Pillole dai media esteri. NYTimes: una mezza dozzina di senatori democratici ha deciso di lasciar cadere una misura cruciale per la sindacalizzazione dei lavoratori. Francia, Bernard Henry-Levy: il partito socialista è morto
di (a cura) Davide Orecchio e Martina Toti
Cronkite
Walter Cronkite, uno dei volti più celebri del giornalismo nordamericano, è morto all’età di 92 anni venerdì 17 luglio. Cronkite condusse il programma televisivo “CBS Evening News” per quasi vent’anni, dal 1962 al 1981, e contribuì all’affermazione della tv come media principale e più seguito negli Stati Uniti. Dall’assassinio di John Kennedy alla guerra in Vietnam, dallo sbarco sulla Luna fino all’impeachment di Richard Nixon: non c’è stato evento nella storia americana degli ultimi 50 anni che Cronkite non abbia seguito e proposto al pubblico americano indirizzandone l’opinione. Quando nel 1968, dopo l’offensiva di Tet in Vietnam, Cronkite si schierò pubblicamente contro il conflitto, il presidente Lyndon Johnson commentò: “Se ho perso Cronkite, ho perso l’americano medio”. Una reazione che dimostra l’importanza che aveva assunto l’anchorman nell’orientamento dell’opinione pubblica americana.
1963, Cronkite annuncia l'attentato a John Fitzgerald Kennedy
Durante la seconda guerra mondiale, reporter dell’agenzia Upi, Cronkite si fece paracadutare in Olanda con la 101/ma divisione aviotrasportata e in seguito partecipò allo sbarco in Normandia. Nel 1950 entrò alla CBS. In un editoriale, il New York Times commenta che solo i reportage di Cronkite sulla seconda guerra mondiale avrebbero potuto alimentare una mezza dozzina di carriere giornalistiche. “Alcune morti mettono fine a una vita – scrive il Nyt -. Altre a una generazione. Con la morte di Cronkite termina qualcosa di più largo e profondo. Era il rappresentante di un mondo, di un secolo, che non esiste più. La sua morte è come perdere l’ultimo veterano di una guerra che ha cambiato il mondo, uno di quegli uomini che hanno visto troppo senza lasciarsene mai amareggiare.“
Quella mezza democratica dozzina
The New York Times – USA
Il lavoro in primo piano. In questi primi sei mesi di attività l’amministrazione Obama ha rilanciato temi cari al sindacato statunitense: la parità contrattuale tra donne e uomini ma anche la spinta a una maggiore sindacalizzazione in fabbriche e uffici. La grande battaglia – lanciata da tempo dalle confederazioni a stelle e strisce e appoggiata direttamente dal presidente – porta il nome di Employee Free Choice Act o card-check bill. Osteggiato a lungo dai repubblicani, dovrebbe essere votato nel prossimo mese, se verranno accolte le sollecitazioni sindacali, o – al più tardi – a settembre, intanto però scatena un profondo dibattito sui media statunitensi. In un articolo del New York Times si analizzano le diverse posizioni che informano il partito democratico.
“Una mezza dozzina di senatori vicini al sindacato – si legge– ha deciso di lasciar cadere una misura cruciale del decreto che faciliterebbe la sindacalizzazione dei lavoratori.” La scelta sarebbe stata fatta per assicurare il passaggio della normativa con un ampio margine di voti. A scomparire dall’atto sarebbe proprio il cosiddetto card check che avrebbe richiesto ai datori di lavoro di riconoscere un sindacato non appena la maggioranza dei dipendenti avesse firmato un modulo in cui si dichiarava di volere un sindacato. Attualmente, invece, i datori di lavoro possono insistere su un voto a scrutinio segreto, ulteriore ostacolo per il movimento dei lavoratori. Secondo il New York Times “l’abbandono del card check è un altro esempio del potere dei democratici moderati nel limitare gli sforzi legislativi più progressisti del proprio partito”. Molti – tra senatori e funzionari - sostengono che il decreto emendato opterà per campagne di sindacalizzazione più brevi ed elezioni più veloci. “Sebbene delusi dal fallimento del card check, i leader sindacali hanno sostenuto che l’approvazione del testo rappresenterebbe comunque una vittoria importante dando alle aziende meno tempo per fare pressioni sui lavoratori. (…) Per rispondere ancora di più alle preoccupazioni del mondo sindacale - che teme che le elezioni vengano piegate in favore dei datori di lavoro- , i senatori stanno considerando diversi provvedimenti. Uno imporrebbe alle compagnie di consentire l’accesso ai sindacalisti; un altro, invece, impedirebbe ai datori di lavoro di chiedere ai dipendenti di frequentare assemblee anti-sindacali.” L’articolo del New York Times spiega come per le confederazioni l’Employee Free Choice Act sia ritenuto essenziale per contrastare il lungo declino del movimento che rispetto a mezzo secolo fa conta, nel settore privato, solo un quinto degli iscritti, ovvero il 7,6% degli addetti. “Per i leader sindacali – prosegue l’articolo – con la normativa vigente, le elezioni sono spesso inique perché i datori di lavoro hanno enormi opportunità di intimidire i propri dipendenti nel lungo periodo che precede il voto.”
Luddisti moderni
Le Monde – FR Dopo i sequestri dei dirigenti e la distruzione dei macchinari, in Francia gli operai scoprono forme di protesta sempre più bellicose. Al centro di molte delle loro richieste le indennità di licenziamento. Hanno iniziato le tute blu della New Fabris, azienda di componentistica auto che operava per Renault e Peugeot, hanno proseguito quelli del gruppo di telecomunicazioni Nortel e poi anche gli addetti della JLG. Sulle ragioni degli operai, il quotidiano francese Le Monde intervista il sociologo Norbert Alter. Per il professore parigino “queste azioni distruttive ricordano quelle dei luddisti, artigiani tessili che distruggevano i propri macchinari all’inizio del XIX secolo nel sud dell’Inghilterra perché si sentivano minacciati dall’arrivo dell’industrializzazione”. Ad alimentare gli atti disperati di oggi sarebbe l’idea che le nostre società sono tuttora divise in classi: i compensi sfrontati di alcuni dirigenti, i bonus concessi ad alcuni di loro a dispetto dei pessimi risultati hanno esasperato questa sensazione, provocata più “dalla disparità di trattamento che dalla scarsità dei salari”. Si tratta di una violenza che risponde alle ingiustizie subite e che, al momento, sembra essere più efficace delle negoziazioni classiche, dato che i sindacati hanno perso il proprio potere. Il sociologo aggiunge che le manifestazioni violente degli operai hanno a che fare con una costante dell’impresa, ovvero il fatto che i datori di lavoro non riconoscono quanto i propri dipendenti donano all’azienda, quel “lavoro invisibile” che è essenziale per il buon funzionamento di ogni impresa. Rifacendosi agli scritti del sociologo Marcel Mauss e al suo Saggio sul dono, Norbert Alter conclude: “rifiutarsi di prendere equivale a dichiarare guerra ma anche non ricambiare un dono è una colpa altrettanto grave perché chi ha dato si sente offeso e respinto. Molti operai hanno dato senza ottenere nessun riconoscimento.”
Francia, Bernard Henry-Lévy: il partito socialista è morto
Una 'casa morta' e da 'dissolvere', un’entità alla quale 'bisogna cambiare con urgenza il nome', per 'finirla il prima possibile con questo grande corpo malato'. In un’intervista choc a Le Journal du dimanche, il filosofo Bernard Henri-Lévy liquida il partito socialista francese, crollato sotto il 17% nelle ultime elezioni per il parlamento europeo, e in piena crisi d’identità. Secondo Lévy (che dichiara di averlo comunque votato alle ultime elezioni) il partito socialista è 'nella situazione in cui si trovava il partito comunista francese alla fine degli anni Settanta, quando cominciava la sua disintegrazione che si tentava di scongiurare con formule magiche, come rifondazione o rinnovamento'. Ma “il partito socialista è morto - dice il filosofo - nessuno osa dirlo, ma tutti lo sanno”. É morto come il cavaliere di Italo Calvino, vuoto sotto l’armatura. “Raramente ho visto tanti politici mettere tanta energia nell’autodistruggersi. Se non riguardasse che loro non sarebbe grave. Ma si tratta dell'alternativa a Nicolas Sarkozy, della speranza della gente”.
Quanto alla segretaria Martine Aubry, è “molto brava, ma non può farci niente. Lei è nel ruolo di custode della casa morta”. Per il filosofo, Manuel Valls, che ha chiesto di cambiare nome al partito, Segolene Royal o Dominique Strauss-Kahn 'possono essere all'origine del 'big bang' e ricostruire sulle rovine'. Piaccia o no – spiega il filosofo – “queste cose vanno dette, bisogna prenderne atto, elaborare il lutto, far saltare il tappo che impedisce di pensare, immaginare, respirare e, naturalmente, ricostruire”. Quando l’intervistatore gli fa notare che Sarkozy ha detto che il partito socialista non morirà mai, Henry-Lévy commenta: “Che crudeltà!”, spiegando che la sopravvivenza di un partito così malconcio fa proprio il gioco dell’attuale inquilino dell’Eliseo. E che il cambiamento deve partire dalla scelta di un nuovo nome. Secondo Henri-Lévy, senza primarie Barack Obama non sarebbe mai stato designato come candidato alla presidenza degli Stati Uniti. E dunque 'Senza delle primarie alla francese, senza una vasta consultazione aperta, popolare, mai si metterà in moto il processo che arriverà al nuovo partito della sinistra che può rompere con questa macchina che perde” che è il partito socialista.