrebbe esternalizzare una serie di funzioni. Già si parla di una società a capitale pubblico, che naturalmente metterebbe in secondo piano l’altro problema prioritario: la regolarizzazione di 317 lavoratori a tempo che ora rischiano di essere licenziati. “Contro questo progetto di esternalizzazione della ricerca statistica – ha annunciato Stocchi – siamo pronti allo sciopero”.
“Non c’è dubbio – ha detto Tito Boeri, docente di Economia del lavoro, intervenendo al convegno della Cgil – che la statistica sia un bene pubblico. Lo abbiamo verificato anche durante questa crisi che è stata essenzialmente una crisi di informazioni. Il governo Berlusconi ha cercato di occultare i dati. Siamo stati costretti a vivere una crisi al buio”. In questo modo però non si fa un danno solo all’attività economica, ma anche alla democrazia. I dati aggiornati sull’occupazione, ha ricordato lo studioso, sono essenziale per i decisori economici in tutti i paesi. E invece in Italia noi abbiamo i dati sull’occupazione con una media di cinque mesi di ritardo. Ma non è solo questione di dati Istat. Anche i dati Inps, sempre secondo Boeri, sono quasi sempre in ritardo di molti mesi. Si parla di stock, ma non si hanno a disposizione i flussi. È grave quindi che ministri come Tremonti e Scajola, invece di mettere le mani sulle cose da migliorare, decidano di attaccare la credibilità e l’autorevolezza dell’Istat. Per Boeri sarebbe invece necessario cominciare a utilizzare meglio anche i dati amministrativi e – per quanto riguarda direttamente l’Istat – regolarizzare tutti i lavoratori. Si è investito sui rilevatori e sarebbe un assurdo ora disperdere queste risorse, un problema che evidentemente si collega a uno dei cavalli di battaglia di Boeri, la riformulazione dei contratti.
Anche per Bruno Contini (Econometria, Università di Torino), gli attacchi dei ministri all’Istat sono molto gravi perché ne minano la credibilità, che poi dovrebbe essere l’essenza della fiducia. L’informazione, nel mondo contemporaneo, è sicuramente una utilità, ha detto anche il sociologo Patrizio Di Nicola (Università La Sapienza di Roma). Ma le informazioni non sono facili da leggere. Per questo è fondamentale difendere il lavoro degli operatori e di tutti i ricercatori che trattano i dati. In questo momento il problema è particolarmente sentito anche perché il governo sta riducendo progressivamente le fonti di informazione, chiude i rubinetti, come è successo per esempio proprio con un ricerca della Sapienza curata da Di Nicola sul lavoro atipico: quest’anno l’Inps non ha fornito i dati per il rapporto annuale.
Al convegno sono intervenuti anche Fabio Rapiti, ricercatore dell’Istat, che ha parlato anche a nome degli altri suoi colleghi che stanno organizzando la mobilitazione e Fabrizio Marinucci, un rilevatore che dall’inziale grande entusiasmo per il nuovo incarico avuto con la sperimentazione della rete professionale, ora è passato alla delusione e alla preoccupazione visto che il suo contrattod a cococo sta per scadere.
“Il merito principale di questa nostra iniziativa sull’Istat – ha detto poi Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc – è stato quello di portare al livello pubblico un problema che si voleva tenere nascosto. La battaglia in difesa dei 317 posti di lavoro è anche una battaglia in difesa dell’autonomia e della trasparenza di un istituto fondamentale per la democrazia nel nostro paese”. Secondo Pantaleo, sono tre le questioni fondamentali: il finanziamento adeguato per l’Istat (l’Italia spende la metà rispetto agli altri paesi per la statistica), l’indipendenza dell’istituto dalla politica, e infine la relazione con i soggetti economici e sociali. Il problema del funzionamento dell’Istat e del rispetto della sua indipendenza e autorevolezza sono – lo ha ribadito nelle conclusioni il segretario confederale Fulvio Fammoni – direttamente legati allo stato della democrazia.
“Se il Dpef va bene, allora l’Istat va bene – se invece l’Istat fotografa la situazione drammatica del mercato del lavoro, allora l’Istat non va più bene e viene incasellato tra i catastrofisti”. Per Fammoni – che pure ha suggerito molte piste per una riforma in positivo – gli attacchi strumentali all’Istat da parte del governo in carica sono incettabili.” Ma il segretario confederale delle Cgil ha messo in guarda anche a proposito di una sottovalutazione del caso dei 317 precari Istat che rischiano di essere cacciati. “Se saltano questi 317 posti – ha spiegato – vorrà dire che il governo è riuscito a far saltare anche il metodo di rilevazione che queste persone era state chiamate ad applicare. Assurdo cambiare sistema di rilevazione statistica in corso d’opera”. Soprattutto se si è in vista dei prossimi censimenti. Ma questi temi non interessano evidentemente solo la Cgil. Per questo, dice sempre Fammoni, “invitiamo a intervenire anche tutti gli altri soggetti economici e sociali”.
“Noi non vogliamo difendere lo status quo, ma rifiutiamo ogni attacco strumentale”, ha spiegato Fabrizio Stocchi (Flc Cgil dell’Istat), per il quale è indubitabile che ci siano molte cose da migliorare e da innovare. La frequenza di pubblicazione dei dati è un problema serio, per esempio. Un problema che in questo momento – come ha spiegato anche Fulvio Fammoni – ci vede molto distanti dalle statistiche ufficiali europee, in particolare per quanto riguarda i dati sul mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Ma un conto è la necessità discutere le riforme da attuare per far avanzare il sistema di statistica nazionale, altro conto è dover subire attacchi politici da parte di un governo che vuole screditare l’Istat, distruggendone l’autorevolezza. L’attacco – ha spiegato Stocchi – non è più solo virtuale o mediatico. C’è in ballo un progetto preciso del governo Berlusconi che vorrebbe esternalizzare una serie di funzioni. Già si parla di una società a capitale pubblico, che naturalmente metterebbe in secondo piano l’altro problema prioritario: la regolarizzazione di 317 lavoratori a tempo che ora rischiano di essere licenziati. “Contro questo progetto di esternalizzazione della ricerca statistica – ha annunciato Stocchi – siamo pronti allo sciopero”.
“Non c’è dubbio – ha detto Tito Boeri, docente di Economia del lavoro, intervenendo al convegno della Cgil – che la statistica sia un bene pubblico. Lo abbiamo verificato anche durante questa crisi che è stata essenzialmente una crisi di informazioni. Il governo Berlusconi ha cercato di occultare i dati. Siamo stati costretti a vivere una crisi al buio”. In questo modo però non si fa un danno solo all’attività economica, ma anche alla democrazia. I dati aggiornati sull’occupazione, ha ricordato lo studioso, sono essenziale per i decisori economici in tutti i paesi. E invece in Italia noi abbiamo i dati sull’occupazione con una media di cinque mesi di ritardo. Ma non è solo questione di dati Istat. Anche i dati Inps, sempre secondo Boeri, sono quasi sempre in ritardo di molti mesi. Si parla di stock, ma non si hanno a disposizione i flussi. È grave quindi che ministri come Tremonti e Scajola, invece di mettere le mani sulle cose da migliorare, decidano di attaccare la credibilità e l’autorevolezza dell’Istat. Per Boeri sarebbe invece necessario cominciare a utilizzare meglio anche i dati amministrativi e – per quanto riguarda direttamente l’Istat – regolarizzare tutti i lavoratori. Si è investito sui rilevatori e sarebbe un assurdo ora disperdere queste risorse, un problema che evidentemente si collega a uno dei cavalli di battaglia di Boeri, la riformulazione dei contratti.
Anche per Bruno Contini (Econometria, Università di Torino), gli attacchi dei ministri all’Istat sono molto gravi perché ne minano la credibilità, che poi dovrebbe essere l’essenza della fiducia. L’informazione, nel mondo contemporaneo, è sicuramente una utilità, ha detto anche il sociologo Patrizio Di Nicola (Università La Sapienza di Roma). Ma le informazioni non sono facili da leggere. Per questo è fondamentale difendere il lavoro degli operatori e di tutti i ricercatori che trattano i dati. In questo momento il problema è particolarmente sentito anche perché il governo sta riducendo progressivamente le fonti di informazione, chiude i rubinetti, come è successo per esempio proprio con un ricerca della Sapienza curata da Di Nicola sul lavoro atipico: quest’anno l’Inps non ha fornito i dati per il rapporto annuale.
Al convegno sono intervenuti anche Fabio Rapiti, ricercatore dell’Istat, che ha parlato anche a nome degli altri suoi colleghi che stanno organizzando la mobilitazione e Fabrizio Marinucci, un rilevatore che dall’inziale grande entusiasmo per il nuovo incarico avuto con la sperimentazione della rete professionale, ora è passato alla delusione e alla preoccupazione visto che il suo contrattod a cococo sta per scadere.
“Il merito principale di questa nostra iniziativa sull’Istat – ha detto poi Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc – è stato quello di portare al livello pubblico un problema che si voleva tenere nascosto. La battaglia in difesa dei 317 posti di lavoro è anche una battaglia in difesa dell’autonomia e della trasparenza di un istituto fondamentale per la democrazia nel nostro paese”. Secondo Pantaleo, sono tre le questioni fondamentali: il finanziamento adeguato per l’Istat (l’Italia spende la metà rispetto agli altri paesi per la statistica), l’indipendenza dell’istituto dalla politica, e infine la relazione con i soggetti economici e sociali. Il problema del funzionamento dell’Istat e del rispetto della sua indipendenza e autorevolezza sono – lo ha ribadito nelle conclusioni il segretario confederale Fulvio Fammoni – direttamente legati allo stato della democrazia.
“Se il Dpef va bene, allora l’Istat va bene – se invece l’Istat fotografa la situazione drammatica del mercato del lavoro, allora l’Istat non va più bene e viene incasellato tra i catastrofisti”. Per Fammoni – che pure ha suggerito molte piste per una riforma in positivo – gli attacchi strumentali all’Istat da parte del governo in carica sono incettabili.” Ma il segretario confederale delle Cgil ha messo in guarda anche a proposito di una sottovalutazione del caso dei 317 precari Istat che rischiano di essere cacciati. “Se saltano questi 317 posti – ha spiegato – vorrà dire che il governo è riuscito a far saltare anche il metodo di rilevazione che queste persone era state chiamate ad applicare. Assurdo cambiare sistema di rilevazione statistica in corso d’opera”. Soprattutto se si è in vista dei prossimi censimenti. Ma questi temi non interessano evidentemente solo la Cgil. Per questo, dice sempre Fammoni, “invitiamo a intervenire anche tutti gli altri soggetti economici e sociali”.
TAGS istat
23/07/2009 00:20





